Andrea Collalto

PODCAST: FORMAZIONE E BENESSERE

Si conclude il primo ciclo di appuntamenti radiofornici firmati FormazioneAmica Gruemp grazie a Container Radio di Andrea Collalto. Grazie a tutti i radio ascoltatori e a tutte le persone che hanno ascoltato le nostre puntate e i nostri podcast. È stato davvero bello accompagnarvi in questo mondo fantastico della formazione, del miglioramento continuo e dello sviluppo personale. Ci risentiremo sicuramente presto con altre puntate, nuovi argomenti e nuovi stimoli. Un caro saluto da Damiano Frasson (Formatore, Consulente e coach di Gruemp).

E ci siamo anche questa settimana con una nuova puntata di Formazione Amica! Benritrovati da Andrea collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea e ben ritrovati a tutti i nostri ascoltatori.

Allora, siamo già alla 12° puntata di Formazione Amica, siamo già possiamo dirlo, praticamente alla conclusione di questo primo ciclo di trasmissioni.

-Si, siamo in conclusione, vogliamo un po’ oggi cercare di tirare le fila dei molti aspetti, dei molti spunti che abbiamo cercato di condividere in queste settimane, ormai sono passati tre mesi Andrea, il tempo vola!

Eh si, sono volati veramente devo dire, e ci ritroviamo quindi un po’ per fare il punto della situazione questa settimana.

-Si, questa settimana volevamo… abbiamo pensato di dare un po’ l’idea di come potremo formare un po’ meglio il nostro benessere. Un tema un po’ ampio che ci da l’aiuto a sintetizzare alcuni aspetti dei molti punti che abbiamo toccato e ci apre al futuro magari ad un nuovo ciclo più in la tra qualche settimana su questi temi.

Quindi formare il benessere, parliamo un po’anche di questi punti determinanti che abbiamo toccato in questi tre mesi Damiano.

-Si, potremo definire inizialmente, come di solito facciamo che il benessere, che è un concetto molto ampio che coinvolge molti aspetti della nostra vita, potremo dire che in effetti, come l’Organizzazione mondiale della sanità chiarisce, definisce un po’ anche il nostro concetto di salute, intendendo però quindi che le persone dovrebbero essere capaci di sfruttare le proprie capacità emozionali, cognitive, comportamentali, per gestirsi in modo positivo nella propria quotidianità di vita, cercando di avere una relazione con se stessi, con gli altri, con il mondo, che sia gratificante, positiva e che tenda a ridurre le conflittualità, i disagi, sia interni, quindi con se stessi, che con gli altri. Quindi come vedi una definizione, una tra le tanti che da l’Organizzazione mondiale di sanità molto ampia, che rende un po’ l’idea di come noi approcciamo la nostra vita.

Quindi effettivamente ognuno vive a modo suo, ma ci sono dei principi di base che poi ci servono per stare bene…

-Ci servono per stare bene, perché ad esempio quelli che vengono chiamati determinanti, quindi elementi, fattori determinanti, che influiscono, incidono sul nostro stare bene, perché benessere significa stare bene o esistere bene in modo positivo, sono il patrimonio genetico, e insomma fin qui effettivamente quello che siamo dal punto di vista fisiologico… siamo, nei nostri geni, nella nostra struttura, nel nostro dna, le nostre caratteristiche fisiche che noi abbiamo. Poi il secondo fattore è lo stile di vita, e sappiamo molto bene dalle tantissime informazioni che ci sono in quest’ambito che è fondamentale direi, poi l’ambiente di vita, quindi inteso anche non soltanto come ambiente nel quale viviamo, quindi naturale, ma anche l’ambiente nel quale noi proprio facciamo, viviamo, creiamo la nostra vita, nel lavoro, a casa, quindi l’ambiente, il contesto nel quale noi viviamo e cresciamo, quindi in questo c’è anche l’importanza dell’ambiente culturale nel quale cresciamo. Poi un quarto fattore è il reddito e lo status sociale. Ovviamente sono temi dire che in Italia anche con l’Expo quest’anno saranno toccati da vari punti di vista, non solo da quello dell’alimentazione, ma il lavoro, che vive un momento di grande difficoltà, e come noi stiamo nel contesto sociale, quale tipo di appartenenza abbiamo, come ci sentiamo coinvolti nel nostro tessuto sociale è una determinante importante. Si parla molto di reddito di cittadinanza, di qual è la soglia minima per avere un normale livello di vita, almeno dignitosa, e questo è un fattore molto importante… ma il quinto, che a noi interessa particolarmente è l’istruzione, la formazione. Quindi il quinto fattore determinante che può influire in modo molto significativo sul nostro benessere è il nostro grado di istruzione, ma non soltanto istruzione a livello scolastico, di conoscenze, ma anche la formazione che una persona si da e nella quale si trova.

Assolutamente, e poi ci sono anche dei principi che un po’ limitano questo benessere Damiano…

-Beh, diciamo che in conseguenza del fatto che sono stati individuati dei fattori importanti che ne determinano appunto la qualità, possiamo dire che senz’altro ci sono dei fattori che limitano un poco il nostro benessere, e probabilmente a noi interessa soffermarci su quelli che sono un po’ più legati all’aspetto formativo della persona in se, ma anche poi che comportano un comportamento migliore se riesco anche ad avere un cambiamento di prospettiva, di come vedere le cose… senz’altro un aspetto che limita è la poca conoscenza e consapevolezza di se, la difficoltà nei rapporti interpersonali, nelle relazioni con gli altri, una scarsa capacità di automotivazione incide in modo significativo sul nostro benessere… la mancanza di un progetto di vita, la mancanza di un progetto, di un idea, di un opportunità e putroppo accade in questo periodo, di lavoro, una bassa autostima, anche questi sono aspetti che incidono sulla nostra difficoltà di ottenere un benessere… scarsa qualità nella comunicazione, perché non ci permette di interagire con i nostri bisogni, quelli degli altri, non dobbiamo dimenticare però che limitano il nostro benessere anche i problemi di salute, dei quali spesso non siamo completamente responsabili e che purtroppo accadono e… in questi giorni è ripartita la serie televisiva “Braccialetti Rossi” e parla di questo, di come poi ci siano delle problematiche che mettono sottosopra un po’ anche la nostra idea di stare al mondo. E poi come sappiamo magari alcuni altri aspetti significativi sono una difficoltà nell’avere un alimentazione equilibrata, alcuni altri disagi di base che ne sono un po’, sfociano un po’ forse in questo come ansia, stress, timori, rabbia, quindi potremo dire per dirla con i nostri argomenti di queste settimane: quando c’è poca intelligenza emotiva, ecco, capacità di gestire le proprie emozioni, e tutto questo produce anche delle difficoltà di riposo, di avere un impostazione di vita che tenga conto sia delle frenesia che dobbiamo sostenere, ma anche di qualche momento di pausa, ecco. Quindi Andrea vedi ci sono molti aspetti che limitano il nostro benessere.

Dovremo avere diciamo più stima di noi stessi e vedere le cose sotto una prospettiva migliore, perché siamo molto spesso noi che limitiamo quello che può essere il nostro benessere alla fin fine…

-Si, diciamo che tutto parte dalla poca conoscenza anche di come siamo fatti, di come funzionano certi meccanismi, come di pensiero, che abbiamo della nostra mente, come influiscono sul nostro corpo, sulla nostra salute, li diamo un po’ troppo per scontati e invece anche molti aspetti delle varie discipline, delle varie scienze, non solo delle scienze umane, ma anche della scienza medica, della biologia… hanno verificato che ormai ci sono dei criteri che potremo considerare dei criteri un po’ di fondo, di base, che presi da un punto di vista di una scienza o da un altro punto di vista studiano magari aspetti diversi di questo processo di benessere che noi possiamo avere o meno, in modo più definito, però diciamo che sono dei concetti di base. Per esempio mente e psiche sono un unico sistema. Noi diventiamo un po’ anche quello che pensiamo, i nostri pensieri sono collegati con le nostre emozioni, quindi anche questi aspetti poi incidono sulla nostra salute, sui nostri organi interni. Ci sono molti studi che derivano dalla psicosomatica, dalle scienze neurologiche, insomma… ci sono degli aspetti ormai che dovrebbero essere più di dominio pubblico per le persone perché non sono solo aspetti che riguardano le scienze in se, oppure me ne occupo quando sto male, perché ne ho bisogno e allora divento esperto: si, ok, in quel caso però siamo già nella cura, mentre a noi piace l’idea di essere sensibili ed è anche ben dimostrato che per moltissimi aspetti anche di malattia, la prevenzione è la prima grande strategia per avere un miglior benessere.

Quindi serve un approccio particolare per avere più benessere Damiano?

-Beh, sai, l’approccio potremo dire che è utile averlo sistemico, un po’ più globale, complessivo, che tiene dentro aspetti sia che riguardano i nostri valori, idee, principi, come vogliamo vivere, sia gli aspetti di metodo, quindi come ci organizziamo, come gestiamo la nostra vita, e poi anche l’aspetto pratico delle azioni che noi abbiamo: con Gruemp abbiamo definito un vero e proprio approccio per il benessere che si fonda su un criterio che noi chiamiamo “filostrata” ed è proprio il cercare di aiutare le persone a sviluppare maggior coerenza possibile, tra gli aspetti filosofici, quelli strategici e quelli tattici, quindi vedendo la persona nel suo insieme di pensieri, atteggiamenti e comportamenti. E questo sicuramente ci aiuta, perché vederci troppo divisi dalle cose, pensare… ma, questo a me non influenza, io ne sono estraneo, non fa parte della mia vita, è un aspetto che rischia di non farci cogliere come non influenzino la nostra vita in realtà tutta una serie di fattori, di aspetti, sui quali seppur non possiamo, come dico sempre occuparci di tutti tutti i giorni… è vero che la vita è breve, ma è anche lunga, e quindi sai, magari in un periodo ti occupi di una cosa, in un periodo ti occupi di un’altra, in un altro momento ti interessi di sistemare un po’ lo stile di vita, in un altro cerchi magari di organizzare meglio il lavoro, in un altro ti occupi un po’ di te, della tua autostima, delle tue emozioni… c’è tempo per fare questo lavoro, no Andrea?

Si, c’è tempo, ci sono degli anni, quindi basta prendersi dei periodi alla volta e si possono sistemare anche le proprie cose diciamo. Tra l’altro si è parlato molto di formazione in queste settimane, ma mettiamo un punto fermo: come fa la formazione a generare anche benessere?

-Eh, questa è una bella domanda, perché può essere un punto fermo sul quale riflettere un attimo. La formazione aiuta le persone, a sviluppare in modo più efficace le proprie potenzialità, le proprie risorse personali, e quindi favorisce il miglioramento di queste competenze, di queste abilità che noi diamo un po’ per scontate, le releghiamo ad un semplice buon senso… e lo fa su un principio complessivo che incide in ogni ambito della nostra vita, e quindi è ovvio che essere messi in condizione, attraverso esperienze formative, da formatori esperti, competenti, di sviluppare delle nuove conoscenze, di capire come funzionano certi aspetti, di farne la prova pratica, di sperimentarli nella propria quotidianità ed immettersi in questa logica di medio, lungo termine di miglioramento continuo, un po’ come dicono i giapponesi, il miglioramento step by step, passo dopo passo, aiuta e favorisce molto il fatto che poi le persone da questi aspetti traggano anche molti stimoli, supporti, ma anche strategie per incidere sulla propria qualità di vita. Quando una persona si mette a focalizzarsi di avere una miglior qualità di vita, entra già per così dire in una logica sistemica. Perché riprende il codice in modo ampio e generale e inizia a pensare: ma io di tutto quello che faccio, vivo e lavoro, su che cosa posso migliorare? Quindi poi diventa specifico.

Poi devo dire che in queste settimane grazie a te Damiano, grazie a Gruemp, abbiamo avuto modo di dare ai nostri ascoltatori un infarinatura, un mini corso per vivere meglio, per… parlare di benessere in questo caso, ma ogni settimana abbiamo dato veramente degli spunti importanti per riuscire a stare meglio nella vita di tutti i giorni.

-Si, in realtà Andrea abbiamo creato un mini percorso di sviluppo personale, condiviso attraverso Container Radio, che ha cercato di dare delle opportunità di riflessione su questi temi, di avere qualche idea per così dire anche… pratica, di qualcosa che può toccare anche la nostra quotidianità, approcci sulle cose, sui nostri pensieri, emozioni, modo di vivere e lavorare. Poi abbiamo cercato di dare anche un appeal un po’ artistico, giustamente per dare un impatto attraverso un brano ad ogni incontro, quindi si, abbiamo cercato di dare questo spunto interessante credo. Sono tutta una serie di aspetti, che se vuoi, possiamo anche brevemente riepilogarli, cosa dici?

Molto volentieri direi.

-Potremo, se siamo in una fase per così dire che chiude in un certo senso il primo ciclo, ricordare che abbiamo parlato, abbiamo esordito parlando di autostima. Potremo dire che senza autostima noi non ci diamo il valore necessario per fare tutto il resto. Questa è direi la cosa di base minima che potremo ricordare per questo aspetto importante che è l’autostima.

Po abbiamo visto come l’autostima ci porti anche a dover considerare la nostra motivazione e qui sulla motivazione ricorderai una bellissima puntata molto particolare dove abbiamo detto che la motivazione è la benzina da mettere ogni giorno nel motore. Se noi vogliamo che la nostra “macchina” vada e abbia la sua autonomia, è una benzina indispensabile che dobbiamo mettere.

Poi non possiamo avere motivazione se non ci definiamo degli obbiettivi, ed ecco allora che gli obbiettivi servono per dirigere i nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre energie. Dobbiamo prendere la mira su qualcosa, che concretizzi i nostri bisogni, i nostri desideri, i nostri sogni.

Poi un aspetto importante che abbiamo toccato nella quarta puntata era la leadership. Ti ricordi che abbiamo discusso sul fatto che non è da intendere solo sul potere del capo, che comanda sulle situazioni, ma in realtà tutti abbiamo un potere che possa influire sulla nostra vita e poi conseguentemente anche su quella degli altri. Certo, serve come abbiamo detto farlo per aspetti e finalità positive, costruttive… ricordo qui una bellissima canzone che abbiamo utilizzato per questo concetto, era la canzone di Renato Zero “Il Maestro”. Con questa idea di una leadership che vuole servire a qualcuno, non essere solo autoreferenziale per se stessi, per dirsi bravo io sono alla guida, di chissà cosa, di chissà chi.

Poi abbiamo toccato il concetto di Team, perché abbiamo detto che la leadership ci porta ad un idea di gruppo, a quindi come noi viviamo il gruppo, e li potremo dire che nulla che abbia veramente senso e abbia un valore nella nostra vita può essere fatto da soli, giusto?

Eh, ci vuole sempre la complicità degli altri e comunque l’appoggio delle altre persone, perché non viviamo da soli, viviamo in mezzo alla gente…

-Non si può vivere solo per bastare a se stessi, l’essere umano è un animale sociale e questo è il suo destino.

Poi abbiamo parlato dell’intelligenza emotiva, anche questo un aspetto molto importante come dicevamo poco fa, che incide anche questo sulla nostra qualità di vita, cercando di aiutare a riflettere sull’idea che le emozioni non sono un ostacolo. A volte noi le viviamo come una difficoltà, ma sono una grandissima risorsa che noi abbiamo dentro di noi. Le conosciamo poco, le sviluppiamo poco e quindi imparando a gestirle meglio, possono andare veramente in modo decisivo a nostro vantaggio.

Poi nella settima puntata abbiamo parlato della consapevolezza, nel settimo incontro abbiamo parlato un po’ del fatto che si può anche vivere dando la responsabilità agli altri, al mondo, oppure coccolandosi un po’ i propri alibi… per carità, a volte abbiamo un po’ anche ragione devo dire, a volte capita anche a me di dire: eh ma caspita, se non ci fosse stata questa cosa… è un approccio un po’ istintivo, naturale che abbiamo… ma continuare alla lunga a togliersi un po’ dalla responsabilità, a lamentarsi prevalentemente di quello che c’è fuori di noi ecc… rischia di spegnere i nostri entusiasmi, la nostra motivazione e quindi la voglia di fare. E allora le cose si complicano.

Poi siamo andati all’ottava, tema che meriterà un ulteriore approfondimento in futuro, perché abbiamo parlato del cambiamento.

In effetti è stato un tema molto sentito questo…

-Molto, molto sentito, perché siamo senz’altro in un epoca dove tutto sta cambiando continuamente di giorno in giorno e quindi qui potremo dire che illudersi in un certo senso che si possa evitare il cambiamento e si possa non affrontarlo, è direi una pericolosa illusione che rischiamo di avere nella nostra vita… il cambiamento non si può negare, è in natura, e quindi dire che il cambiamento… certo, a volte ci spaventa, ma va affrontato, gestito, e pian piano si cerca di gestirlo nel modo migliore.

E poi siamo arrivati alle ultime tre puntate dove abbiamo parlato di tutti gli aspetti che riguardano la comunicazione e il rapporto con gli altri, quindi abbiamo parlato delle relazioni interpersonali, e quindi che siamo sempre da quando veniamo al mondo, in relazione, partendo da nostra madre, e questa incide molto per i primi mesi e primi anni di vita, e poi però è tutto un gioco continuo a legarsi, ad attaccarci, a staccarsi dalle persone, dalle amicizie, dalle persone famigliari, dalle conoscenze che facciamo nel lavoro, nella scuola, nella vita, e poi è un continuo allenarsi a gestire le nostre relazioni, questo è molto molto importante, ci attacchiamo poi, come ci attacchiamo alle persone, anche alle cose, e allora qui dobbiamo stare un po’ attenti, perché se ci attacchiamo troppo al nostro telefono, o al nostro Tablet, diventa una protuberanza, un allungamento della nostra personalità, di noi stessi e allora diventa un po’ più complicata la cosa…

E abbiamo visto poi negli ultimi due incontri la comunicazione, cercando di comunicare qualcosa non solo a noi stessi ma anche agli altri, di solito ci dimentichiamo che comunichiamo prima di tutto con noi stessi, per farlo bene abbiamo dato alcune regole, alcuni criteri che possono essere sintetizzati per avere una comunicazione più efficace, e uno di questi al quale abbiamo dedicato lunedì scorso un po’ una puntata a se, perché è molto importante, è quello dell’ascolto attivo, perché avevamo detto, che per imparare a comunicare bene bisogna anche imparare ad ascoltare bene e ad avere un ascolto attivo, l’abbiamo definita un arte l’ascolto attivo, per imparare a percepire un po’ gli altri, non solo quello che ci dicono, ma anche imparando a leggere il loro comportamento con lo sguardo, con la nostra sensibilità, e siamo arrivati quindi poi ad oggi, che… come possiamo non dire che questi aspetti della nostra vita, queste competenze trasversali, non abbiamo una ricaduta, un’incidenza, una rilevanza, che magari sarà parziale, ma non è così minimalista come magari si rischia di credere anche sul nostro benessere?

In effetti è una domanda che mi sono posto anch’io all’inizio quando abbiamo presentato questa puntata. E qui ti chiedo un’altra cosa, perché lo facciamo spesso, abbiamo abituato anche i nostri amici ascoltatori durante questo primo ciclo di trasmissioni: c’è un metodo, c’è un esercitazione per aumentare quello che può essere il nostro benessere Damiano?

-Guarda, direi che una esercitazione che da sola lo possa dare come risultato, direi che non c’è, nel senso che correttamente credo come abbiamo detto prima pensando ad un approccio sistemico, è importante essere consapevoli di questi aspetti, del fatto che hanno un incidenza importante nella nostra vita e che ce ne dobbiamo fare carico se vogliamo effettivamente avere, formare un benessere nella nostra vita, di cui non beneficiamo solo noi, ma anche le persone importanti della nostra vita, che condividono con noi la vita e magari anche il lavoro. Può sembrare semplice detto così alla radio, stiamo facendo un elemento di informazione, di condivisione, poi è ovvio che non vogliamo certo far passare l’idea che le cose siamo così facili, però non sono nemmeno complicate, non sono nemmeno così difficili come si può pensare. A volte è perché noi non facciamo delle cose perché sembrano difficili: non è perché sono difficili che non osiamo farle… direi che a livello esercitativo, l’unica cosa che può avere senso per i nostri ascoltatori è seguire un po’ la logica delle puntate precedenti che abbiamo condiviso con loro e chiederci… magari prenderci un foglio e scriverci di fianco 12 domande e su ognuno di questi aspetti chiederci, dandosi una valutazione da uno a dieci, quindi dandosi i voti… ci facciamo la pagellina per così dire,ok? Quanta autostima ritengo di avere? E qui ognuno si fa la domanda e poi si da una propria valutazione da 1 a 10. Quanto sento di essere padrone della mia motivazione? Qui bisogna riflettere, perché può darsi che una persona è motivata, ma è motivata per motivi di altri, non è detto che condivida tutti o in parte gli obbiettivi che la motivano. E infatti la domanda successiva è: Quanto riesco a raggiungere i miei obbiettivi? Quanto ritengo di essere in grado di esprimere una leadership positiva? La leadership ha a che vedere anche con il ruolo che noi abbiamo. Se una persona per esempio è un imprenditore, un artigiano, un impiegato, ma anche un genitore, la leadership ha molto a che vedere anche con quello… Quanto sono capace di lavorare in gruppo o in team? E’ una domanda a cui è necessario riflettere, perché finché siamo tra amici, al bar, in pizzeria, stiamo benissimo di solito… però poi con le persone bisogna anche farci cose anche altrettanto e forse di più importanti: una famiglia, condividere spazi nel lavoro, progetti comuni… è importante questo aspetto… Quanto mi sento di saper usare la mia intelligenza emotiva? Un’altra domanda importante… Quanto ritengo di avere consapevolezza di me stesso? Quanto sono in grado di saper affrontare il cambiamento? Quanto sono di qualità le mie relazioni interpersonali? Quanto sono capace di sviluppare una comunicazione efficace? Quanto sono in grado di comunicare con un ascolto veramente attivo? E quindi poi basterebbe chiedersi Quanto mi sento soddisfatto della qualità di vita che ho? Allora… poi sai, io sono abituato, lo dico spesso nei miei corsi… bisogna fare questo tipo di esercitazioni con lo spirito e il criterio della sincerità, perché se bariamo nelle risposte, bariamo con noi stessi. Quindi tanto vale mettersi tranquilli, prendersi quel quarto d’ora, darsi questa propria autovalutazione e poi rendersi conto quindi che magari in alcune cose siamo senz’altro più bravi, in alcune cose meno e capire come queste possano incidere o possano essere migliorate, perché poi basterebbe chiedersi su quali aspetti posso migliorare, su quali posso intervenire a breve termine, su quali a medio o lungo termine…

Con la sincerità andiamo alla scoperta di noi stessi, perché se siamo sinceri con noi stessi poi scopriamo delle cose che possiamo anche migliorare…

-Si, possiamo migliorare ed è nostro vantaggio. A volte capita che vogliamo migliorare troppo, ma gli altri intorno a noi non migliorano “Quanto me…” però è un gioco a ribasso questo… cioè: se tu hai intorno a te persone che non hanno tanta voglia di migliorare… io credo che non è che convenga livellarsi ad un livello più basso. Si cerca di fare dei propri miglioramenti che noi auspichiamo essere utili, interessanti, magari questo, lo vedo spesso, capita spesso, è di stimolo anche agli altri vedere che si può migliorare, perché abbiamo anche bisogno di strumenti, i giovani oggi hanno bisogno di esempi, di vedere persone adulte che si impegnano, che ci provano quanto meno, e anche noi tra adulti abbiamo bisogno di vedere delle persone che cercano di mettersi in una modalità propositiva. Poi, giusto o sbagliato, non c’è nessuno che possa dire che questo è completamente giusto o completamente sbagliato, ecco… quindi riflettendo su questi aspetti si trovano spunti per fare poi delle azioni, per essere propositivi, per decidere di partecipare ad un esperienza formativa che senz’altro ti può aiutare, che può dare il “la” a questo miglioramento che poi possiamo fare con maggiore autonomia, però abbiamo bisogno di essere messi sulla strada.

 CANZONE: ELISA – LUCE

PODCAST: ASCOLTO ATTIVO

In attesa della 12^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 16 Febbraio con un argomento Sorpresa, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Buon giorno, buon pomeriggio, benritrovati da Andrea Collalto su Container Radio con una nuova puntata di Formazione Amica. Diamo la buona giornata a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, buona giornata a tutti i nostri ascoltatori!

Ben ritrovato per l’11° puntata di Formazione Amica. Devo dire che di settimana in settimana stiamo veramente offrendo ai nostri amici in ascolto dei begli spunti di riflessione per i vari comportamenti che poi ci aiutano nella vita, e a anche questa settimana devo dire che trattiamo un argomento di quelli tosti e importanti che viviamo giorno dopo giorno.

-Si, oggi infatti vogliamo toccare “l’arte di ascoltare”. Cercheremo di riflettere insieme sull’ascolto, che è un aspetto molto importante che diamo un po’ per scontato nella comunicazione, ma non è così, anzi riveste una parte fondamentale della nostra comunicazione con gli altri.

Diciamo che saper ascoltare è importante anche poi per dare dei buoni consigli, per interloquire con le altre persone, un po’ come uno scrittore che deve saper leggere prima di offrire i propri scritti ai lettori.

-Si, è proprio così, diciamo che con l’ascolto si riesce a focalizzare meglio quanto ci viene espresso dall’altra persona e quindi anche interagire, interloquire in modo più puntuale e preciso.

Poi tra l’altro una cosa Damiano che ho notato molto è che in questa società che è tutta frenetica, social, si è persa un po’ l’arte di saper ascoltare, e ci sono tante persone, tante solitudini che andrebbero poi ascoltate meglio… parliamo di amici, di famigliari, ecc

-Si, perché in realtà Andrea l’ascolto descriverebbe una capacità potremo definirla di trattenersi volontariamente e attentamente, nel prestare attenzione o partecipazione a qualcuno o a qualcosa che in quel momento sta interagendo con noi con la propria comunicazione, e questo diviene anche motivo quindi di riflessione ed ecco allora che comprendiamo che per esercitare in modo più specifico la capacità di ascoltare è importante riconoscere fin da subito che serve un atto intenzionale, serve prendersi il tempo che occorre, togliersi da quella routine, continuità susseguirsi di eventi che poi trascina dentro le nostro comunicazioni, i nostri rapporti, come abbiamo detto qualche puntata fa, le nostre relazioni.

Quindi è importantissimo saper ascoltare e porsi in ascolto all’altra persona, non solo con il parlato, ma anche con lo scritto, perché parlando di social c’è molto da lavorare anche su quel punto.

-Si, senz’altro, anche nella modalità con la quale noi possiamo far percepire all’altra persona di aver percepito il suo messaggio, anche magari scritto, postato, ma che trasmette una certa percezione, senz’altro è necessario e utile approfondire un po’ di più quello che di solito nei telegrafici twit ormai troviamo.

Ma perché è importante ascoltare Damiano?

-E’ importante per svariati motivi:

  • uno è senz’altro che otteniamo una maggior capacità di dialogo, da una qualsiasi conversazione che abbiamo con un’altra persona, aumentiamo la nostra capacità di interagire con l’alro, quindi andiamo proprio verso quella comunicazione, quello scambio comunicativo che abbiamo spiegato anche nella puntata scorsa e che non è solo una comunicazione unidirezionale: qualcuno parla e qualcuno ascolta, ma in modo passivo, e poi diremo qualcosa senz’altro.
  • Poi evitiamo delle obiezioni improvvise che a volte accadono quando parliamo con gli altri, perché non si è capito bene di quello che stiamo parlando. Aumentiamo la possibilità quindi di fare delle domande o di dare delle risposte più pertinenti, possiamo aiutare la persona ad esprimersi meglio, possiamo riconoscere in modo più specifico che tipo di canale comunicativo utilizza l’altra persona e quindi trovare un modo per sintonizzarsi su quel suo canale per essere anche noi a nostra volta nel momento in cui torneremo ad esprimerci con lei più efficaci.
  • Poi un aspetto importante che non si considera è che migliora anche la nostra capacità di memorizzare, quindi di ricordare le cose importanti di cui stiamo dialogando con qualcun altro. La nostra memoria farà molta attenzione se diventiamo più ricettivi sotto un punto di vista dell’ascolto, e direi non ultimo, ma lo diciamo come sintesi complessiva, ci permette la capacità di ascolto di consolidare, di rendere più pregnanti, più significativi i nostri rapporti interpersonali.

Quindi abbiamo capito che ascoltare è veramente importante per vari aspetti anche della nostra vita e delle relazioni con gli altri, ma parlavi di metodo attivo e passivo, come si differenziano?

-Si, diciamo che si tratta un po’ della distinzione di fondo sulla quale ingenuamente noi ricadiamo, perché noi riteniamo  che udire sia ascoltare, in realtà è qualcosa di più l’ascolto nel senso in cui lo stiamo esprimendo in questo nostro incontro, e cioè l’ascolto attivo. Allora, di solito ascoltare un’altra persona  abbiamo l’idea che sia quell’atto istintivo con la quale noi udiamo, anche senza impegnarci più di tanto, sentiamo quello che ci sta dicendo e ci da l’idea che la stiamo ascoltando. Ma quando parliamo di ascolto come competenza, dobbiamo fare un passo in più. L’ascolto attivo quindi è un ascolto più maturo, più consapevole, partecipato, attento, e che chiamiamo attivo proprio per definire questa nostra volontà di interagire con attenzione nel coinvolgimento un po’ psicofisico generale che ci da il fatto dell’atto di comunicare con gli altri.

Quindi è quando partecipiamo in modo veramente attivo anche all’ascolto e poi alla discussione che sicuramente ne consegue…

-Infatti, possiamo considerare che l’ascolto attivo prende vita un po’ su questi piani. Sul piano dell’osservazione di ciò che ci dice l’altro, perché l’altro comunica, e anche noi comunichiamo anche da un punto di vista paraverbale, dal nostro tono di voce, con le pause, con il ritmo, ecc e quindi l’osservarlo mentre comunica ci aiuta a percepire la congruenza, il senso anche più ampio di quello che ci sta dicendo. Poi c’è anche un piano percettivo che riguarda per esempio come noi ci sentiamo mentre l’altra persona ci sta comunicando l’oggetto del dialogo che stiamo vivendo e poi diciamo anche del saper porre le giuste domande, le giuste interazioni e dare il giusto feedback per approfondire quello che è nello specifico l’argomento. Quindi capacità di percepire, osservare in modo attento e di percepire noi stessi e l’altro mentre stiamo comunicando. Questo potremo dire è un po’ il nucleo dell’ascolto attivo.

Per quanto riguarda l’ascolto passivo invece, gli errori che si fanno principalmente quando si ascolta?

-Hai detto bene errori, perché in realtà possiamo considerarle delle ingenuità che arrivano dalla comunicazione, quindi quando in realtà noi abbiamo un ascolto che potremo definire non attivo, e quindi un ascolto possiamo dire passivo, noi entriamo nell’errore di giudicare quello che ci viene detto, o peggio critichiamo l’altra persona, mentre l’ascoltiamo sentiamo quella vocina dentro di noi che ci dice: ah, vabbè, senti questo cosa mi sta dicendo, boh, non mi interessa, ma va che tipo strano… e nel portare l’attenzione ad una forma di giudizio che è del tutto soggettiva sicuramente non miglioriamo il nostro ascolto e poi per esempio interpretiamo un altro errore: interpretiamo il messaggio che ci arriva o l’argomento di cui stiamo discutendo se è posto da un’altra persona in base alle nostre credenze, alle nostre opinioni, quindi tendiamo a trasformare il significato di quello che ci viene detto in base a come vediamo noi le cose. Da un lato è un aspetto naturale, ma dall’altro non può diventare il parametro con il quale misurare esclusivamente quello che ci viene detto, quindi magari tendiamo a trovare delle soluzioni per lui, magari l’altra persona ti sta comunicando il bisogno di una qualche forma di comprensione, anche semplicemente e noi diventiamo un po’ sbrigativi, diciamo non preoccuparti, stai tranquillo. Sembra una forma di incoraggiamento quasi, ma in realtà è una forma di non attenzione a quello che è l’esigenza di quello che la persona ti sta esprimento… un altro errore che facciamo è che può sembrare un ascolto troppo attivo, invece è non adeguato, facciamo delle domande specificatamente indagatrici. Prendiamo un punto di quello che si sta dicendo, continuiamo a battere su quello, chiediamo delle cose e in realtà non è quello che la persona ci voleva esprimere… quindi direi che l’errore di fondo se lo vogliamo sintetizzare, è quello proprio di non fare attenzione, di vedere le cose dal nostro punto di vista e di non mettersi in un vero concetto di interazione, di percezione di quel senso e quel significato di quello che l’altro ti sta eprimendo.

Quindi quando si ascolta bisogna porsi anche dall’altra parte, verso l’altra persona, in modo che quando si riesce a recepire quello che ti dice, si possano ascoltare entrambe le “campane” in pratica, ragionare con la propria testa ma anche ascoltare bene il ragionamento dell’altra persona.

-Si, esatto, perché in realtà l’altra persona, e questo accade anche a noi, che stiamo parlando dell’ascolto, quindi ci riferiamo ad un soggetto altro da noi, ma in realtà sono cose che accadono tutti i giorni, quando ci esprimiamo normalmente e vorremmo la comprensione, lo facciamo perché desideriamo esprimere qualcosa di noi che ci da particolare interesse e che vorremmo fosse compreso dagli altri. Quando gli altri, quindi quando noi non riusciamo a dare un feedback corretto o non riusciamo a far comprendere questo fatto che stiamo comprendendo effettivamente, che stiamo comprendendo la persona, in realtà la depistiamo in un certo senso, la lasciamo andare un po’ per la sua strada ma non è detto che poi noi abbiamo capito bene… è semplice verificare questa cosa: si può ascoltare una persona per qualche minuto, in modo normale, ma pensare che questa persona ci dicesse poi alla fine: cos’hai capito di quello che ti sto dicendo? Il più delle volte scopriremo che non sapremmo dirvi se non a caratteri molto generali il titolo di quello che si sta dicendo, perché non abbiamo proprio tutta l’attenzione. E se questo è capitato, ci metterebbe un po’ in guardia sul quanto noi siamo effettivamente in una condizione di ascolto volontario e di disponibilità.

Beh, sicuramente qui più di qualche studente ha sorrido con questa tua uscita…

-Si, magari gli capita con il prof che spiega le cose, poi interagisce poco e magari ti dice ragazzi cosa avete capito… sentirebbe una scena muta.

Ma Damiano, ci sono delle regole per ascoltare bene le altre persone?

-Beh, diciamo che ci sono delle buone abitudini, dei buoni comportamenti che potremo avere, senz’altro avere la consapevolezza che bisogna attivarsi appunto nell’ascolto, avere una partecipazione concreta, dinamica nell’arco comunicativo e quindi nell’ascolto. Un aspetto molto importante per esempio è verificare il contesto e l’ambiente, se sono adatti a quello che stiamo ascoltando. Non ci capiterà sempre che magari stiamo parlando, dialogando nei vari contesti… se si è nel lavoro si parlerà magari di lavoro, se si è tra amici si parlerà del più e del meno, però a volte in momenti comunicativi particolarmente significativi, scattano le condizioni non ideali. Ecco, una condizione ambientale che magari non sembra proprio adatta ad un ascolto profondo, perché magari la persona ti sta esprimendo un suo disagio, una sua forma di malessere per così dire… in quel caso è importante ascoltare un attimo, far capire che c’è la volontà di ascoltarla e cercare di creare le condizioni per un ascolto in un contesto un po’ più tranquillo, adatto, questo a volte è un aspetto importante da non sottovalutare. Poi non aver fretta di arrivare alle conclusioni, evitare il pregiudizio, che ci scatta un po’ in automatico… quando si incontra una persona e ci si parla, nei primi 10 – 15 secondi ci facciamo un idea di questa persona se ci piace o non ci piace, però è un approccio un po’ banale proseguire nella comunicazione secondo questo presupposto… superficiale… poi sapere che quello che la persona mi dice è una sua prospettiva, e che quindi anch’io ho una mia prospettiva che comprende di accettare che anche l’altra persona ha la sua prospettiva in base a quella che è l’idea. Un’altra regola potrebbe essere quella di considerare che le emozioni, che magari emergono durante la comunicazione non sono un aspetto di ostacolo, possono coinvolgerci di più, magari sono più impegnative da gestire, ma sono un aspetto positivo che può emergere, che ci fa magari cementare quella volontà di ascolto in quel momento nel quale siamo coinvolti con l’altra persona, e quindi potremo dire che un buon ascoltatore esplora i mondi possibili, parte dal presupposto che quando parla con qualcuno qualcosa da imparare ce l’avrà sempre: se non sull’argomento dell’oggetto della discussione, ma minimo potrebbe imparare a conoscere un po’ di più l’altra persona con la quale sta dialogando. Queste sono delle piccole, semplici linee di comportamento, di atteggiamento che migliorano senz’altro prima la nostra sensibilità e poi la nostra capacità di ascolto.

Quindi bisogna veramente porsi completamente all’altra persona e poi nascono sempre dei dialoghi costruttivi alla fine, perché c’è sempre da imparare l’uno dall’altro…

-Diamo troppo per scontato come dicevi anche all’inizio, per la frenesia, per la fretta, per l’urgenza, per tutte le cose che dobbiamo fare, però credo che si possa considerare veramente ogni giorno che tutte le persone ci possano dare qualche interesse, esprimere qualcosa, a volte anche che non ci piace, quindi ci aiutano a focalizzare quello che noi non vorremmo esprimere, o come noi non vorremmo essere nel momento in cui percepiamo che c’è un’altra persona che magari ci sta esprimendo qualcosa e anche in un modo che noi non sentiamo adeguato… ecco, in questo caso se riteniamo che la persona non stia parlando di noi, non ci stia giudicando, potremo ascoltare in modo attivo, sereno, e dire: ah, caspita, io non vorrei avere quel tipo di comunicazione, non vorrei arrivare al punto di esprimermi magari con quell’aggressività, tensione, o ansietà… oppure potrei chiedermi: anch’io a volte comunico con questa ansietà? Perché vedi Andrea, c’è di bello che se una persona si mette nell’atteggiamento di ascoltare in modo attivo, spesso riscopre nell’altro degli aspetti di se… e quindi l’altro ci fa in questo senso proprio da specchio… questo ci aiuta, è utile per riflettere.

Teniamo come prima l’esempio pratico dei professori a scuola, tante volte diciamo che anche gli studenti sembrano svogliati, ma magari è perché l’argomento non viene posto nel modo che li stuzzichi nella maniera giusta diciamo…

-Su questo aspetto si è tanto parlato in tutti gli ambiti per la buona scuola, al di la degli aspetti strutturali, istituzionali ecc, però di sicuro            con i tempi che sono cambiati, dovrebbe cambiare moltissimo anche l’approccio di insegnamento, perché l’ascolto è il primo atteggiamento che ci permette di imparare e quindi di apprendere. Certo che, se hai un emittente che pensa ancora di venire in aula, leggere delle slide, far leggere delle righe, tu cos’hai capito, spiegare in un soliloquio per un ora le cose, credo che i ragazzi oggi, nativi digitali, hanno veramente delle difficoltà, perché riscontrano un contesto molto più dinamico quando sono da soli con il loro ipad, o con gli amci, in rete, quando giocano o quando fanno attività in altri contesti, rispetto invece a quello che rischiano di trovare nel contesto dell’insegnamento scolastico.

Un po’ quello che succede anche in famiglia tante volte…

-Si, senz’altro, perché anche in questo senso è un aspetto che, nella nostra capacità di ascolto, quando siamo con le persone con le quali abbiamo maggior interesse di capirci bene, in famiglia, questi aspetti intervengono immediatamente direi e limitano a volte la comprensione semplicemente perché magari non ci si è dati l’opportunità di prendersi quei dieci minuti, spiegare le cose, andare un po’ in profondità… comprendere le rispettive esigenze e quindi avere un approccio all’ascolto più significativo è senz’altro una grande strategia di miglioramento dei rapporti interpersonali… e non ne parliamo nel lavoro, dove tutto è di corsa, frenetico, tutto si riduce a numeri, budget, aspetti tecnici tecnologici, organizzativi, ma in realtà questi aspetti vivono anche dell’interazione che le persone poi maturano ed esprimono nello stesso ambiente di lavoro. Quindi vedi questo aspetto di ascoltare attivamente: le persone dal mio modo di vedere, dal mio osservatorio, commettono dei danni in questo senso, perché pensano che per ascoltare bene ci voglia un mucchio di tempo… non è così… se noi impariamo ad ascoltare bene e diventiamo competenti nel nostro ascolto, noi diventiamo competenti sempre, e quindi ascoltiamo anche comunicazioni e dialoghi molto brevi e con grande efficacia.

E’ una cosa che ti viene in automatico alla fine…

-Certo, perché è una competenza che viene appunto definita come competenza trasversale, l’attenzione a tutti i segnali verbali, paraverbali e non verbali immessi dall’interlocutore. Disponibilità a lasciare spazio alle persone e concentrazione all’interlocutore, senza incalzarlo con troppe domande, evitando il pregiudizio ed interagendo con un buon feedback. Quando tu hai acquisito una buona padronanza, una buona competenza rispetto all’ascolto e quindi anche alla comunicazione, puoi ascoltare in modo molto efficace anche aspetti informativi, se ti capita nel lavoro, richieste che ti vengono fatte in base al ruolo che ricopri, e sai di poter essere più efficace perché sei stato… attento, ti sei coinvolto… se non hai capito hai il coraggio di dire: scusa, non mi è chiaro, me lo puoi ripetere meglio? L’ascolto attivo fondamentalmente poi è questo tipo di attivazione costante nel tempo e quindi non è che ci impegna di più del tempo normale. Per esercitarci allora si, magari c’è bisogno di prenderci quei dieci minuti, per fare un po’ di pratica. Nei corsi di formazione che io tengo uno spazio dedicato all’ascolto c’è sempre, in tutte le esperienze che riguardano la comunicazione, le competenze trasversali, c’è sempre.

A tal proposito io ti faccio la domanda classica che facciamo durante tutte le nostre puntate di formazione amica; passiamo alla prova pratica diciamo, un esercitazione che possono fare i nostri amici, che possiamo fare anche noi poi per impegnarci ad ascoltare meglio.

-In questo caso potrebbe essere una prova di dialogo: ci è utile cercare di sperimentarci, di provare. E allora pensavo che potrebbe essere interessante chiedere ad una persona di nostra conoscenza, della quale abbiamo un minino di rapporto che magari ci interessa migliorare, famigliari, un amicizia un po’ specifica, un collega di lavoro con cui abbiamo magari un dialogo, una forma di sintonia.. di prenderci un dieci minuti di tempo e di chiedere a questa persona se ha qualcosa di interessante che vorrebbe esprimerci, che vorrebbe dirci, di cui vorrebbe parlarci. Trovare un posto adatto perché si svolta questo dialogo e lasciare che questa persona si esprima facendo attenzione ai suoi comportamenti e a quello che ci dice, cercando di fare delle domande, cercando di dare feedback e cercando poi di arrivare nel giro di una decina di minuti ad una conclusione, magari chiedendo: ti fa piacere se provo a ridirti un po’ le cose che mi stai spiegando? Mi è sembrato che… si è parlato di questo, ho percepito questa sensazione, ecc… E questo diventa un dialogo che ci mette in una condizione di esprimerci in una logica di ascolto attivo. Poi, finito questo dialogo fare l’esatto contrario, quindi dire: guarda, anch’io vorrei esprimere qualcosa di me in modo che ci conosciamo un po’ meglio e riusciamo a scambiare un po’ le nostre esperienze. E diventare attivi comunicatori, quindi cercare di esprimerci nei confronti di questa persona e completare questo ciclo virtuoso diciamo con una forma di maggior attenzione, però dedicando prima un po’ di tempo ad ascoltare l’altra persona e poi un po’ di tempo a parlare noi. Poi alla fine di questi 15, 20 minuti che si è passati con questa persona trovare un modo gradevole di concludere il nostro dialogo, magari se vogliamo spiegando che vogliamo esercitarci un po’ nella capacità di ascolto, perché vorremmo migliorare la comunicazione che abbiamo con lei, questa persona… e questo è un modo se vogliamo semplice, però significativo che tiene collegati i vari aspetti di cui abbiamo parlato.

BRANO – ELISA feat. LIGABUE – GLI OSTACOLI DEL CUORE

 

 

PODCAST: COMUNICAZIONE

In attesa della 11^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 09 Febbraio dal titolo “EMPATIA”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Buon ascolto, ben ritrovati da Andrea Collalto su Container Radio per una nuova puntata di Formazione Amica insieme a Damiano Frasson. Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, buon giorno a tutti, ai tanti amici che ci stanno seguendo numerosi in queste settimane e nella diretta di oggi.

Apriamo questo mese di Febbraio, oggi lunedì 2, devo dire che siamo già arrivati alla decima puntata Damiano di Formazione Amica.

-Si, il tempo vola, ma trattando di argomenti interessanti e piacevoli, condividendo i vari feedback, punti di vista, e mail che ci arrivano come stimoli dai nostri ascoltatori, bisogna dire che è piacevole questa nostra cavalcata che stiamo facendo.

Assolutamente, poi devo dire che anche grazie agli ascoltatori, stiamo affrontando dei temi di settimana in settimana che un po’ aiutano a conoscere meglio noi stessi, e anche il tema di oggi riguarda la comunicazione, cosa importante che ci riguarda in tutti i campi della vita.

-Oggi, come avevamo annunciato anche la settimana scorsa parlando dell’importanza delle relazioni, volevamo entrare nello specifico di quella che è la relazione interpersonale, che ci porta ogni giorno in contatto con gli altri, con il mondo, ed è una pratica che abbiamo direi acquisito tutti quanti ma che poi ha delle sue specificità e non dovremo darla così per scontata come magari a volte accade nel lavoro, in famiglia, con gli amici.

In effetti si parla di comunicazione e uno dice: una cosa normalissima, la facciamo tutti i giorni… si, ma che cos’è la comunicazione Damiano?

-La comunicazione, come dice il termine, deriva da “Comunis”, cioè mettere in comune, quindi è un comportamento pratico che abbiamo e che attraverso le nostre modalità espressive che poi magari vedremo ci permette di interagire con gli altri e di mettere in comune le nostre idee, i nostri interessi, pensieri, e anche i nostri sentimenti, le nostre emozioni, quindi è veramente una competenza, appunto tra le competenze trasversali, tra le più importanti, tra le più decisive per determinare il nostro benessere.

Quindi è una cosa veramente importante comunicare, comunicare con gli altri, e ci sono tanti metodi di comunicare con le persone…

-Si, ci sono tanti modi, oggi infatti abbiamo tanti tipi di modalità diversi, abbiamo la comunicazione diretta, scritta, attraverso i social media, ma di fondo la comunicazione interpersonale diventa ed è ancora un territorio sul quale sperimentarsi, da esplorare, e da cercare di migliorare il più possibile, perché a parlare si parla, le cose le diciamo, credo che questo sia nelle abilità di base un po’ di tutti quanti noi, indipendentemente dal grado di istruzione, dal gruppo di lavoro, però è anche vero che poi per avere un efficacia comunicativa alcuni aspetti diventano indispensabili dire, indispensabili.

Tra i vari aspetti, ce ne puoi elencare qualcuno giusto per entrare meglio nell’argomento?

-Si, senz’altro dovremo tenere in considerazione ad esempio il fatto che la comunicazione vista come competenza, già ci porta ad una distinzione come competenza di alcune caratteristiche: ad esempio la competenza linguistica è il codice, il tipo di parola che usiamo per comunicare e ha una sua importanza come una competenza paralinguistica: la cadenza, la pronuncia, il timbro di voce, le pause che noi facciamo… un altro aspetto importante che struttura questa competenza comunicativa è per esempio la proselita: quando parliamo con gli altri in quale tipo di contatto siamo, quanta distanza o quanta vicinanza? Con quali altri comportamenti fisici accompagnamo la nostra comunicazione? Quindi appunto abbiamo detto comportamenti fisici, e si potrebbe parlare anche di competenza cinetica. I segni che facciamo con le braccia, con il nostro corpo, quella comunicazione definita non verbale, e poi il fatto che per esempio questi aspetti dovrebbero essere sviluppati nel modo più coerente possibile, in base al tipo di messaggio che noi vorremmo trasmettere. In ultimo una forma di consapevolezza che possiamo chiamare competenza socio-culturale, cioè rendersi conto del contesto in cui siamo, nel quale stiamo comunicando, che ruolo ho io, che ruolo ha l’altro, o gli altri, quindi ecco, questi ad esempio come vedi sono sei aspetti che ci fanno capire delle specificità diverse.

Una comunicazione quindi che non è soltanto verbale ma che può essere anche molto gestuale, ed in effetti è una caratteristica di noi italiani questa soprattutto.

-Si, senz’altro siamo famosi nel mondo per avere una grande abilità comunicativa proprio in questo senso, ma è un po’ tipico, l’espressione anche con il corpo è più tipica delle culture latine, siamo famosi per riuscire a farci capire un po’ dappertutto, in tutto il mondo, e probabilmente questo è un aspetto che si conosce poco, ma le persone di origine italiana, siamo tra i popoli più presenti in tutti i paesi del mondo. Siamo riusciti ad adattarci evidentemente bene, riusciamo a comunicare laddove noi poi invece abbiamo senz’altro qualche carenza a comprendere dal punto di vista del linguaggio, altre lingue di altre nazionalità di altri popoli… però noi con il non verbale, con i gesti, con questa modalità molto espressiva riusciamo a volte a sopperire a questa lacuna che abbiamo.

Ma che cos’è che influenza il modo di comunicare, la comunicazione con gli altri?

-Beh, la influenzano intanto il contesto sociale, ambientale, nel quale noi cresciamo, questo lo abbiamo anche appena spiegato e quindi sicuramente il tipo di comunicazione che abbiamo dipende molto dal contesto in cui siamo cresciuti, dal tipo di ambiente in cui cresciamo, e ad esempio da questo punto di vista l’Italia è il paese con infinità di lingue, perché anche le forme dialettali, di estensione della nostra lingua, in realtà portano a delle caratterizzazioni specifiche, e quindi già questo ci fa capire come ci possa essere una grande varietà di modalità, di stili comunicativi in base al contesto in cui siamo cresciuti. E poi anche il tipo di relazione che noi abbiamo con i nostri interlocutori. Può cambiare dal fatto che noi ci sentiamo in una forma di parità, o che ci poniamo in una comunicazione riferita al potere, ad un ruolo ad esempio, diverso nel lavoro a seconda delle responsabilità che abbiamo, oppure se abbiamo famigliarità col nostro interlocutore oppure se ci è estraneo, se abbiamo una certa qual grado di confidenza oppure di distacco, di freddezza. I ruoli tra i comunicanti sono senz’altro importanti. E poi un altro aspetto che influenza molto è quello che dicevamo all’inizio, il canale comunicativo. Se è un canale diretto, tecnologico, scritto, e anche questi sono aspetti che influenzano senz’altro la nostra capacità di comunicare.

Tra i canali più facili per comunicare, secondo me quello diretto dovrebbe essere quello che unisce di più le persone, tu che ne dici?

-Direi di si, perché il canale diretto interpersonale è il più variegato ed è quello che ci permette maggiore immediatezza ed è quello che ci permette di vedere che tipo di feedback ci ritorna dall’altra persona, perché dobbiamo considerare che i tipi di studi ormai si sono condizionati in questi ultimi decenni dopo molte tipologie, modalità di riflessioni sulla comunicazione, si sono portate tutta sulla comprensione dell’efficacia di un modello che viene così detto “interattivo”. Cioè c’è qualcuno che vuol dire qualcosa, c’è un messaggio che viene inviato all’altra persona che ascolta, quell’altra persona inevitabilmente ci da un feedback, e sulla base di quel feedback noi riusciamo a strutturare il proseguo della nostra comunicazione. E quindi questo aspetto di contenere nella comunicazione interpersonale in modo molto completo direi, da un lato il contenuto, cioè quello che vogliamo dire, e dall’altro la relazione che abbiamo col nostro interlocutore, è un aspetto che sicuramente nel rapporto interpersonale diventa molto più evidente e ci allena molto ad adeguarci noi e a riuscire anche a cogliere dove non siamo così efficaci e perché.

Effettivamente si, perché tante volte capita magari di voler comunicare con una persona, ma l’altra persona magari non riesce a recepire, magari non vuole ascoltare… in quel caso come bisogna comportarsi per riuscire ad entrare, a farsi capire?

-Ad esempio sai, un aspetto molto importante è cercare di parlare il linguaggio del nostro interlocutore, perché a volte non ci ascolta non perché non ha interesse, se fosse questo aspetto è importante e necessario capire se l’argomento che noi stiamo proponendo riveste per lui un certo interesse e stimolarlo a questo aspetto, ma senz’altro per esempio tutti quanti noi abbiamo prevalentemente un idea, un canale di percezione prioritario rispetto alla comunicazione, che può essere per alcuni più visivo, perché magari riflettono, ragionano di più per immagini… per qualcun altro può essere invece per di più uditivo, nel senso che sono delle persone che ragionano un po’ di più attraverso l’ascolto, oppure una terza via potrebbe essere quella di essere più sensibili all’utilizzo di un canale cenestesico, e quindi percettivo, un po’ sensoriale, emozionale, ed allora se noi ci troviamo di fronte magari ad un interlocutore e vogliamo essere efficaci, sarebbe una buona cosa cercare di comprendere qual è il tipo di canale che questa persona utilizza nella sua comunicazione, per trovare un modo di sintonizzarsi sulla sua frequenza potremo dire. E questo si capisce da vari aspetti, uno dei più semplici è quello di capire, di stare attenti alle parole che utilizza…

Bisogna essere sempre un po’ psicologi con le altre persone…

-Diciamo che dovremo cercare di essere attenti a comprendere meglio il tipo di messaggio che ci arriva, perché di solito si sta troppo concentrati su quello che vogliamo dire noi, e poco concentrati su quello che ci stanno ponendo gli altri sostanzialmente. Ma gli altri nel risponderci, oltre che a darci il loro feedback sul contenuto e mostrandoci la loro modalità di relazione, ci dicono anche loro qualcosa di se stessi, ed ecco che se vogliamo trovare un punto di sintonia, sarebbe buona regola trovare questa sintonia, questo metterci sulla stessa lunghezza d’onda potremo dire. Se una persona utilizza ad esempio verbi, parole che hanno a che vedere con le immagini: guardare, vedere, allora è probabile che sia una persona che tendenzialmente ha un approccio, un modello del mondo visivo. Se voglio essere efficace con lei è preferibile che la richiami ed utilizzi questo tipo di parole ad esempio, piuttosto che “ascoltami”. Sono proprio delle capacità che bisogna affinare e allenare.

Per quanto riguarda invece le forme di comunicazioni scritte, che sono un po’ più difficili diciamo rispetto a quelle dirette, personali?

-Oggi attraverso la comunicazione anche tecnologica ma non solo, perché lo scritto ci porta anche ad una modalità che spesso è utilizzata nel lavoro per passare informazioni, indicazioni… ecco rispetto a quello l’utilizzo delle parole giuste e della semplicità di linguaggio a maggior ragione diventa importante, senz’altro più utile cercare di comunicare anche per iscritto in modo concreto, conciso, di chiedere un punto di vista all’altra parte, porre una domanda, e così cercare di avvicinarsi a quello che accade anche nella comunicazione interpersonale. Diverso è invece ad esempio se vogliamo esprimere qualcosa di più nostro, intimo, personale, così anche più emozionalmente coinvolgente, così anche lo scrivere in modo più ampio, lasciando un po’ andare anche la penna sul foglio, oppure i caratteri sulla tastiera se lo scriviamo al computer, ci può dare una forma di ampiezza, di completezza comunicativa molto interessante. Ad esempio in ambito formativo, nei corsi di comunicazione che tengo sull’intelligenza emotiva, sulle competenze trasversali vengono alternate ad esempio queste modalità: l’espressione diretta, l’espressione scritta, e anche questo tipo di aspetto quindi aiuta a prendere, a sistemare un po’ un registro comunicativo che poi ci ritorna molto ultile nella nostra quotidianità

Poi anche in questo caso dipende dai feedback che si ricevono dall’altra parte e un po’ alla volta si può anche imparare magari a correggere il tiro…

-Si, questo è importante, perché ci sono alcune disfunzioni comunicative direi, alcuni problemi, che sarebbe bene cercare di evitare

Ci sono degli esercizi in questo caso per imparare a comunicare meglio con gli altri Damiano?

-Sai, ci ho pensato, per oggi a questo aspetto dell’esercizio. Mi verrebbe da dire in modo molto pratico, di stimolare i nostri ascoltatori a comunicare in un modo migliore, più efficace, soprattutto più che farne una qualche riflessione scritta, però pensando a questo aspetto dinamico che sarebbe molto utile, pensavo che potrebbe essere interessante dare alcune caratteristiche direi abbastanza pratiche ed essenziali, per avere una comunicazione più efficace. Sono sette aspetti che ci aiuterebbero a riflettere sulla nostra modalità di comunicazione e cercare quindi per ognuno di portare all’attenzione nei prossimi tempi quando comunichiamo con gli altri su questi aspetti, che ne dici?

Assolutamente d’accordo, anzi sono curioso di conoscere questi aspetti per poi anche riuscire a metterli in pratica, perché effettivamente ho notato una cosa: anche noi ci occupiamo di comunicazione ma non se ne sa mai abbastanza, non si sa mai come recepiscono le altre persone quello che diciamo alla fine…

-Qualche filosofo lo chiama il grande gioco infinito della comunicazione, proprio perché è quasi una modalità con la quale noi giochiamo la vita, interagiamo con gli altri, però è anche infinito, perché cambia continuamente ed è un abilità che anche poi tra l’altro si consuma, come tante competenze. Nel senso che se noi per un certo periodo non siamo così efficaci, non abbiamo modalità di esprimerci, abbiamo poche occasioni di farlo, ci richiudiamo un po’ in noi stessi, perdiamo un po’ anche questo tipo di abilità, ed ecco quindi che come dicevi tu è importante continuare a farlo e cercare di migliorarsi continuamente.

Bisogna sempre tenersi allenati quindi…

-Sempre, sempre tenersi allenati. Il primo punto, la prima caratteristica è ad esempio la completezza della nostra comunicazione. Nel senso che se vogliamo avere efficacia sarebbe bene che quello che noi vogliamo dire, comunicare all’altra persona, sia in qualche modo abbastanza completo, che contenga quegli elementi che permettono al nostro interlocutore di capire bene di che cosa stiamo parlando. La completezza è il primo aspetto per avere una comunicazione efficace. Poi il secondo, che va proprio a limitare che nella completezza non diventiamo troppo estesi, è il fatto di essere concisi. E’ preferibile utilizzare frasi brevi, messaggi concisi, verificare il feedback dell’altra persona, magari facendo una domanda, piuttosto che partire con un sermone chilometrico… ti dico, ti racconto… che poi non si sa più se è uno sfogo, se è una comunicazione, che cosa diventa… quindi completezza ed essere concisi. Il terzo aspetto è la considerazione. Cioè il punto di vista degli altri nel momento in cui comunichiamo non è che possiamo non considerarlo. Dovremo quindi stare attenti alle necessità del nostro interlocutore e tenere conto che c’è anche lui nella nostra dinamica comunicativa. E quindi magari coinvolgerlo, verificare quanto il tema gli interessa, cercare di adeguarci all’altro, in modo che non andiamo verso una comunicazione unidirezionale, ma una comunicazione bi direzionale. Il quarto aspetto è la concretezza. Cioè un comunicazione efficace è efficace anche se è concreta, cioè se parla di cose che quindi nello stimolare anche l’altro ritrovano poi una ricaduta, una qualche ripercussione pratica… questo ovviamente se stiamo parlando di una comunicazione tra persone, per esempio nel lavoro, in famiglia, con gli amici, anche questo aspetto è molto interessante che a volte diamo un po’ per scontato. Si parla del più e del meno e poi tutto sommato si rimane con quella sensazione del si.. va beh… però… probabilmente questa comunicazione era poco concreta. Un quinto aspetto che a me piace in particolare perché lo trovo un aspetto semplice che però vedo ha un enorme impatto sulle persone: la cortesia. Cioè per comunicare in modo efficace è utile cercare di avere col nostro interlocutore una conversazione che si sviluppi in un clima per quanto possibile di serenità, per quanto possibile anche se a volte ci capita che le condizioni non lo permettono, però per quanto possibile in una forma di attenzione, di cortesia, di educazione direi del nostro modo di comunicare. Siamo troppo abituati anche dai media ad una informazione, comunicazione gridata, urlata, dove si sovrappongono gli interlocutori, parlano in dieci e nessuno ascolta l’altro, però questo non è che la renda così efficace, forse è efficace per l’audience televisivo, però se ci abituiamo nella nostra quotidianità a questo stile non ci aiuta. E siamo quasi alla fine, poi un altro aspetto importante è la chiarezza Andrea, che quello che diciamo sia chiaro, che enfatizzi l’importanza di quello che stiamo dicendo, ma che usi anche dei termini appropriati. A me capita spesso quando tengo i corsi che hai di fronte magari persone che provengono da vari contesti, da varie situazioni diverse e ti devi mettere come una forma di emittente che deve cercare di adeguare i termini che utilizza all’interlocutore. Quindi questo aspetto è molto importante. E ultimo è la correttezza. Nel senso che comunque effettivamente usare delle parole che siano coerenti nel senso a quello che vogliamo dire, che ci sia quindi la correttezza nel senso potremo tradurlo anche nel senso di coerenza, tra quello che io voglio spiegare e quello che è il contesto. Se voglio parlare con una persona di un aspetto intimo, personale, perché ritengo di avere bisogno di esprimerle qualcosa, così di emozionalmente anche coinvolgente e magari lo faccio in un contesto frenetico, al bar, oppure al supermercato perché trovo l’amico eccetera… non è detto per esempio che questo sia il momento più adatto per cercare di avere l’idea di una forma di coerenza.

Quindi questi sono i vari aspetti da tenere sempre bene a mente quando si comunica con le persone.

-Si, per essere efficaci: completezza, essere concici, considerare l’altro, concretezza, cortesia, essere chiari ed avere una forma di correttezza, di coerenza.

Abbiamo visto quindi che comunicare è una cosa naturale ma non è proprio una cosa facilissima

-No, non è facilissima diciamo nel momento in cui vogliamo essere efficaci. A parlare si parla tutti, credo che ci si capisca mediamente molto, tutti quanti noi cresciuti ormai in una società della comunicazione, abbiamo senz’altro competenze di comunicazione di base molto forti, migliori senz’altro di quello che potevano avere i nostri genitori, i nostri nonni, però poi bisogna vedere quanto riusciamo ad essere efficaci con la nostra comunicazione e quindi efficaci anche con noi stessi, perché quando poi comunichiamo agli altri, le prime due orecchie che sentono quello che diciamo agli altri sono le nostre…

 

BRANO EROS RAMAZZOTTI – PARLA CON ME.

 

PODCAST: L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

In attesa della 10^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 02 Febbraio dal titolo “COMUNICAZIONE”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Si parte anche questa settimana con una nuova puntata di Formazione Amica, siamo pronti per cominciare ed intanto ben trovato a Damiano Frasson.

-Ciao Andrea, bentrovati a tutti gli ascoltatori.

Si riparte anche questa settimana quindi per parlare di Formazione Amica. Devo dire che anche in questo caso l’argomento sicuramente interessa tutti noi, perché è un argomento che viviamo tutti i giorni, perché tutti i giorni siamo in contatto con le altre persone…

-Si, siamo in contatto con le altre persone, in ogni momento della nostra quotidianità, come è nello stile, nello spirito di questo nostro percorso che abbiamo ideato insieme, quello di aiutare le persone ad avere qualche spunto proprio per interpretare situazioni, comportamenti, che noi viviamo nella nostra quotidianità e che hanno anche però una valenza, un importanza molto significativa, sulla quale può essere utile fare delle riflessioni.

Assolutamente, quindi oggi parliamo dell’importanza delle relazioni.

-Si, esatto, oggi vorremo parlare proprio dell’importanza delle relazioni che hanno le persone tra di loro, solitamente si traduce questo anche con qualcosa che riguarda la comunicazione interpersonale, e in effetti abbiamo ricevuto anche sollecitazioni per alcune puntate che riguardano la comunicazione, il rapporto con gli altri… qualcosa abbiamo già detto e nelle prossime settimane senz’altro lo faremo, ma le relazioni rivestono un importanza direi strategica particolare, perché la relazione si riferisce ad un rapporto che noi abbiamo con una o più persone, e si basa su diversi aspetti, perché noi possiamo avere delle relazioni legate all’aspetto parentale, quindi famigliare, poi sviluppiamo anche delle relazioni legate ai nostri sentimenti, stati d’animo, poi abbiamo anche relazioni che noi sviluppiamo riguardo ai nostri interessi, quindi condividiamo con altri aspetti del nostro tempo libero, dello sport, della politica, del volontariato, dello stare insieme, e quindi instauriamo relazioni che poi si caratterizzano anche in base ai contesti nei quali noi ci esprimiamo. Per esempio interessi professionali, nel mondo del lavoro, dove passiamo molto tempo della nostra quotidianità, quindi le relazioni sono in un certo senso quella caratterizzazione del valore del rapporto che noi instauriamo con gli altri a seconda dei contesti nei quali ci coinvolgiamo.

Praticamente coinvolgono ogni aspetto della nostra vita e praticamente ogni ora direi, perché in ogni caso ci stiamo sempre relazionando con gli altri alla fin fine…

-Si, ci relazioniamo sempre con gli altri: già Aristotele lo disse, l’uomo è un animale sociale e quindi per definizione l’essere umano vive relazioni sostanzialmente per due motivi di fondo: perché ha il desiderio di vivere in armonia con le altre persone, anche se a volte questo non sembra, ma l’idea filosofica di fondo è di vivere con gli altri in modo armonico e positivo, condividendo attività, idee, pensieri e i propri comportamenti. L’altro aspetto è proprio nella natura, la socializzazione, quindi è un po’ quella tendenza che noi abbiamo a vivere in modo il più esplicito o meno la nostra capacità di realizzare, è abbastanza facile capire che tendenzialmente c’è qualche persona che può essere più introversa o più estroversa, qualcuna che è più orientata un po’ a se stessa, qualcun’altra che è più orientata alla società o alla comunità.

Anche li ci sono diverse tipi di persone, diversi tipi di personalità e diversi tipi di persone anche, perché poi si instaurano anche a differenza delle persone diversi tipi di relazioni, magari si è più attaccati a delle persone rispetto ad altre anche.

-Questo senz’altro, perché poi noi impariamo anche in un certo senso proprio attraverso la valorizzazione, quindi una forma di autoriflessione legata al picco di soddisfazione potremo dire, di beneficio, di benessere che noi percepiamo nel rapporto con gli altri, e in realtà ci attacchiamo anche, quindi potremo dire a volte ci affezioniamo alle persone in modo diverso, e questo pensa Andrea fin da quando siamo bambini, perché in realtà questo concetto di attaccamento, che è proprio l’origine in un certo sento della relazione, è presente fin da quando siamo piccoli, da neonati. Ci attacchiamo innanzitutto alla mamma ovviamente, e pian piano anche ad altre figure che per noi diventano fondamentali, dall’orientamento in poi alla crescita finchè non diventiamo autonomi, indipendenti.Infatti per quanto riguarda l’attaccamento possiamo avere per esempio dei bambini che crescono in modo abbastanza sicuro, perché instaurano una relazione armonica, equilibrata, cooperativa con la madre o con le altre figure affettive, oppure potremo avere dei bambini un po’ insicuri, che hanno quindi una relazione un po’ ansiosa magari con il genitore o con la madre, e bambini che sono insicuri ma che sono resistenti, quindi questi sono bambini che sviluppano una tendenza alla relazione un po’ forte, un po’ a volte in parte aggressiva o in parte distaccata, e questo poi ci fa già capire che per come ognuno di noi ha imparato, ha vissuto, in modo anche spontaneo, i primi quattro, cinque, sei, sette anni della nostra vita con le figure di riferimento, incide anche, da una forma di imprinting, di idea generale di come poi tendiamo a vivere le nostre relazioni con gli altri.

Quindi parte tutto fin da tenera età in base anche ai caratteri delle persone…

-Si, parte in tenera età, l’aspetto educativo sicuramente incide e il tipo di relazione che un bambino ha con la figura di riferimento in primis la madre, ancora negli ultimi due, tre mesi prima di venire al mondo, e poi quando nasciamo con la madre prima e poi con le figure di riferimento: genitoriali, il padre e anche con poi le altre persone con cui dividiamo gradualmente un po’ la nostra, il nostro bisogno di attaccarci a qualcuno che ci dia quella sicurezza che da piccoli noi abbiamo.

E’ arrivata una domanda da parte di Sonia che dice: se la relazione madre-figlio è staccata, contribuisce a creare un adulto che può avere difficoltà ad instaurare relazioni durature da adulti?

-Beh, diciamo che il fatto che ci sia una forma di distacco tra un figlio e una madre, o non così affettivamente legato, questo può in parte incidere sicuramente nel fatto che poi da adulti si abbia un po’ una difficoltà di relazione. Potremo dire che se non sviluppiamo il coraggio di avere una relazione con le persone che dovrebbero darci maggior stabilità e sicurezza, ovviamente da adulti vediamo con maggior difficoltà questi che “sono ancora più estranei…”

Damiano, noi sappiamo bene però che per stare bene con gli altri, dobbiamo prima di tutto stare bene con noi stessi: anche in ambito relazionale?

-Si, anche in ambito relazionale, assolutamente, infatti stavamo parlando di come noi approcciamo un rapporto con gli altri e questo deriva anche da una capacità che noi acquisiamo e che sviluppiamo, diventando adulti, per così dire dobbiamo avere una relazione anche con noi stessi, e quindi una buona conoscenza di noi stessi per cercare poi nella comunicazione, nel rapporto con gli altri di sviluppare quelle gestioni, quei rapporti, quelle relazioni che ci permettono come abbiamo detto qualche puntata fa parlando di autostima di avere anche una forma di apprezzamento, di comprendere il valore che noi diamo a noi stessi ma anche quello, il feedback che gli altri esprimono verso di noi e che nutre anche la nostra autostima. Quindi direi che quando parliamo di relazioni non dobbiamo dimenticarcelo, è utile non pensare soltanto all’altro, al rapporto che io ho con l’altro, ma partire anche dal proprio percorso di crescita personale, di conoscenza di se, siamo sempre in relazione con noi stessi al minimo diciamo… al minimo noi siamo sempre in relazione con noi stessi: con i nostri pensieri, con le nostre sensazioni, con i nostri stati d’animo, e quindi poi è da questo che noi partiamo per instaurare i rapporti con le altre persone. Qundi anche da adulti, come abbiamo detto per i bambini possiamo essere più o meno autonomi nella gestione delle relazioni, possiamo essere preoccupati dalla relazione, o possiamo anche vivere la relazione con una forma un po’ così di distacco o di difficoltà, ecco.

Io so che poi in questi ultimi anni in particolar modo la tecnologia ha cambiato in qualche modo anche il metodo di relazionarci con gli altri, qui mi viene in mente in modo particolare il mondo dei social network.

-Si, questo senz’altro cambiamento dell’avvento delle tecnologie che ormai è iniziato da una trentina d’anni a questa parte sta trasformando direi in profondità anche l’approccio che le persone hanno con le relazioni o con le modalità comuninicative. Ci sono due grandi categorie potremo dire di relazioni tra le persone: quelle dirette e quelle che oggi potremo dire immediate da tecnologia, e un tempo si vivevamo prevalentemente quelle dirette. Poi piano piano con l’avvento delle tecnologie, della televisione, della radio, nel secolo scorso e in ultimo aspetto quello dei social media, senz’altro questo ha creato delle molte opzioni in più che noi abbiamo a disposizione, però anche la difficoltà di distinguere un po’ i contesti, perché hanno senz’altro delle similitudini per certi versi, però diciamo che siamo un po’ pervasi da queste nuove tecnologie, quindi si rischia di assumere tendenzialmente comportamenti tipici dell’utilizzo tecnologico anche nelle relazioni dirette, e questo non è magari così positivo.

In effetti no, perché poi insomma bisogna un attimo imparare anche a scindere tra i vari tipi di relazione, quelle dirette sono decisamente tutta un’altra cosa rispetto a quelle che ci sono sui social.

-Si, le relazioni dirette hanno mote caratteristiche che sono tipiche proprio nella relazione, direi che nei social si sono creati dei contesti che hanno preso spunto da alcuni comportamenti di base che le persone hanno nella loro vita diretta. Cioè, io e te magari Andrea ci ritroviamo in un posto, siamo andati a fare magari una domenica una passeggiata magari con la famiglia, ci troviamo in un bel posto e cosa diciamo quindi: “Guarda che bel posto, ti piace?” Si, mi piace. Ecco quindi che ogni volta che noi in facebook ogni volta schiacciamo mi piace, andiamo semplicemente ad attribuire un comportamento che è tipico anche dei rapporti interpersonali e andiamo a dare una forma di valorizzazione a quel post, quel commento o anche a quella persona, però poi non è detto che perché una persona ha tantissimi mi piace, effettivamente poi abbia sviluppato una sua interazione con le persone con le quali si è messo in relazione attraverso lo strumento. Sarebbe buona cosa, come molti studiosi di un certo livello e di una certa competenza esprimono, utilizzare i social più verosimilmente come viviamo le relazioni nella nostra quotidianità. Quindi è inutile avere magari tanti amici, non si sa neanche chi sono, non gli abbiamo neanche mai stretto la mano… ok… però per dire, ci sono tutte queste caratterizzazioni che iniziano a mettere un po’ anche in discussione le modalità relazionali delle persone.

E’ vero, a volte poi si esagera nel loro utilizzo, come sempre bisogna usare come diciamo spesso anche moderazione, perché poi non si riesce più a capire la realtà da quello poi può essere anche finzione, perché spesso dietro ai social troviamo persone che magari non sono quello che sembrano.

-Si, diciamo che nel rapporto interpersonale quando si incontra qualcuno di sconosciuto ci sono tutta una serie di strategie che ci mettono in funzione di poter verificare la realtà di cio che abbiamo di fronte, del rapporto che abbiamo con l’altra persona, di proseguire, di sottrarsi o meno a questo. Attraverso lo strumento tecnologico c’è una mediazione che interviene e questa mediazione può anche favorire per certi versi una falsificazione della realtà del nostro interlocutore, e infatti io pensando a come avremo potuto affrontare questo tema, mi sono fatto anch’io delle domande e ne giro qualcuna ai nostri ascoltatori, perché è utile riflettere: quindi per esempio potremo chiederci quale tipo di soddisfazione ai nostri bisogni troviamo nei rapporti diretti che abbiamo con le persone? E quale tipo di soddisfazione invece troviamo in quelli mediati. Quindi già questo ci permette di riflettere sul fatto che a contesti diversi vanno, dovrebbero andare a rispondere le nostre esigenze diverse. Quanto rischiamo di perdere il bisogno di relazionarci a tu per tu con gli altri delegando continuamente all’aspetto tecnologico la maggior parte delle nostre ammirazioni? Questi strumenti, come dicevamo poco fa, ci aiutano o ci danno qualche difficoltà nel migliorare le nostre relazioni interpersonali? In realtà sono io che gestisco le mie relazioni interpersonali con gli altri, o sono gestito dagli altri o dagli strumenti che avrei a disposizione? Una riflessione un po’ ampia ma la gestione delle relazioni umane parte proprio da questa idea, la capacità di avere consapevolezza di sapere la nostra dinamica comunicativa, relazionale con il mondo, con gli altri.

Nel frattempo Damiano è arrivata un’altra domanda da parte di Sonia proprio sul comportamento relazionale e chiede: come gestire una relazione in cui uno si impone sull’altra persona?

-Questa è una domanda interessante e diciamo che sarebbe una buona norma quella di non imporsi nei rapporti interpersonali. Nel caso in cui abbiamo la sensazione o anche effettivamente una condizione in cui un’altra persona tende ad imporre le proprie idee, le proprie convinzioni su di noi, diciamo che noi dovremo avere un attenzione a cercare di rendere evidente, di rendere esplicita questa nostra difficoltà, disagio, all’altra persona, e qual’ora questa situazione relazionale rimanga nei canoni per così dire dell’accettabilità probabilmente può essere utile trovare qualche punto di incontro e cercare di far capire che questa relazione provoca su di noi e su questa persona una forma di disagio, quindi richiedere una modalità diversa. Nel momento in cui questa situazione superi i canoni dell’accettabilità, in quel caso è necessario magari prendere un appuntamento con un esperto, con una persona, per cercare di affrontare questa situazione relazionale che crea delle difficoltà.

Quindi in questo caso farsi aiutare anche diciamo che può servire.

-Si, può servire farsi aiutare, perché noi dovremo cercare di non sviluppare questo tipo di relazioni, di prevaricazione, ma è anche vero che a volte le subiamo noi altri. Visto che come detto la relazione si fonda anche su un attaccamento, su una qualche forma di profondità relazionale, dipende dall’importanza della persona con cui abbiamo la relazione e di che cosa dobbiamo considerare, che cosa c’è in ballo.

Damiano, c’è anche qualche esercitazione che ci può aiutare a scoprire poi l’importanza delle relazioni con le altre persone che frequentiamo?

-SI, possiamo fare moltissime riflessioni interessanti e cercare di esercitarci alla valutazione di questa importante criterio, delle nostre capacità comunicative. Come al solito diciamo che possiamo prevedere un piccolo schemino che ci aiuta in questo senso proprio perché ci può impegnare una decina di minuti. Magari potremo prendere il solito nostro foglio e in questo caso lo potremo dividere in quattro colonne in verticale. Nella prima a sinistra potremo fare un breve elenco delle persone con le quali io mi sento in relazione in questo momento della mia vita. Poi nella colonna di fianco, ad ogni situazione relazionale che abbiamo indicato, potremo andare a darci una scala, mettendo una valutazione su una scala da uno a dieci, di quanto è importante ognuna di queste relazioni che abbiamo con le altre persone. Il secondo step quindi è quello di fare un auto valutazione dell’importanza che riveste quella relazione che noi abbiamo. Quindi ci troveremo una seconda colonna con tutta una serie di auto valutazioni. Nella terza colonna invece potrei riflettere facendo sempre una scala da uno a dieci, su quanto crediamo sia importante per queste persone essere in relazione con noi. Quindi facciamo anche una valutazione ipotetica, probabilmente abbiamo motivi, situazioni, per saperlo dire, di quanto possa essere importante per loro essere in rapporto con noi. Alla fine nella quarta colonna, potremo farci una lista di priorità delle relazioni che sentiamo come più importanti e altre meno, quindi non so: abbiamo un elenco di venti persone con le quali ci sentiamo in relazione in qualche modo, abbiamo fatto di questo elenco un auto valutazione su quanto importanti sono per noi e quanto importanti siano, per queste persone, essere in relazione con noi, e alla fine ci facciamo per così dire una lista di priorità e potremo così scoprire a quali magari possiamo dedicare un po’ di tempo in più, una qualche attenzione in più, e quale magari delle venti tutto sommato, o perché la situazione relazionale è anche mediamente positiva, o perché poi scopriamo che c’è qualche situazione relazionale che può anche non attrarre tutte le nostre energie, tutte le nostre attenzioni… questa mi sembra una riflessione concreta che ci aiuta a qualificare le nostre relazioni e anche a farne una forma di auto valutazione.

BRANO: UN FILO DI SETA NEGLI ABISSI di Elisa

PODCAST: AFFRONTARE IL CAMBIAMENTO

In attesa della 9^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 26 Gennaio dal titolo “Gestire le relazioni interpresonali”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Si ritorna anche oggi con il nostro appuntamento settimanale con Formazione Amica, ben ritrovati da Andrea Collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, buon giorno a tutti i nostri ascoltatori, ben ritrovati a tutti.

Questa è l’ottava puntata di Formazione Amica e prosegue quello che è il nostro viaggio un po’ anche all’interno di noi stessi per motivarci ed affrontare al meglio le cose della vita. Anche il tema di oggi devo dire è di quelli importanti perché lo viviamo giorno dopo giorno praticamente Damiano.

-Si, lo hai già in parte introdotto ed è un po’ quello che viviamo tutti i giorni nella nostra quotidianità. Oggi volevamo proporre ai nostri ascoltatori un tema molto significativo e molto sentito da un po’ di tempo: affrontare il cambiamento.

Un bel tema anche perché effettivamente in questi ultimi anni possiamo dire “un po’ si vive alla giornata” e si affrontano i cambiamenti veramente giorno dopo giorno.

-Senz’altro si, i cambiamenti sono diventati una costante della nostra quotidianità, ma diciamo che è interessante fare qualche riflessione su questo tema, perché a volte nell’interpretare il cambiamento rischiamo anche di crearci qualche difficoltà in più perché magari vorremo evitarlo, ed evitarlo è praticamente impossibile. Quindi pensavamo di fare qualche riflessione su questo tema che è interessante.

Più che evitarlo bisogna proprio affrontarlo giorno dopo giorno e un po’ magari avere la forza di portare le cose a nostro favore possiamo dire…

-Si, questo è un concetto senz’altro che noi dimentichiamo a volte quando ci troviamo in un momento di difficoltà e lo associamo al concetto di difficoltà oppure alla parola crisi, perché ci cambiano le condizioni che noi pensavamo, si rompe quella staticità, quella tranquillità alla quale ci eravamo abituati, ed ecco allora che in questo senso può essere interessante ricordare che il cambiamento oltre ad essere una condizione della vita in natura, il cambiamento è naturale per definizione, perché significa tutto cio che noi dobbiamo vivere continuamente. Cambiare in natura. Non potrebbe essere così se non ci fosse il cambiamento, quindi è una cosa estremamente naturale e noi a volte non la interpretiamo in modo corretto. E allora ci può aiutare ricordare che appunto come dicevo poco fa, in antichità per i greci la parola cambiamento aveva chiaramente il significato di crisi, era definita così e nel significato di crisi c’era sia il concetto di pericolo, che il concetto di decisione, e quindi questo ci aiuta a ricordare che quando siamo di fronte ad un cambiamento sentiamo in un certo senso il pericolo, il timore, il disagio, la novità, l’ignoto che si avvicina a noi, non sappiamo a che cosa andremo incontro ed ecco che però questo ci stimola anche all’idea che dobbiamo prendere una qualche decisione. Quantomeno quella di affrontarlo questo cambiamento è già una decisione importante e significativa. Per versi diversi, nell’antichità ma ancora oggi con l’ideogramma cinese che viene utilizzato per rappresentare questa parola, questo termine, è rappresentato proprio come un doppio disegno che ci indica sia pericolo che opportunità. Quindi ecco che come dicevi tu, portare le cose a nostro favore significa cercare di interpretare il cambiamento, cercando anche di vedere, esplorare, quali opportunità questo cambiamento può portare nella nostra vita, non soltanto ai disagi e alle difficoltà.

Cosa chiaramente non semplice, ci vuole molta forza all’interno di noi stessi ovviamente per affrontarle e vedere il lato positivo tante volte.

-Si, ci vuole forza senz’altro, però Andrea bisogna dire che ci vuole anche un po’ di metodo, un po’ di criterio, cioè il cambiamento a volte è immediato, a volte siamo costretti dalle condizioni, quindi è repentino, però come dicevi tu in esordio di questo incontro, non è che il cambiamento per così dire ci porta per forza a subire delle condizioni e allora noi siccome le subiamo tutti i giorni, i cambiamenti avvengono intorno a noi anche alla nostra insaputa o senza che noi possiamo esserne molto partecipi e allora comincio a vivere alla giornata solo perché tanto non vale la pena pianificare o progettare… diciamo che sicuramente i tempi si sono ristretti in senso alla nostra possibilità di intervento, però se riusciamo ad entrare nell’associazione della logica che è naturale, che significa movimento, che significa anche energia e che è proprio l’esatto contrario di una staticità che poi porta ad una mancanza alla lunga di energia, ecco che allora ci può aiutare a mantenerci attivi anche mentalmente come riflessioni e come motivazioni rispetto all’idea di dire: bene, accetto questo cambiamento, cosa dovrò affrontare? Mi costerà delle difficoltà, ma potrebbe portarmi anche dei vantaggi, quali obbiettivi posso cercare di vedere, di definire all’interno di questo momento di cambiamento, in quarto tempo dovrò gestire, o per quanto tempo dovrò gestire questo cambiamento, perché anche l’idea di affrontare un cambiamento e di risolverlo in quattro e quattr’otto è abbastanza complesso… se è una cosa molto importante difficilmente di solito si risolve in un quattro e quattr’otto, c’è bisogno di una peculiarità e quindi anche di una forma di progettualità per affrontare il cambiamento.

Quindi un po’ pianificare la nostra vita e non rinunciare mai a sognare possiamo dire.

-Non rinunciare mai a sognare come abbiamo detto anche qualche incontro fa, quando parlavamo della consapevolezza, quando parlavamo degli obbiettivi delle nostre motivazioni… direi che probabilmente questo grande cambiamento globale che stiamo vivendo, in questa che viene chiamata società liquida, che è iniziata diciamo tra la fine degli anni 90 e il passaggio al nuovo millennio, è un cambiamento molto importante, molto grande, collettivo, che implica tanti aspetti, tanti fattori, quindi è difficile anche dire: tra un annetto o due le cose sono sistemate e poi si riprende… sarà più uguale a se stesso, è un cambiamento epocale, la storia ci insegna che i cambiamenti epocali sono soprattutto a livello sociale, culturale, anche economico, finanziario, di lavoro, di vita, hanno coinvolto il genere umano per alcuni decenni e penso anche per un paio di secoli in qualche occasione, quindi diciamo che siamo sicuramente sollecitati in modo molto forte, però è utile avere anche la dimensione della possibilità di intervenire in tutto questo, ecco.

Ci vogliono anche gli approcci giusti quando arrivano i cambiamenti quindi.

-Si, ci vogliono degli approcci corretti. Diciamo che ci sono degli approcci di fondo: c’è quello difensivo, che è il primo che scatta direi, proprio un meccanismo di difesa che tutti noi abbiamo di fronte al cambiamento, ci teniamo a difendere le nostre abitudini, tendiamo a pensare al passato, ci lamentiamo, non vorremo questo cambiamento, perché magari avviene in momenti in cui siamo impegnati su qualcos’altro, è naturale, però rimanere fermi nella prima modalità di affrontare il cambiamento, quindi difensiva ci porta alla lunga a rimanere statici, a rimanere anche lenti e a consumare piano piano tutte le nostre energie fisiche, mentali, emotive, ma anche economiche, anche semplicemente solo per esistere. Però alla lunga poi non generiamo altri sviluppi. Poi c’è il secondo approccio, molto importante, che è quello di esplorare. Se è difensivo può essere un automatismo, la modalità di esplorarlo che a qualcuno magari viene anche in modo abbastanza istintivo perché ha una forma di preparazione o di predisposizione in merito al cambiamento, è già abituato a gestirne tanti e quindi è allenato, però se anche viene dopo viene dopo la prima modalità difensiva, la modalità esplorativa è proprio quella che ci porta ad esplorare le opportunità, a cercare di capire quali aspetti della nostra vita coinvolge questo cambiamento, ci aiuta a pensare a quali opportunità ci potrebbero essere, a quali abitudini di vita spesso noi dobbiamo andare incontro, che tipo di cambiamento c’è delle nostre abitudini. Nella mia esperienza nell’ambito della formazione, della consulenza, ho potuto notare che la persona risponde al cambiamento spesso si intimorisce pensando che deve buttare via tutto e ricominciare di nuovo, ma in realtà poi, ci sono tantissimi piccoli cambiamenti che intervengono anche nel breve periodo, direi settimanalmente, mensilmente che concorrono tutti a farci fare qualche continua variazione alle nostre abitudini. E’ chiaro che se noi rimaniamo molto trincerati, statici, fermi, rispetto ad un cambiamento che viviamo intorno a noi, poi quando ci troviamo a dover cambiare allora si, in quel caso rischiamo di dover mettere tutto sottosopra.

Diventa uno shock

-Allora diventa uno shock, infatti si parla anche di shock del cambiamento, quando ci sono delle cose che effettivamente ristagnano ad un punto tale come stiamo vedendo anche a livello generale, in alcuni casi c’è lo shock perché qualche decisione drastica    deve essere presa per cambiare radicalmente l’approccio. Però quando noi ci troviamo nella nostra quotidianità, come persone a questo limite, allora li siamo di fronte ad un momento di grandissimo cambiamento, drastico anche a volte, che deve essere affrontato anche con calma, con riflessioni opportune…

Quindi bisogna studiare e pianificare, sono le due cose principali possiamo dire per affrontare il cambiamento.

-Senz’altro: conoscerlo, andarlo ad esplorare, cercare di riflettere su quali aspetti coinvolge della nostra vita e poi affrontarlo: subito è una specie di nemico, poi dovremo cercare di farcelo amico, perché come dicevi tu giustamente porti le cose un po’ a nostro favore, riuscendo magari in alcuni aspetti, in altri magari ci è più difficile. Ma queste difficoltà Andrea ci capitano perché ci sono anche delle barriere dobbiamo dire al cambiamento, delle caratteristiche, delle situazioni che noi viviamo e che ci ostacolano chiaramente nel nostro cambiamento.

Ogni tanto abbiamo dei blocchi emotivi che non ci fanno andare avanti…

-Si, ci sono per esempio delle barriere personali, appunto nelle quali possiamo vedere ad esempio la difficoltà emozionale di affrontare la situazione, e quindi ci sono per esempio tra le barriere personali le esperienze negative vissute in altre situazioni simili… quando noi andiamo ad affrontare un cambiamento senz’altro ci vengono in mente altre situazioni di cambiamento magari similari, dove le cose non sono andate bene e quindi anche nella prossima occasione ci viene il timore che le cose non funzionino bene. Abbiamo paura nei confronti del nuovo, del diverso, abbiamo anche una forma di ansietà per i possibili risultati che potremo rischiare di avere oppure non avere. Abbiamo un po’ la difficoltà di apprendimento, di cambiamento dell’organizzazione dei concetti, qualche abitudine negativa che abbiamo per esempio è un’altra barriera personale al cambiamento, perché ci affezioniamo al nostro modo di fare e tutti quanti noi tenderemo a riprodurre il più possibile cio che conosciamo meglio. Poi abbiamo difficoltà di comunicazione con gli altri, abbiamo difficoltà a mantenere un impegno iniziale e protrarlo per un lungo periodo, una difficoltà di gestione emozionale, come accennavi tu… ecco questi per esempio sono aspetti soggettivi, personali, che incidono molto sulla capacità poi di affrontare il cambiamento.

Ma ci sono dei sistemi anche per accorgersi che magari dovremo riuscire a cambiare un po’ per affrontare il cambiamento?

-Diciamo che per accorgersi che c’è un esigenza di cambiamento, solitamente c’è la difficoltà che noi sappiamo che le cose non procedono come noi vorremmo. Quindi nel momento in cui le nostre situazioni non procedono come noi vorremmo, quando siamo in difficoltà significa che sentiamo, anche se non ne siamo perfettamente consapevoli, e qui ci ricolleghiamo con la puntata di lunedì scorso parlando di consapevolezza, argomento fondamentale per affrontare il cambiamento, ecco anche se non ne siamo così consapevoli, ecco che questa cosa ci dice che dobbiamo affrontare un cambiamento. Quale sia questo cambiamento? Andando all’esplorazione, facendo delle riflessioni, valutazioni, fare delle ipotesi, sviluppare anche un po’ di creatività, ci permette di iniziare ad entrare in questa logica del cambiamento. Quindi quando le cose non vanno è un primo segnale che un qualche cambiamento è necessario farlo, o che c’è stato un grande cambiamento intorno a noi, significativo, e noi magari non ce ne siamo accorti, non lo abbiamo gestito, non ne siamo stati parte ed ecco allora che è successo che le cose sono già cambiate, come spesso accade a livello sociale più in generale, e alla fine possiamo solo dire: ok, e adesso io devo per forza adattarmi… Risposta: si, nel modo migliore possibile, con il minor danno personale possibile, perché sui cambiamenti che riguardano la nostra quotidianità possiamo intervenire noi, sui cambiamenti che riguardano più in generale gli aspetti sociali, sono cose che spesso escono dalla nostra possibilità di intervento diretto.

Chiaramente non si può avere il controllo su tutto ovviamente, però bisogna cercare di limitare i danni quando arrivano…

-Si, esatto, quindi limitare il danno significa anche capire quale parte di cambiamento fa a caso mio, sul quale io posso cercare di assecondarlo, di affrancarmi, di mettermi in un atteggiamento costruttivo e cercare di tirarne fuori qualche opportunità, e su alcune cose che necessariamente devo modificare perché se voglio continuare a vivere in quella condizione, devo vedere le cose in altro modo.

Damiano, ma ci sono degli esercizi per affrontare il cambiamento?

-Allora, di esercizi diciamo che tutti i giorni siamo in esercizio per affrontarlo direi e questo è un grande vantaggio a patto che noi riusciamo a vederlo un po’ con queste logiche di cui stiamo discutendo insieme, vederlo sempre come un opportunità. Avevo pensato ad un piccolo esercizio che potremo fare che ci porta a questo, però direi che prima di esercitarci come facciamo anche nei nostri corsi di formazione quando parliamo di una condizione incerta e quindi di cambiamento, perché anche un opportunità formativa ci aiuta ad affrontare poi una cosa diversa dall’abituale, quindi ci allena in questo senso, servono delle motivazioni per affrontare il cambiamento. E quindi è sempre importante mettere prima le motivazioni che ci spingono al cambiamento e alcune possono essere per esempio una sana ambizione personale, desiderare di migliorare, percepire la necessità di risolvere qualcosa, oppure modificare qualche abitudine che non ci porta frutti, che potremo definire come negativa, difficile, quindi allenarci ad avere la volontà la consapevolezza di allenarsi alla gestione del cambiamento, quanto meno man mano che lo incontriamo. Ecco che allora potrebbe esserci utile un esercizio come facciamo di solito Andrea, ci prendiamo una decina di minuti, prendiamo il nostro tipico foglio bianco sul quale appuntare delle riflessioni organizzate, dividiamo il foglio in metà verticale e metà orizzontale, creandoci quattro spazi. Poi in ognuno di questi quattro spazi, andiamo a fare un elenco di quali sono, quali pensiamo siano, pensiamo ad un associazione di cambiamento che stiamo magari affrontando, che stiamo vivendo, che ci è stata posta o che qualcuno ci ha richiesto, a volte capita no? Nel lavoro ci viene richiesto per esempio di cambiare mansione o di affrontare in modo diverso la prassi operativa del lavoro. Ci cambiano le procedure, ecc, ecco che magari in questi riquadri possiamo farci un elenco di quali pensiamo, quindi riflettendo su noi stessi e le nostre capacità, quali sono le resistenze che troviamo al cambiamento, sia di tipo personale, e dall’altra parte quali tipi di resistenze possiamo trovare di tipo organizzativo. Possiamo fare quindi questo tipo di riflessione, cercando di avere quindi nei primi due riquadri in alto le barriere che noi potremo avere personali od organizzative, quindi le difficoltà: cosa ci ostacola nell’ambito personale e professionale. Sotto potremo conseguentemente cercare di riflettere su come potrei superare queste barriere, quindi farmi delle idee su come potrei comportarmi, su come potrei comunicare, su come potrei motivarmi in modo diverso, su come potrei anche farmi aiutare ad affrontare questo cambiamento, su alcuni aspetti che riguardano la mia vita personale e su altri che riguardano le mie difficoltà, le mie barriere riguardo al lavoro. Quindi in questo foglio riuscirei ad ottenere un breve ma focalizzato elenco di difficoltà che ci troviamo ad affrontare questo cambiamento personale, difficoltà che possono incidere anche sotto l’aspetto professionale e sotto alcune idee nei due riquadri corrispondenti, quindi alcune idee su come poter affrontare e superare queste barriere. Magari ci si può aiutare anche con le riflessioni di questa puntata nella quale stiamo parlando del cambiamento, oppure andare a prendersi qualche imput per quanto riguarda gli obbiettivi o le motivazioni, da qualche altra puntata precedente sul blog Formazione Amica o sul blog di Container Radio e quindi ci si può lavorare. Se ci ragioniamo con calma una mezz’oretta può essere investita in modo costruttivo per fare delle riflessioni su questo tema. Tra l’altro questa mattina è arrivata una domanda sul mio profilo facebook di un ascoltatrice, alla quale vorrei rispondere. Questa è Monica di Verona, che mi scrive: ritengo di essere una persona che affronta il cambiamento sempre e comunque, ma sono in un momento nel quale i cambiamenti sono diventati tantissimi e su diversi fronti. Famiglia, lavoro, ecc… come posso fare per affrontarli tutti? Monica è motivatissima, mi sembra una tipica situazione in cui, siamo a gennaio, si smuovono e bisogna prendere in mano un sacco di cose e tutto sembra importante. Ecco, direi per rispondere a Monica, olte al fatto di dirle brava che è già ben sintonizzata su questa tematica, credo che non è detto Monica che tu li debba affrontare tutti. Perché anzi forse ti consiglierei di fare una lista di questi cambiamenti, oppure anche un paio, suddividendoli come stavamo dicendo poco fa in cambiamenti personali e professionali. E poi cercare di riconoscere a questi cambiamenti una priorità, dal più importante al meno importante, al meno urgente… perché tanto tutti i cambiamenti influiscono in un modo sistemico su tutto, e quindi direi che magari si può scoprire facendo una lista di priorità che qualcosa è necessario impegni le nostre energie in modo prioritario in questo primo momento e qualcos’altro più in la nel tempo. E’ un suggerimento che mi viene da dare a Monica, ma che credo sia utile anche per tutti i nostri ascoltatori, è che se sei in un momento in cui hai tanti cambiamenti da affrontare, e richiamo di non predere in mano le cose bene, ecco, nel caso in cui ci si senta molto energetici, vitalizzanti e capaci di affrontare le cose, partire magari da quelli più importanti e lasciare un po li, prendere in mano dopo quegli aspetti che ci sembrano non così urgenti. Nel caso in cui invece ci sentiamo un po’ scarichi e in difficoltà o con poche motivazioni invece consiglierei di partire dai piccoli cambiamenti, proprio per non andare incontro, come dicevi giustamente tu Andrea, ad uno shock da cambiamento, quindi ad allenarci un attimo al cambiamento con qualche aspetto un po’ più semplice e cercare di prendere un po’ di tempo per riflettere su quelli che magari sono un po’ più impegnativi.

Prendere la forza un po’ alla volta in pratica…

-Si, perché se noi dobbiamo affrontare un grande cambiamento o tantissimi cambiamenti e non abbiamo le energie, sicuramente è meglio prima ricaricare le energie, ricaricare le pile, partire con le cosettine un po’ più semplici e poi andare ad affrontare qualcosa di più significativo, ricordando sempre che possiamo chiedere aiuto, questa è una cosa sulla quale è bene che insistiamo un po’ con i nostri ascoltatori, perché quando c’è un cambiamento a volte ci si sente un po’ soli, sarà capitato anche a te, è capitato anche a me, ci si sente un po’ così da soli,ad affrontare le cose e allora ecco che con la tranquillità, l’umiltà, bisogna chiedere aiuto, supporto, cercare se vicino a noi abbiamo qualche persona che può essere in sintonia e che ci aiuti semplicemente a riflettere, a fare dei ragionamenti costruttivi sul cambiamento, questo è senz’altro un passaggio importante. Può essere un professionista, può essere una persona cara, ma senz’altro quando le cose si complicano è bene avere la calma e la lucidità di richiedere un aiuto a delle persone esperte.

Assolutamente si, anche perché poi tante volte basta poco, un piccolo supporto e si riparte e si ritrova la forza

-Senz’altro, poi si ritrovano le energie, il cambiamento è una bella sfida, poi ci si entusiasma, ci coinvolge. Mi piacerebbe dare un indicazione, ci sono un paio di libri interessanti sul cambiamento. Uno è famosissimo: Il nostro Iceberg si sta sciogliendo, di John Kotter, un libro di un famosissimo professore dell’università di Harvard e del Massachusset Institute of Technology che con la metafora di un pinguino che sta cercando di sopravvivere su un ghiacciaio che si sta sciogliendo, deve cercare di andare alla scoperta di un altro posto, un altro iceberg nel quale trasferirsi con la sua colonia e nel vivere questo viaggio spiega tutta una serie di passaggi molto molto importanti per affrontare il cambiamento. Un altro suo libro molto interessante è “Al cuore del cambiamento”, un altro gran bel libro, forse meno intuitivo ma molto interessante per aspetti professionali, oppure anche qualche libro del professor Baumann che è uno studioso, un teorico della società liquida e che veramente ci da molti molti spunti legati alla quotidianità per affrontare il cambiamento, per starci dentro, stare dentro a questa società liquida in continuo cambiamento. Sono delle letture interessanti.

BRANO FABI, GAZZÈ, SILVESTRI – LIFE IS SWEET

PODCAST : CONSAPEVOLEZZA

Si ritorna con una nuova puntata di Formazione Amica in questo lunedì 12 gennaio 2015 per la nostra settima puntata. Ben ritrovati da Andrea Collalto, ben trovato a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, ben ritrovati a tutti i nostri ascoltatori…

E anche oggi si ritorna quindi per parlare di Formazione Amica, la nostra rubrica settimanale che un po’ ci aiuta a scoprire noi stessi devo dire, per stare meglio insieme agli altri, per vivere meglio con gli altri.

-Si, cerchiamo di dare questo nostro contributo, per riflettere su di noi, sugli altri e come vediamo quotidianamente non è mai abbastanza dedicare un po’ di tempo a questi temi, che sono interessanti e poi anche utili nella nostra quotidianità.

Durante le festività abbiamo avuto modo di riascoltare un po’ le varie puntate con i vari podcast e adesso si ritorna e l’argomento con cui apriamo questo 2015 è piuttosto tosto Damiano.

-Si, diciamo che c’eravamo lasciati con l’intelligenza emotiva e vorremo oggi proporre ai nostri ascoltatori la Consapevolezza. Il tema della consapevolezza: di se e degli altri.

Molto spesso si dice sono consapevole delle varie cose, ma devo dire che la consapevolezza è una cosa di ampio respiro, perché ci sono diverse definizioni che la riguardano, vero?

-Si, allora, possiamo senz’altro intendere questo concetto che poi si declina anche in una competenza specifica, che però è un concetto senz’altro molto ampio che trova anche varie sfaccettature nell’essere così spiegato ed è potremo dire un carattere filosofico che parte un po’ dall’antichità, ma se volessimo rimanere un po’ più vicini ai nostri tempi moderni,quantomeno al periodo del 1600 che rivoluzionò il nostro pensiero scientifico e ci fece entrare un po’ nell’età moderna in quei periodi, diciamo che Cartesio definì la consapevolezza come una vicenda che riguarda il sentire e l’aver coscienza di poter ragionare, quindi diciamo che per Cartesio la consapevolezza è una consapevolezza soggettiva di una persona che si riesce a rendere conto di ciò che sente, che capisce e che ragiona.

Una prima definizione quindi tra quelle più antiche possiamo dire.

-Si, tra quelle senz’altro che possono focalizzare un po’ la problematica che si sarebbe poi sviluppata intorno a tutti questi temi di stampo tipicamente umanistico, anche tipici un po’ della nostra cultura, ecco. Da li in poi arriviamo a tutti quei pensieri evoluti che ci portarono fino al grande cambiamento che è anche in tema in queste giornate col tema della rivoluzione francese: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, la capacità di essere nel mondo come un significato di una valenza positiva che rispetti la soggettività individuale ma anche la libertà degli altri. Un altro rilievo che possiamo avere del termine consapevolezza ci viene dalla psicologia e la definisce come la percezione, la reazione cognitiva al verificarsi di una certa condizione o di un determinato evento, quindi come noi ci poniamo di fronte ai fatti che viviamo nella nostra vita. Come ci poniamo nel percepirli e nel ragionarli. E questo per esempio già ci da l’idea che poi la consapevolezza non implica necessariamente che ci sia anche una comprensione, quella ci arriva poi da una ulteriore elaborazione dei concetti che noi stiamo mentalizzando. Nel linguaggio comune potremo anche dire che la consapevolezza ci viene dalla capacità di interagire con l’ambiente circostante e con le relazioni che si instaurano tra noi e gli altri. Tra noi e gli altri come persone e tra noi e l’ambiente nel quale viviamo. Concluderei se sei d’accordo con una definizione pratica, molto concreta nella quale tutti ci possiamo riconoscere e cioè la consapevolezza come capacità, quindi come abilità di percepire e riconoscere la nostra realtà il più possibile in ogni suo aspetto e in ogni contesto della vita.

Quindi praticamente a livello basico possiamo prendere consapevolezza delle cose, dopo però bisogna elaborarle e prendere coscienza di quello che sta succedendo.

-Esattamente, quello che dici è corretto, perché la consapevolezza ci favorisce anche nella formazione di una coscienza. La coscienza contiene anche una soggettività, quindi anche tutte quelle che sono le caratteristiche che io ho, quindi di me stesso, fisiche, emotive, cognitive… l’auto-consapevolezza, quindi il sapersi rendere conto di come si è, di chi siamo, di cosa facciamo, che può sembrare molto concreto, anche perché io ad esempio in questo momento io sono consapevole che io e te siamo così… in questa discussione, stiamo cercando di elaborare dei concetti per i nostri ascoltatori e sono su questo adesso, non ho la mente impegnata su altro, non mi sto distraendo su altri aspetti. E quindi anche questo implica una conoscenza dei meccanismi della vita, dei meccanismi delle relazioni, ottiche personali, la capacità di rendersi conto delle cose che ci accadono, che non è sempre così presente nella nostra giornata tipo…

Molto spesso tante volte non si vuole anche prendere consapevolezza delle cose.

-Si, sono d’accordo con quello che dici… a volte decidiamo anche di darci per così dire una pausa… l’importante è che sia una pausa… consapevole. Cioè che mi rendo conto di non aver voglia di voler entrare più in profondità ed acquisire maggior consapevolezza e che questo sia un periodo di tempo un po’ limitato. Ci da anche forse un po’ di sollievo da un eccessiva magari preoccupazione rispetto alle cose, non prendere le cose con troppo affanno, con troppo timore, ci può stare questo…

Si, come dicevi un attimo fa bisogna anche esserne sicuramente consapevoli, perché poi se non si ha consapevolezza o comunque se si ha poca consapevolezza di quello che ci sta accadendo che cosa può succedere Damiano?

-Se abbiamo poca consapevolezza di questo ci capita per esempio… viviamo situazioni del nostro passato che magari ci hanno creato qualche disagio, ancora con una ferita continuamente aperta. Abbiamo difficoltà a distinguere aspetti della nostra vita che abbiamo vissuto nel nostro passato, e a ridurne il condizionamento rispetto al nostro presente, o meglio ancora rispetto al nostro futuro. Usando una metafora viviamo come in un antico mulino che non macina più. Semplicemente perché le acque sono diventate stagnanti, le pale sono ferme e quindi rimaniamo li in attesa che accada qualcosa, che però spesso non accade. E allora ecco che quando abbiamo minore consapevolezza anche le nostre motivazioni scendono, diminuiscono, aumentano un po’ i nostri alibi, i motivi per cui ci lasciamo un po’ crogiolare, ci barcameniamo un po’ nelle cose senza una direzione precisa e questo crea che diminuiscono anche i nostri obbiettivi o quanto meno non sono così chiari, sono poco concreti, rischiamo di conseguenza quindi di agire in base alle motivazioni degli altri, non con consapevolezza di quelle che sarebbero anche le nostre esigenze ed i nostri bisogni. E quindi entriamo in una forma di comportamenti della nostra quotidianità semplicemente abitudinari, di routine e che ci fanno perdere giudizio critico. Spesso in balia di mode, condizionamenti e via dicendo.

Si perdono un po’ i comandi di noi stessi un pratica.

-Si, si perdono un po’ i comandi, non riusciamo più a pilotare bene la nostra quotidianità, ecco. Si crede di vivere in una situazione, magari anche preoccupandoci eccessivamente, mentre invece le condizioni reali sarebbero un po’ diverse, ci sarebbero comunque degli stimoli, degli orientamenti positivi, perdiamo un po’ i nostri punti di riferimento in questo senso, i nostri valori. Se non abbiamo consapevolezza dei nostri valori, facciamo fatica a confrontarci con i valori di altri per esempio.

Ma come si capisce quando c’è consapevolezza, che cosa non è la consapevolezza

-Diciamo che la consapevolezza non è, a volte la confondiamo con un eccesso di informazione. Confondiamo la consapevolezza sul sapere tutto su tutto, quindi con una forma di frenesia oggi informativa, essere sempre agganciati all’ultima notizia, all’ultima cosa… la confondiamo a volte con questo ad esempio. O la confondiamo con un semplice volume di conoscenze intellettuali, quindi un po’ discorsi sui massimi sistemi, e allora rischiamo di entrare in una logica che tiene conto ansiosamente di un po’ di tutto e a volte anche di troppe cose, mentre la consapevolezza è anche ad un certo punto la capacità di percepirsi in quel contesto, momento, situazione in cui siamo, in modo focalizzato, quindi rimanendo concentrati in quella che è quella situazione. Avere consapevolezza non significa nemmeno essere ipersensibili a tutto.

Bisogna saper selezionare

-Senz’altro, saper capire, selezionare, cio che ci interessa, cio che ci riguarda, ecco. Quindi è una condizione in cui potremo dire la nostra riflessività si fa qualcosa di interiore, di profondo e si crea un armonia con la nostra persona in una logica che per noi sentiamo di essere più coerenti. Forse è per questo che è importante, perché da un po’ il la alla nostra forma etica, la nostra condotta di vita,ad un senso di autodisciplina, anche ad una nostra unicità come persona.

E’ vero, bisogna imparare queste cose che poi ci aiutano a vivere meglio e a raffrontarci meglio con gli altri. Tra l’altro so che consapevolezza, della consapevolezza se ne è occupata anche l’unione Europea…

-Si, diciamo che la nostra comunità europea, dal punto di vista delle attenzioni culturali e delle attenzioni rispetto a questi temi, senz’altro ha fatto diversi studi, ha elaborato diverse declinazioni, diversi concetti legati all’apprendimento delle persone adulte, alla formazione continua, alla logica del lavoro, ma anche della logica scolastica, ma anche dell’apprendimento come le persone fanno, come per esempio potrebbero fare in questo momento che noi stiamo componendo questo tema alla radio in un modo che viene detto non formale, informale addirittura. Ed ecco che nel 2006 la CE ha definito otto competenze chiave per un apprendimento permanente, quindi perché le persone con cittadinanza attiva riescano a sviluppare un vivere sociale e lavorativo in una logica di imparare, dell’apprendimento permanenente. Queste otto competenze chiave sono la comunicazione nella propria lingua, la comunicazione nelle lingue straniere, una competenza di base matematica o di aspetti scientifico tecnologici e quindi la quarta è diventata una competenza digitale, la quinta imparare ad imparare, che è tipica formativa, la competenza sociale e civica, la settima spirito di iniziativa e imprenditorialità, l’ottava la consapevolezza ed espressione culturale. Quindi la capacità di riconoscere con consapevolezza l’espressione culturale tipica nostra, attraverso i mezzi di comunicazione, le arti, lo spettacolo, la letteratura, e anche quindi questo voleva dare un valore a questo patrimonio culturale che abbiamo.

Diciamo che poi ci sono anche vari tipi di apprendimento che portano alla consapevolezza anche.

-Si, senz’altro si, ti dicevo prima: la competenza di imparare di imparare è tipicamente un aspetto che non è una frase paradossale, ma è proprio la capacità di essere consapevoli di come funziona il nostro apprendimento, e allora ci sono per esempio… si può essere in una condizione in cui non si san fare le cose, non ci si pone nemmeno il problema di acquisire una capacità e non si sente in bisogno di avere un utilità. E quindi qui abbiamo una persona che di fronte all’apprendimento è inconsapevole, perché non se ne vuole rendere conto. Oppure si sa fare e il saper fare è diventato un automatismo che non richiede nemmeno una particolare attenzione. Allora in questo caso c’è una particolarità comunque, c’è una competenza, però c’è una competenza non guidata, non gestita bene, quindi c’è una competenza inconsapevole. Poi abbiamo un altro aspetto che può essere interessante: quando invece non si sa fare qualcosa, ma si riconosce la capacità o la necessità di imparare. Non so fare questo, ma però vorrei imparare come si fa. Allora c’è un incompetenza, cioè non siamo capaci di fare, però ne siamo consapevoli che non siamo capaci, e quindi cerchiamo di imparare qualcosa. Un ultimo aspetto di questo collegamento tra apprendimento e consapevolezza è che noi sappiamo fare le cose, ma il processo che noi dobbiamo attivare per fare queste cose necessita di impegno, di passaggi e noi siamo consapevoli che è una cosa che ci mette alla prova, e allora in questo caso siamo competenti e siamo anche consapevoli. Cioè sappiamo fare le cose e ne siamo anche consapevoli che per ottenere un determinato risultato ci dobbiamo impegnare con quella capacità li e non con un’altra o con nessuna. Quindi come vedi il tema della consapevolezza, dell’apprendimento, è un tema importante che si apre e si collega agli aspetti della nostra vita, anche al nostro atteggiamento, allo stile di vita.

Assolutamente si, e a questo punto io ti chiedo una cosa importante anche per i nostri ascoltatori che quando si parla dei vari argomenti attendono poi spesso anche i vari esercizi per riuscire ad entrare e a capirli meglio. E qui ti chiedo: ci sono degli esercizi che servono per aumentare o capire la nostra consapevolezza?

-Allora: sicuramente diciamo che una formazione che tenga in considerazione questi aspetti di partecipazione, di soggettività individuale, di valorizzazione dell’esperienza, quella che per esempio faccio io, la formazione esperienziale, dove non ci si pone solo in una logica di acquisire informazioni, ma di far si che la persona attraverso la propria esperienza diretta, acquisisca delle capacità, la scoperta di come reagisce in determinate situazioni, quindi un ambiente protetto dove possiamo sperimentarci, dove non abbiamo vincoli o problematiche, legate al giudizio degli altri, riusciamo anche ad approfondire bene questo tipo di temi, questo tipo di capacità. In particolare la consapevolezza, la consapevolezza emotiva… ce ne sono di vari tipi, dipende da dove noi vogliamo focalizzare la nostra attenzione. Perché c’è la consapevolezza come dicevo intuitiva, c’è la consapevolezza del dolore, c’è la consapevolezza del poter imparare, abbiamo detto delle cose prima, e quindi c’è anche una consapevolezza economica per esempio, che ci permette di capire come investire le nostre risorse, i nostri investimenti, e quindi diciamo che la parte esercitativa, potrebbe essere vissuta in questo modo, perché meriterebbe magari un approfondimento specifico nelle esperienze un po’ più accompagnate in questo tema, con più calma, tranquillità per affrontare questi temi e per allenarci a questi. Però diciamo che un aspetto semplice che potremo utilizzare prendendoci magari cinque minuti al giorno è quello di decidere quando siamo in un determinato contesto, magari anche al lavoro, di dedicarci cinque minuti, di fermarci, rallentare il nostro pensiero sulle cose da fare, mettere in silenzioso il telefono, uscire dai social che magari utilizziamo anche per lavoro e metterci tranquillamente seduti nel contesto, nell’ambiente nel quale siamo e cercare di percepire la situazione nella quale noi siamo in quel momento inseriti. Farci delle domande magari anche immaginando un po’ che gli oggetti che magari ci sono nell’ambiente ci potessero parlare. Una cosa che i bambini farebbero con facilità, mentre noi adulti pensiamo magari ad una cosa un po’ strana. Semplicemente possiamo immaginare che queste situazioni ci possano dire qualcosa, ci dicono qualcosa, ci comunicano qualcosa, e cercare semplicemente di percepire che cosa ci dicono, che tipo di percezione ci danno, che tipo di sensazione ci trasmettono. Metti il caso che sono in ufficio e ho un momento in cui ho la scrivania in disordine, come magari è normale che sia… ecco, in quel momento se io chiedessi alla mia scrivania cosa mi dice, potrebbe dirmi che è in disordine, che è piena di lavoro perché io ho tante cose da fare e però anche potrebbe dirmi che finché io non la rimetto in ordine rischia di irritarmi e di farmi perdere la concentrazione. Una riflessione che io ho semplicemente ipotizzato al volo, ma che mi è capitata qualche volta, e allora mi fermo e dico calma: riordino, ma questo lo faccio dopo, questa telefonata l’ho già fatta ma non ho trovato la persona, e quindi riorganizzo quella che è la condizione di quel momento operativa che magari mi riguarda. Ecco, quindi questa per esempio attenzione che possiamo rilevare dall’ambiente nel quale siamo ci da la possibilità di capire che le situazioni ci influenzano e ci comunicano qualcosa. Della quale comunicazione noi siamo inconsapevoli o poco consapevoli, ecco… in realtà le condizioni, gli ambienti, gli oggetti ci condizionano nella nostra vita e ci danno degli input. A volte noi generalmente sottovalutiamo e ci comportiamo, riflettiamo, agiamo e creiamo delle forme di comunicazione con noi stessi e con gli altri anche in base a ciò che assorbiamo dal contesto esterno.

Quindi diventa veramente importante anche questa cosa della consapevolezza, perché altrimenti poi richiamo di “agire male” anche con gli altri…

-Si, torniamo sull’importanza del rapporto con gli altri come hai detto adesso, e quindi quella cos’è. È la capacità di uscire dalla logica di routine, di abitudine… mi comporto così perché non so neanche… ho detto così, ho detto questa cosa, l’ho fatta perché son fatto così… ok, può essere, mica possiamo avere un livello di consapevolezza, focalizzazione, concentrazione, con tutti su tutti… vedi, a volte mi capita con delle persone che magari mi chiedono che differenza c’è tra una consapevolezza per come la capiamo noi nella nostra cultura occidentale, o come la intendono per esempio alcuni altri popoli orientali, e qui penso alle popolazioni asiatiche o che magari si rifanno alla religione buddista. Può essercene anche nessuna, rispondo, differenza… perché parliamo entrambi della stessa cosa, però siccome noi abbiamo delle abitudini di vita fatte in modo diverso, inevitabilmente trasformiamo quel concetto su cui magari se ci mettessimo intorno ad un tavolo ci troveremo tutti d’accordo, ma lo esprimiamo con una modalità diversa. E allora è inutile rifarsi ad un concetto tipico di un’altra cultura dove c’è uno stile di vita, abitudini, comportamenti, logiche, rituali di vita diversi e volerle poi fare qui come fossimo li… e allora io dico o sei qui o sei li, o vivi qui come li, quindi rallenti, abbandoni l’automobile, prendi la bicicletta, fai tanta strada a piedi come fanno li… se non riesci a fare una cosa oggi pensi magari che la puoi fare domani… quindi la consapevolezza si apre anche a questi orizzonti…

BRANO NICCOLO’ FABI – SOLO UN UOMO.

PODCAST: INTELLIGENZA EMOTIVA

 

Care amiche e cari amici, ben ritrovati qui su container radio con una nuova puntata di Formazione Amica! Ben ritrovato a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, bentrovati a tutti i nostri ascoltatori.

E siamo già alla sesta puntata in questo lunedì 22 dicembre ormai vicinissimi al Natale.

-Siamo già in prossimità del Natale, si Andrea, siamo proprio vicini vicini.

So che anche oggi c’è un argomento che sicuramente interessa tutti noi, specialmente anche in questi giorni, ma tra poco ne parleremo. Di cosa si parla oggi Damiano?

-Oggi Andrea abbiamo pensato di parlare di Intelligenza Emotiva, un aspetto affascinante e vastissimo, che però riveste un importanza strategica significativa nella quotidianità di tutti noi.

Ma spieghiamo meglio che cos’è L’intelligenza emotiva?

-Beh, l’intelligenza emotiva è una competenza, una capacità, di riconoscere, utilizzare, comprendere e in un certo senso saper gestire in modo più consapevole le proprie emozioni. Ovviamente anche interagendo con i comportamenti e con le emozioni che ci esprimono gli altri.

Certo, perché ovviamente è tutto legato poi nella vita di tutti i giorni. Quindi diciamo che ad ogni emozione corrisponde un comportamento e l’intelligenza emotiva aiuta a riconoscere queste cose…

-Si, ci aiuta a saper riconoscere questo tipo di emozione che noi stiamo vivendo in una determinata situazione o in un determinato momento e questo poi inevitabilmente ci produce una maggior consapevolezza del significato che ha quell’emozione che stiamo vivendo e quindi di conseguenza ci attiva a livello comportamentale in un determinato modo piuttosto che in un altro, ecco… e con questo si comprende come sia importante a tutti i livelli nelle relazioni interpersonali, famigliari, nella vita di coppia, nell’educazione dei figli, nell’ambito sociale, non ultimo sul lavoro, dove questo concetto sta ormai superando le barriere dell’organizzazione aziendale… fino a qualche anno fa erano molto alte rispetto a questi concetti.

Ma si può controllare l’intelligenza emotiva?

-L’intelligenza emotiva è proprio quella capacità di riconoscimento e di gestione, potremo anche definirla controllo, nel senso che noi le emozioni inevitabilmente le proviamo sempre, in continuità, ne siamo più o meno consapevoli, perché sono a vari livelli di profondità quindi a volte sono un misto di sensazioni e quindi ecco che la capacità di riconoscerle, di gestirle, di dominarle in un certo senso, ci porta proprio a questo termine, a definirlo con Intelligenza, che è un concetto Andrea che fino ad una quindicina di anni fa era prettamente utilizzato in ambito psicologico, ma non solo, come ambito cognitivo e razionale, legato un po’ all’apprendimento. E poi si è verificato ed ulteriormente confermato quello che molti studi avevano già evidenziato, come in realtà l’Intelligenza emotiva debba tenere a paripasso l’aspetto emozionale e l’aspetto cognitivo razionale. Nel momento in cui io provo un emozione vado a darle un significato e quel significato smuove in me tutta serie di pensieri. Quindi ecco: diciamo che l’intelligenza emotiva ci aiuta a regolare i nostri comportamenti e la nostra condizione emotiva, emozionale, cercando di potremo dire ridurre l’emotività, che potremo definire come un eccesso di un emozione non così ben controllata, ecco. Che non significa reprimere le proprie emozioni.

Controllarle è la cosa giusta, poi specialmente mi vengono in mente alcuni ambiti lavorativi, dove se non si controllano le emozioni, in certi lavori possono succedere delle catastrofi.

-Si, perché questo poi influisce anche a livello di relazione, di rapporti interpersonali, ed è proprio per questo aspetto che le emozioni sono state tra le più efficaci strategie di sopravvivenza di cui ci siamo dotati nell’evoluzione. Darvin e altri ci hanno spiegato alcune cose di questo aspetto e senz’altro il nostro cervello, il nostro sistema nervoso le percepisce, ce le rimanda. A volte non sappiamo come mai ci scatta un emozione piuttosto che un’altra, o del perché stiamo discutendo anche animosamente con una persona, ma il conto è il concetto che si sta esprimento, un altro è il valore che attribuiamo alla persona e quindi l’emozione che noi stiamo vivendo in questo senso. Può essere regolata, mediata, l’importante è non lasciarsi trascinare troppo, ecco, in questa condizione, che magari può essere a volte più positiva e a volte meno, si riesce ad acquisire queste strategie, queste capacità di riconoscerla soprattutto un emozione.

Riconoscerla e poi è importante dare un nome alle varie emozioni anche…

-Senz’altro, perché c’è una semplice ma significativa classificazione di uno studio, che ha studiato come in tutta l’umanità, indipendentemente dalle culture di appartenza o dei luoghi nei quali vivono, riescono a riconoscere almeno sei emozioni primarie. Quindi tutta l’umanità riesce a percepire e riconoscersi almeno in queste sei emozioni che sono: la felicità, la sorpresa, il disgusto, la rabbia, la paura e la tristezza.

Queste sono quelle che diciamo di default riconosciamo tutti in pratica.

-Diciamo che di default in qualsiasi parte del mondo questo tipo di immagine anche visiva, questi cenni del viso che facciamo quando esprimiamo un emozione, la gestualità che è accompagnata… perché poi per riconoscere un emozione c’è bisogno anche di una capacità di lettura, e in questo caso noi lo riusciamo a fare nel confronto degli altri in modo migliore, mentre verso noi stessi abbiamo un’altra percezione, ed ecco che sapere che… tutti i popoli si rendono conto facilmente se una persona è felice o se una è arrabbiata, se ha troppa paura, se è triste, se ha un certo disgusto per qualcosa o se ha una sensazione di sorpresa.

Diciamo che con le emozioni si può anche comunicare in uncerto senso…

-Certamente, anzi le emozioni danno una maggior valorizzazione alla comunicazione interpersonale proprio per il fatto che comunicare attraverso le emozioni diventa più significativo, diventa più incisivo, diventa anche più completo potremo dire, perché in un certo senso la comunicazione interpersonale è fatta si di frasi, di parole, di gesti e di comportamenti, ma questi ognuno di noi li esprime in base alla condizione emozionale che ha in quel momento, dalle emozioni che prova… mi capita spesso di parlare in pubblico in qualche corso, in qualche meeting, in qualche riunione e li effettivamente me lo chiedo sempre che stato d’animo ho, perché poi inevitabilmente quando sei di fronte agli altri devi renderti conto se hai lo stato d’animo adatto per poter trasmettere quello che vorresti trasmettere. A volte sono ok, a volte devo fare un bel cambio di fisiologia per magari cercare di dare il meglio anche se magari la condizione non è così adatta a quello che devi esprimere… ecco, è anche questo in un certo senso l’intelligenza emotiva.

Riuscire anche ad esprimersi al meglio anche quando non è proprio nelle condizioni di poter farlo, quindi in un certo senso possiamo dire che si può controllare anche l’intelligenza emotiva.

-Si, si può controllare, si può imparare a gestirla nel modo efficace… tra l’altro in questo senso mi occupo di formazione proprio per aiutare le persone… una delle cose più importanti che cerchiamo di proporre con i vari servizi di formazione e coaching è proprio quello di aiutare le persone a migliorare, allenare l’intelligenza emotiva e su questo proprio quando Coleman scrisse quel famoso libro che ha aperto un po’ questo squarcio sul l’intelligenza emotiva… lo statunitense Coleman, questo psicologo scrisse questo libro, erano i primi anni 90… 95 e proprio in quel periodo noi ideammo un esperienza formativa full immersion per aiutare le persone proprio sull’intelligenza emotiva. Ovviamente poi anche su molti altri aspetti, ma diciamo che sull’intelligenza emotiva avevamo colto già in quel periodo che ci sarebbe stato quel cambio… oggi lo chiameremo cambio di paradigma, cambio proprio di condizione generale rispetto anche a molti aspetti legati all’apprendimento e alla vita delle persone, e quindi oggi posso dire che è stata una lungimirante intuizione, visto che con questa esperienza siamo ormai oltre le 205 edizioni ed è un po’ il nostro fiore all’occhiello. E devo dire che le persone hanno molto interesse per questi aspetti.

Ma ci sono anche degli esercizi Damiano? Perché tu sai che ogni settimana i nostri ascoltatori vogliono andare anche sul pratico, quindi aspettano con ansia anche il momento di un esercitazione pratica…

-Oggi direi che parlando di intelligenza emotiva, di emozione, ci pensavo un po’ e potremo utilizzare il contesto della situazione che vivremo nei prossimi giorni un po’ tutti in prossimità del Natale, questa festività, anche quest’anno diciamo un po’ prolungate per come le dovremo vivere, perché capitano un po’ alla metà della settimana e inevitabilmente ce le vivremo un po’ più del solito… ed ecco che di solito questi momenti di festa, del ritrovarci con gli amici, con i parenti, è un momento dove sicuramente siamo particolarmente coinvolti e in condizioni emotive significative, ecco, e allora forse darei un consiglio, più che un esercizio per allenarsi. Andiamo verso Natale, quindi esercizi ne abbiamo già fatti molti durante l’anno, direi che senz’altro un consiglio che mi sento di dare ai nostri amici ascoltatori è quello che nei prossimi giorni magari, partecipando a qualche recita dei figli, o a qualche evento religioso, spirituale, o a pranzi, incontri con famigliari, parenti, per le feste di fine anno, capodanno, o ricevendo dei doni, o facendo noi dei regali, come capiterà senz’altro di fare… ecco in quei momenti cercare di ricordare questo concetto: l’intelligenza emotiva e cercare di riconoscere, di dare un nome a quello stato d’animo che stiamo vivendo in quel momento e quindi imparare un po’ a distinguere per esempio se ci sta suscitando un emozione di interesse, di serenità, se ci sta suscitando un emozione magari di allerta o di aspettativa… penso a quando si apre un regalo e si prova quella sensazione di aspettativa… è un emozione che noi abbiamo, ecco che fare esercizio di riconoscimento di questi aspetti non è così banale come può sembrare ad una prima abitudine che abbiamo nella nostra quotidianità. E dare un nome alle emozioni è un aspetto Andrea molto importante, perché proprio ci sono delle sfumature che a saperle cogliere ci indirizzano ad un significato proprio di quello che stiamo vivendo.

Ed è importante quindi imparare a riconoscere e dare un nome alle emozioni, e parlando di emozioni so che c’è una canzone che è stata scelta per la nostra puntata di oggi…

 

BRANO EROS RAMAZZOTTI – EMOZIONE DOPO EMOZIONE

PODCAST: Il Team building

Ci siamo anche oggi in questo lunedì 15 dicembre per iniziare una nuova puntata di Formazione Amica. Ben ritrovati da Andrea Collalto, benritrovato a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-ciao Andrea, buon giorno a tutti!

Damiano Frasson ricordiamo della Gruemp di Padova. Con te Damiano siamo già alla quinta puntata di Formazione Amica, si parla di formazione, si parla ogni settimana di cose che poi servono a tutti noi un po’ anche per vivere meglio la nostra vita quotidiana, per ritrovare quella motivazione, quella spinta in più che ci faccia ripartire e stare bene anche insieme agli altri.

-Si, assolutamente questo è l’obbiettivo che abbiamo, quello di cercare di dare un contributo a focalizzare alcuni concetti che possono essere utili alla nostra quotidianità personale, famigliare, lavorativa, personale e comunque per cercare di ottenere qualche beneficio in più, qualche sensazione propositiva da quello che facciamo tutti i giorni.

E a proposito di stare bene con gli altri, l’argomento di questa puntata è il team building, il concetto di fare squadra. Qui veramente molto spesso ci capita di dover lavorare in team, tutti noi sappiamo un po’ le problematiche, le varie cose che possono succedere quando si lavora con le altre persone e allora chiariamo subito anche perché è importante fare squadra, perché è importante lavorare in team.

-E’ importantissimo lavorare in team perché in realtà noi siamo continuamente coinvolti in condizioni di gruppo, sicuramente la famiglia è il primo gruppo sociale nella quale noi nasciamo e poi via via i vari gruppi che ci vedono coinvolti: a scuola, poi più in la con gli amici, nel lavoro e nel lavoro poi con diverse caratteristiche noi continuiamo ad essere stimolati e partecipi di condizioni di gruppo. L’essere umano è per definizione un animale sociale quindi non possiamo esimerci da questa logica, dalla comprensione dell’importanza di questo aspetto. Certamente poi superare l’idea di un semplice gruppo di persone che fanno le cose insieme e giungere ad un idea più strutturata, più valorizzata, di gruppo, di un vero e proprio team è un aspetto molto importante per la vita di tutti noi.

Io sto notando spesso anche con il nostro gruppo, con la radio, ecc, ma anche in altri ambiti lavorativi, che un po’ diciamo c’è quella difficoltà nel tenere unito il gruppo, perché ognuno ha le proprie cose da fare, spesso non si riesce poi a comunicare più di tanto… come mai si registra da più parti proprio questa difficoltà nel fare gruppo?

-Concordo con te Andrea su questa osservazione, perché lo noto anch’io in varie situazioni dove mi trovo coinvolto, lo vediamo spesso anche nei nostri interventi di formazione e consulenza presso le aziende o anche presso team nell’ambito sportivo dove per paradosso si dovrebbe fare squadra a maggior ragione, ma c’è un po’ questa difficoltà. Potrebbero esserci diverse ipotesi a questo tipo di difficoltà che le persone stanno vivendo in questo momento: senz’altro diciamo che anche l’aumento degli strumenti di comunicazione anche attraverso le tecnologie hanno favorito appunto il fatto che le persone possono essere in contatto con tante altre, ma hanno anche un po’ affievolito direi quell’idea e quella valorizzazione più elevata del concetto di comunicazione diretta, ecco. Il rapporto interpersonale in questo senso ne sta risoffrendo un po’ di queste evoluzioni e poi un altro aspetto può essere quello che in questo momento di particolare complessità e difficoltà, di cambiamento, le persone vivono soprattutto un urgenza a livello individuale, quindi si impegnano di più per alcuni bisogni che ritengono autonomi, soggettivi, personali, e vedono meno l’importanza però di cercare di ottenere i loro risultati e soddisfare anche i loro bisogni nel concetto di gruppo. Un altro motivo potrebbe essere quello che mancano un po’ dei leader, mancano delle persone che si pongano in un atteggiamento positivo, propositivo, dei vari gruppi. L’essere leader ne abbiamo parlato lunedì scorso, è un impegno consistente, non è una cosa semplice spesso, ed ecco allora che questi aspetti mettono un po’ in crisi il concetto di gruppo, dello stare insieme, di fare squadra, di rimanere uniti e focalizzati su obbiettivo comune.

C’era una nostra ascoltatrice, Paola di Verona che ci faceva notare che una delle caratteristiche degli italiani è che uno comincia a fare le cose e poi… armiamoci e partite, nel senso che non c’è proprio quel leader che effettivamente riesce a catalizzare poi l’attenzione di tutti e fare poi il gioco di squadra.

-Diciamo che per noi apparentemente è un po’ un limite culturale che probabilmente abbiamo anche se poi in realtà si scopre spesso anche in questi momenti di difficoltà che di fronte ad obbiettivi molto importanti, coinvolgenti e magari anche fuori dai riflettori dei media le persone rispondono, si uniscono, si aggregano, il nostro tessuto sociale è anche il tessuto un po’ del nostro territorio, che risponde molto al fatto di cercare di stare insieme, uniti, soprattutto nei momenti di difficoltà. Però diciamo che siamo anche il paese dei tantissimi campanili e… troppe province e la suddivisione, la frammentazione continua di una realtà sociale diciamo che non favorisce più ormai quell’idea di squadra, di progetto comune, ecco, in questo senso.

Ma ci sono delle caratteristiche principali che trasformano il gruppo in squadra?

-Diciamo che in una squadra senz’altro ci sono degli elementi che sono molto tipici: ad esempio avere un obbiettivo comune condiviso da tutti è direi un elemento di fondo importantissimo che distingue la squadra da un gruppo che magari si trova a fare delle attività insieme ma non con quell’idea di avere comunque un obbiettivo comune condiviso. E poi un forte coinvolgimento, una co partecipazione, una capacità di rimanere sintonizzati tra tutti i componenti di un gruppo di persone lo trasforma effettivamente in una squadra. Non ultimo la responsabilità individuale e anche una distribuzione di compiti, di ruoli, che dia la possibilità ad ognuno di dare un contributo concreto, fattivo all’ottenimento del risultato… Poi in una quadra ci sono uno o più leader, c’è comunque una leadership anche distribuita, ma c’è anche un forte esempio di coesione, di appartenenza e di spirito comune.

Che poi se ognuno ci mette anche del suo per un obbiettivo comune un po’ anche arricchisce se stesso.

-Questo è uno degli elementi caratterizzanti del fare squadra, del restare in gruppo, perché abbiamo la possibilità anche di sentirci anche un po’ protetti, in una condizione favorevole in cui possiamo cercare di esprimere le nostre qualità, le nostre potenzialità sapendo che c’è intorno a noi un gruppo, una squadra che può magari sopperire a qualche mancanza o che può anche darci la possibilità di mettere in evidenza alcune nostre specifiche abilità. Senz’altro questo è un aspetto molto importante che permette una crescità più ampia, più di grande respiro.

Noi, a proposito di gruppi, viviamo tutti nei social network, quindi un po’ lo prendiamo anche come il nostro gruppo di vita possiamo dire, con le nostre amicizie, che molto spesso non sono altro che contatti…. Ma parliamo un po’ anche di social network e del lavoro di squadra nei social poi.

-Diciamo che come accennavamo poco fa lo sviluppo anche tecnologico è andato in una direzione che tendenzialmente, almeno nell’idea di fondo favorisca la comprensione di questi importanti concetti legati alla squadra, allo stare insieme, socializzare in un modo positivo. Diciamo che con i social, ad esempio anche in ambito formativo si cominciano a sviluppare delle attività, specifiche di gruppo anche con la formazione a distanza, per cercare di far vivere anche attraverso lo strumento tecnologico o i social, alcune sensazioni, alcune percezioni, alcuni apprendimenti che sono tipici diciamo della relazione diretta, ecco. E’ anche vero che, come dicevamo prima, non possiamo nemmeno farci bastare nei social l’idea di essere collegati, tutti concatenati, perché come dicevi tu poi alla fine magari, effettivamente il concetto di amicizia, relazione o contatto diventa un po’ evanescente, e allora ritorniamo un po’ indietro e quindi a quel concetto pur importante, pur utilissimo che c’è di gruppo: la squadra ha bisogno di una forte compartecipazione e comunque ci si arriva, ci si arriverà… in molti ambienti anche scolastici di livello di eccellenza già sono avanzati i lavori che coinvolgono anche gli studenti, ma anche in molte famiglie di livello nazionale delle quali magari si parla poco, ma in realtà si stanno portando avanti dei lavori, dei progetti che vedono veramente l’applicazione pratica anche di questi concetti attraverso l’utilizzo di tecnologie, e la cosa migliore è sempre quella della regola di buon senso che dice: “Perché le cose funzionino bene, anche in una logica di gruppo c’è bisogno dell’uno e dell’altro aspetto”. C’è bisogno dello scambio, dell’immediatezza, della compartecipazione immediata tra il leader e le persone, e poi c’è bisogno anche oggigiorno di sperimentarsi e di saper utilizzare anche aspetti tecnologici a distanza, perché i tempi magari si accorciano, quindi anche alcuni servizi possono essere gestiti con modalità a distanza e questo diventa allora un mix virtuoso, che non polarizza ne l’uno ne l’altra a scapito delle diverse posizioni.

Perché chiaramente anche i social se si usano bene, sono uno strumento importantissimo

-Si, importantissimo, anche perché con l’integrazione che si sta avendo di video, di filmati, di produzioni anche individuali, si riesce a far passare molto di più di quello che poteva essere qualche tempo fa, ed ecco che se c’era un gruppo, per esempio ci sono molti gruppi nei social, che sono aperti e che vedono la partecipazione con dei contributi delle persone per sviluppare idee, per svilupparle anche con creatività… alcuni stimoli che poi sono la finalità originaria del gruppo, ecco questa è senz’altro un buon esercizio di costruire un gruppo, di stare nel gruppo e di esserci anche con soddisfazione, perché poi questo è l’importante, che il gruppo ci dia una soddisfazione, una sensazione positiva, che non sempre accade, eh?

Che poi tra l’altro nei social si vedono realmente i leader, capita di vedere decine e decine di commenti su delle cose, su delle frasi, su dei post… li si vede chi riesce ad utilizzare anche facebook o altri social anche per mettersi un po’ in luce, per far vedere che riesce a fare qualcosa in più degli altri, ad essere un po’ più leader.

-Si, assolutamente si, questo avviene ed ecco allora che una persona che magari ha delle idee, trasmette dei concetti o ricerca di creare degli stimoli per cui le sue amicizie lo seguano, lo seguano in una logica comunque appartenente a quei concetti espressi da quella persona, quel gruppo sociale, che comunque è senz’altro un aspetto positivo… sai, diciamo che nella diretta i gruppi si vedono di più nei loro punti di forza ma anche nei loro limiti, perché le dinamiche relazionali a volte possono diventare anche conflittuali ed ecco allora che chi esprime una certa leadership deve essere abile nella gestione di queste dinamiche proprio perché non vadano a ledere la compattezza del gruppo e poi i gruppi sociali e la rete in questo ne è maestra, che funzionano meglio, sono i gruppi nei quali si entra, si esce, si ritorna, dove non c’è proprio quella appartenenza esclusivista e e per sempre, proprio perché la persona si allena anche a far parte di vari gruppi, diverse realtà, diverse situazioni, cosa che un tempo era meno fattibile, meno… i gruppi di riferimento erano pochi per le persone, erano quelli e spesso rimanevano quelli per tutta la vita, oggi questo è cambiato.

Diciamo che è un po’ quello che succede anche nella vita reale di ognuno di noi quando si frequentano vari gruppi di persone e ci si arricchisce anche internamente.

-Si, ci si arricchisce molto perché lo scambio, la condivisione, la possibilità di vedere e di valutare anche altri punti di vista, lo stare in squadra ci aiuta a risolvere qualche problema più facilmente… si trova un modo di avere un valore, come abbiamo detto prima, si riesce a dare il proprio contributo… devo dire anche si supera meglio lo stress, e questo è un aspetto importante, si supera meglio la difficoltà anche emotiva, perché il gruppo, la squadra, coinvolgono molto sia dal punto di vista emotivo che comportamentale. Quindi se il gruppo è un buon gruppo, se ci sono… non è detto che debba per forza essere numeroso, questo è un aspetto interessante che dovremo sottolineare ai nostri radioascoltatori… non è detto che un gruppo perché è numeroso sia anche efficace… anzi, ci sono spesso molti studi hanno evidenziato che un team superato un certo numero di persone, superate le nove, dieci, dodici persone inizia ad essere veramente una cosa un po’ complessa da gestire… ed ecco perché per esempio nel mondo aziendale ci si suddivide in reparti, ruoli diversi e si cerca di gestire una frammentazione della condizione organizzativa che però abbia alcune caratteristiche chiare, di coesione, nella logica della mission dell’azienda, degli obbiettivi che devono essere raggiunti. Ecco, non dobbiamo confondere il concetto di team, di squadra, con un concetto di socializzazione molto estesa, che è positivo, ma che allora poi crea altre condizioni e con questi presupposti ci porta ad una logica diversa, seppur importante.

Intanto ci è appena arrivata su skype una domanda da parte di Paola di Verona, che ci ascolta ogni giorno dal lavoro e dice: lavorare in team spesso richiede sacrifici per accontentare gli altri: come fare per essere più felici?

-Questo è un aspetto importante che ci sottolinea la nostra ascoltatrice, perché effettivamente il gruppo è di più della somma delle singole parti, quindi per stare in gruppo in modo efficace c’è bisogno di una consapevolezza anche di dover cedere qualcosa anche delle nostre esigenze, dei nostri bisogni, per mettersi a servizio di quello che serve al gruppo per raggiungere l’obbiettivo. Direi che per non avere una forma di frustrazione da questo tipo di aspetto che è tipico del gruppo e della squadra soprattutto, c’è bisogno che la nostra disponibilità sia vista in una logica positiva, perché stiamo contribuendo all’ottenimento di risultato del quale beneficeremo anche noi… ci viene invece difficile quando siamo in un gruppo e dell’obbiettivo non siamo molto d’accordo, con le relazioni con gli altri appartenenti scricchiolano un po’, non ci sentiamo totalmente parte, però d’altra parte appunto per esserci e per essere coinvolti bisogna pur far qualcosa per essere partecipi… e quando non ci sentiamo più parte di questo gruppo possiamo vedere come una difficoltà il fatto di dover perdere qualcosa del nostro tempo, piuttosto che della nostra disponibilità a favore del gruppo. Il gruppo però che funziona ricordiamolo è sempre un gruppo che tiene conto delle esigenze del gruppo ma anche delle singole esigenze delle persone. Anche perché ognuno di noi è diverso e reagisce in maniera diversa, quindi bisogna realmente tener conto anche a livello psicologico delle altre persone… ma… Damiano, ci sono anche degli esercizi? Perché poi i nostri amici stanno aspettando con ansia sempre il momento dell’esercizio.

-Guarda Andrea, direi che sul concetto di gruppo c’è bisogno di fare molta palestra e di fare anche della formazione specifica perché altrimenti può sembrare che nella sua complessità la cosa sia abbastanza semplificata, ma in realtà parte sempre da una riflessione personale sul concetto, quello che noi cerchiamo anche di proporre e quindi… in questo caso avrei pensato ad una breve focalizzazione pratica che ognuno di noi potrebbe fare, che va anche un po’ nella logica della domanda che il nostro ascoltatore ci ha appena fatto. Ci prendiamo un po’ di tempo e facciamo un elenco dei gruppi nei quali ci sentiamo coinvolti. Ricordo ad un corso, una persona ad un certo punto mi disse: “io ero arrivato qui convinto di partecipare fondamentalmente a due gruppi e cioè quello della mia famiglia e quello della mia azienda.” E poi dice “Mi sto focalizzando sulle idee e sono già in una quindicina. C’è qualcosa che non va oppure sto andando bene?” perché proprio il riconoscere quelle piccole entità quando siamo in gruppo è un aspetto importante da non dare per scontato. Poi una volta fatto l’elenco possiamo prendere uno di questi gruppi, magari dove ci siano indicati anche chi sono i componenti e quanti sono, che ci aiuta a consapevolizzare anche la dimensione del gruppo, l’importanza e il tipo di relazione che abbiamo, e indichiamo chi e cosa ci piace di più di questo gruppo, quindi le sensazioni positive che ci da e anche che cosa magari non ci piace o non ci fa stare così bene, perché può essere che in un gruppo, magari formato da poco, al quale partecipiamo con un ruolo non ancora ben definito, per esempio che ci possa essere qualcosa che non è ancora ottimale. Nel momento in cui abbiamo fatto questo, poi possiamo cercare di rispondere a questa nostra riflessione con una domanda: Cosa potrei fare io per questo gruppo? Cosa potrei fare io per dare un contributo positivo a questo gruppo? E facendo questa riflessione che si fa in qualche minuto, estendendola poi in tutti i vari gruppi nei quali noi ci siamo visti coinvolti, ecco che iniziamo ad avere una forma di valorizzazione e di cosa ci fa stare bene, cosa ci fa stare meno bene, cosa potremo fare noi, a che tipo di gruppo, di squadra apparteniamo…

Sicuramente una focalizzazione interessante, un esercizio che ci aiuta poi a capire meglio anche come entrare, reagire all’interno dei vari gruppi, ma… ricordiamo una cosa importante Damiano, che il primo gruppo di cui facciamo parte è proprio la nostra famiglia.

-Assolutamente si, e anche questo è un aspetto molto importante: la nostra famiglia, poi abbiamo la nostra famiglia d’origine, la famiglia che magari poi ci siamo costruiti, poi abbiamo anche nell’ambito della nostra socialità gli amici, ma gli amici quali? Gli amici delle attività del tempo libero, gli amici con i quali magari facciamo delle attività magari formative insieme? O delle attività culturali? I gruppi in effetti sono molti e sicuramente quello della famiglia è direi il gruppo che si struttura già con l’idea di team, perché gli obbiettivi devono veramente essere ogni giorno condivisi, e anche aiutare i ragazzi, i giovani da parte dei genitori, aiutarli a comprendere questa logica di team, di darsi una mano, di essere partecipi, di fare tutti qualche cosa… di non lasciare l’idea del gruppo solo li ai genitori che sono già senz’altro molto impegnati in tante attività… ecco, rendere partecipi anche i ragazzi è un aspetto educativo che ha anche una valenza pedagogica e formativa importante.

BRANO MUSICALE – SPAGNA – IL BELLO DELLA VITA

PODCAST: La Leadership

E ci siamo anche in questo lunedì 8 dicembre, buon giorno di Festa a tutti, ben ritrovati da Andrea Collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, bentrovati ai nostri radioascoltatori.

Ci ritroviamo quindi anche in questa settimana con Formazione Amica, una nuova puntata e anche quest’oggi si parlerà di un tema molto importante che sicuramente tocca un po’ tutti noi, perché capita nella vita di voler diventare leader, di voler metterci del proprio per riuscire poi a far vedere anche agli altri che riusciamo a farcela, vero Damiano?

-Si, oggi vogliamo toccare questo tema, la Leadership, che abitualmente è un tema che si ritiene soltanto interessante per le persone che hanno un ruolo di responsabilità, magari nel lavoro come nella società, ma in realtà è un tema che tocca tutti quanti noi.

Assolutamente si, perché poi comunque anche in tutti gli ambiti della vita devo dire, tante volte bisogna veramente prendere come si suol dire le “redini” in mano.

-Si, prendere le redini in mano delle situazioni è senz’altro un atteggiamento che una persona che vuole esercitare in un certo senso la leadership, che è l’esercizio comportamentale del leader, prende di solito le situazioni in mano e cerca di determinarle.

Allora: definiamo subito che cos’è un leader.

-Un leader potremo definirlo Andrea una persona che ha la capacità di gestire le proprie relazioni interpersonali attraverso la comunicazione, cercando di sviluppare su se stesso e sugli altri un influenza positiva per raggiungere insieme un obiettivo. Questa è la definizione più semplice che possiamo dare, la più comprensibile tra le tante che ci sono.

Diciamo anche ai nostri amici: attenzione quindi, leader non vuol dire dittatore.

-No, esattamente, questo è già un concetto che ci aiuta a comprendere alcune poi declinazioni della leadership che sono legate ai comportamenti utilizzati, la leadership appunto espressa che non significa appunto una leadership imposta.

Ma leader si nasce o si può anche diventare un po’ alla volta?

-Questo è un dilemma sul quale si dibatte spesso, mi sono trovato anch’io in alcune situazioni a discutere su questo tema, perché potremo dire che senz’altro ci sono delle predisposizioni un po’ naturali che possiamo avere… crescendo, le situazioni di vita, le situazioni che ci hanno magari visti protagonisti e quindi ci siamo magari un po’ allenati, preparati ad avere un ruolo, una qualche responsabilità fin da quando siamo piccini, nell’attività del territorio… poi cresciamo, nella scuola, tutti ricordiamo che c’era il nostro responsabile tra i ragazzi che teneva magari il coordinamento con gli insegnanti, il capoclasse, e allora magari ecco c’è anche l’idea di avere delle predisposizioni senz’altro che possono creare i presupposti per essere poi da adulti anche leader, però io credo che poi nella volontà di determinare le situazioni, nel voler focalizzare questa competenza, che ricordiamo è un importante competenza trasversale, si possa anche diventare leader.

Quindi anche un po’ alla volta si può imparare a diventare leader… ma perché ci è utile diventarlo?

-Ci è utile diventare e sentirci più leader, perché potremo in un certo senso dire che un leader è una persona che ha un idea di governo, di guida, quindi di gestione, di volersi prendere in un certo senso più responsabilità di qualcun altro nel cercare di determinare le situazioni. Ed ecco allora che noi, come dico spesso nei corsi che tengo, dovremo prima di tutto imparare ad essere un po’ più leader di noi stessi prima di tutto, quindi il saperci guidare meglio, affidare a delle indicazioni tra quelle che abbiamo più chiare, più nitide, per poter essere anche poi eventualmente pronti per poter dare un esempio anche a qualcun altro che in quel caso ci riconosce un ruolo, ci riconosce delle capacità, ed ecco che questo mette in moto un circolo virtuoso di riconoscimento di queste reciproche capacità e poi ecco far si che nei gruppi nei quali siamo, dobbiamo senz’altro oggi avere il più possibile un ruolo da protagonisti, partecipe, quindi è un modo anche per dichiarare a noi stessi la volontà di impegnarci con una certa intensità nelle cose che facciamo, potremo dire sentirsi leader.

Ok, io divento un leader, ma le altre persone come fanno ad accorgersi che io voglio diventare un leader?

-Beh, diciamo che di solito una persona che ha l’idea di sentirsi un po’ più leader tra gli altri di solito è molto proattiva, è molto creativa, diciamo che si mette in testa alle situazioni, si prende la responsabilità più volentieri di altri, vede la responsabilità come una sfida per crescere, si mette alla prova, solitamente è più creativo di altri sulle situazioni concrete, quindi di solito ci si accorge da questi tratti caratteristici.

C’è Sonia che ci ha mandato una domanda e dice: In un contesto lavorativo dove regna una mentalità di controllo e sfiducia, ma che ha come obiettivo il cambiamento, come si fa a rendere tale cambiamento autentico e non solo a parole? Come si fa a trasformare una motivazione di tipo estrinseco ad una motivazione di tipo intrinseco?

-Capita, questa risposta meriterebbe un intera puntata, però potremo dire che senz’altro in un contesto lavoratovi di questo tipo c’è l’esigenza di fare una leadership distribuita, nel momento in cui c’è un cambiamento, che va un po’ da se che si deve attuare, chi ha la responsabilità di attuare questo cambiamento dovrebbe cercare di rendere maggiormente consapevoli anche le altre persone dell’esigenza di questo cambiamento e porsi alla guida definendo piani specifici, cercando di distribuire dei ruoli anche alle altre persone, cercando quindi di dare una possibilità a tutti di contribuire in modo concreto a questo cambiamento. Potremo dire di mettere in gioco in questo caso l’autorevolezza di chi ne avrà la responsabilità di questo cambiamento, e l’esigenza di una forma che è a metà tra una leadership democratica, mediatrice, e anche in un certo senso esemplare; sicuramente poi l’esempio trascina, modifica più di altre cose. A volte le persone non hanno la consapevolezza di quanto sia importante essere partecipi e dare quel proprio contributo di leadership nel vivere le situazioni.

Di fondo diciamo che c’è sempre il dialogo comunque in ogni caso.

-Si, c’è il dialogo, infatti abbiamo detto nella definizione che è attraverso la comunicazione con gli altri che noi riusciamo a mediare, negoziare, esprimere la nostra leadership.

Damiano, ma ci sono dei principi di fondo per quanto riguarda la leadership?

-Ci sono vari aspetti, perché la leadership è una competenza come abbiamo detto molto varia che ha anche diverse sfaccettature, però potremo per così dire, individuare almeno 4 principi un po’ cardini, diciamo. Il primo principio è l’insegnamento, un termine che vuole esprimere il fatto che serva a dare delle indicazioni. Appunto parlavamo poco fa del contesto di lavoro, c’è comunque la necessità che qualcuno magari solitamente che ha più esperienza su determinate tracce operative, che sappia dare delle indicazioni che vanno anche in funzione di alcune regole comportamentali ed organizzative che ci sono e che devono essere per così dire rispettate per il buon funzionamento delle cose. Quindi insegnamento, o indicazione. Poi l’orientamento, perché poi le indicazioni devono essere funzionali al fatto di raggiungere determinati obbiettivi, quindi nell’orientamento potremo comprendere anche la capacità di pianificare nel tempo al fine di raggiungere un obbiettivo. Ed è il secondo aspetto l’orientamento. Il terzo è la motivazione, perché necessariamente una persona che si pone in un ruolo di leader deve supportare, sostenere gli altri nelle loro attività, gli altri si aspettano che sia la persona che più esperienza che li supporta in questo, e il quarto principio di fondo, è il fungere da riferimento nei momenti di difficoltà, che potremo chiamare come una forma di protezione. E anche questo è un aspetto importante, perché quando ci sono le difficoltà si va dalla persona alla quale noi attribuiamo l’idea di essere di riferimento. Nel momento in cui noi la vediamo come riferimento è come gli attribuissimo il ruolo di leader, ed ecco allora che la persona leader dovrebbe sapere quindi proteggere, ascoltare, comprendere, saper interpretare le esigenze delle altre persone…

E tante volte anche risolvere i problemi

-E tante volte si… riprendere il toro per le corna e cercare di determinare le situazioni ascoltando anche gli altri, prendendo spunto anche da quella che è l’idea delle altre persone e poi cercare di risolvere le questioni.

Ma ci sono anche degli esercizio che possiamo fare per aumentare anche la nostra leadership?

-Diciamo che per aumentare la nostra leadership abbiamo bisogno di sperimentarci in contesti che ci diano la possibilità di allenare tutte queste capacità. Ecco che magari quando si ha l’occasione nel lavoro, quando si ha la lo spazio per poter prendersi un po’ di responsabilità in più e sperimentarsi, questo ci aiuta a poter appunto fare più pratica della leadership, poi ci sono anche delle formazioni specifiche che si possono fare per migliorare appunto questa competenza, ma pensavo come al solito ad una piccola esercitazione che si potrebbe fare che probabilmente non aumenterà la leadership dei nostri ascoltatori, ma quanto meno potrebbe dare delle letture per comprendere quanto si sentono in una condizione di leader in questo momento della loro vita.

Pensavo che potremo utilizzare l’indicazione come d’abitudine nelle nostre puntate, quindi potremo dare l’indicazione di prendere il nostro solito foglio bianco, lo dividiamo in metà verticale e poi lo dividiamo in quattro sezioni a livello orizzontale. E così formiamo otto rettangoli nel complesso su questo nostro foglio. Sulla colonna di sinistra andiamo a recuperare quelli che sono i quattro criteri che dicevamo prima, principi di fondo della leadership e quindi in ognuno di questi quattro quadranti, dall’alto verso il basso possiamo scrivere: insegnamento – cosa sto insegnando in questo momento e a chi, in quale contesto. Poi in quello sottostante ci scriviamo orientamento – chi ritengo che sto guidando in questo momento e verso quali obbiettivi. Poi nel terzo rettangolo scriviamo motivazione – chi sto motivando e con quali motivazioni. E al quarto scriviamo produzione – per chi ritengo di essere un punto di riferimento e su che cosa. Allora in questi primi quattro step andiamo poi a fare le nostre riflessioni e a scriverci in ognuno dei riquadri questi aspetti, rispondere in un certo senso a queste domande, che ci danno la possibilità di comprendere quanto siamo, come siamo, su alcune situazioni. Si può prendere anche una situazione specifica del lavoro, della famiglia, o dell’ambito del nostro tempo libero, della nostra socialità. Nella colonna di destra in tutti e quattro gli step scriviamo la stessa domanda: quali comportamenti/o azioni sti esprimendo. Quindi con quali comportamenti o azioni io sto esprimendo queste indicazioni, questo insegnamento. Con quale comportamento o azioni sto esprimendo io mio orientamento, con quale comportamento o azioni io sto esprimendo la mia motivazione e idem con quale comportamento o azioni io sto esprimendo una forma di protezione e di riferimento. Fatto questo esercizio, che ci porterà un impegno di pochi minuti, poi possiamo girare il foglio e ci scriviamo tre semplici domande alle quali rispondere dandoci una autovalutazione da 1 a 10 rispondendo a quanto leader mi sento in questo momento, in questa situazione, quella espressa nel foglio di lavoro che abbiamo davanti… quanto leader mi ritengono gli altri, quanto leader vorrei essere. E così cerco di dare una autovalutazione a questa competenza di leadership che ho descritto, che ho analizzato.

Ottimo direi, ci aiuta a scoprire un po’ meglio come siamo come leader.

-Si, ci aiuta a scoprire un po’ quali aspetti ci sono in campo e come noi abbiamo focalizzato questi concetti.

Devo dire che ogni settimana Damiano, hai sempre degli esercizi che ci auto-aiutano a capire come siamo e come ci possiamo poi comportare.

-Si, diciamo che la caratteristica un po’ anche della formazione che propongo con Gruemp è quella di aiutare appunto le persone a fare delle riflessioni specifiche, di orientarsi il maggior possibile verso un tema di autonomia, quindi è ovvio che c’è inizialmente maggior bisogno dell’aiuto del formatore, del coach per focalizzare le cose, per dare i giusti registri ai concetti, però poi perché le persone cerchino di portare questi aspetti nella loro quotidianità in modo più agevole e più autonomo possibile.

BRANO MUSICALE – RENATO ZERO – IL MAESTRO

 

 

 

PODCAST: Gli Obiettivi

Care amiche e cari amici, ben ritrovati su Container Radio per una nuova puntata di Formazione Amica! Ben ritrovati da Andrea Collalto e naturalmente benvenuto a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, buona giornata a tutti i radioascoltatori

Bentrovato a Damiano Frasson della Gruemp e anche oggi devo dire, per quanto riguarda il mondo della formazione avremo una bella puntata, perché si parlerà di un argomento anche questa settimana devo dire, piuttosto importante, perché sono cose possono essere utili e che tutti noi cerchiamo, perché chiunque si può dare per qualunque cosa della vita, degli obiettivi, vero Damiano?

-Si, esatto. Proprio di obiettivi vogliamo parlare oggi, anche per collegarci alla puntata precedente dove abbiamo parlato di motivazione.

Esatto, quindi ricollegandoci alla puntata precedente, dopo esserci motivati, dobbiamo trovare anche degli obiettivi per procedere verso i nostri intenti. E allora: che cosa origina gli obiettivi Damiano?

-Diciamo che gli obiettivi come abbiamo già detto vanno a stretto braccetto con la nostra motivazione, e in ambito formativo si parla di un management per obiettivi, quindi di capacità di gestire gli obiettivi. Diciamo che possono nascere per due grandi aspetti: uno è senz’altro quello dei nostri bisogni e quindi tutto quanto riguarda quella sensazione che abbiamo a volte, quella sensazione di avere qualcosa che ci manca e quindi ci stimola, ci spinge ad ottenere questo vuoto potremo dire momentaneo magari che vorremo riempire. E poi l’altro aspetto molto importante che da origine abitualmente ai nostri obiettivi è il desiderio, quindi quello che desideriamo ottenere, che è un po’ diverso dai nostri bisogni perché il desiderio riguarda quella sensazione di avere già qualcosa, ma di voler andare oltre, di voler migliorare, di voler incrementare o valorizzare di più noi stessi e ciò che già abbiamo. Ecco, questi sono i due più grandi aspetti che originano in un certo senso i nostri obiettivi.

Ecco, si dice spesso che volere è potere Damiano: se uno vuole tanto una cosa, dovrebbe riuscire a raggiungerla: questo fa parte degli obiettivi?

-Si, questo fa parte degli obiettivi, nel senso che nel momento in cui abbiamo un obiettivo ben chiaro e poi diremo qualcosa su questo, senz’altro il concetto di volontà, la capacità proprio di perseverare di stare su quella che viene chiamata anche linea della volontà, quindi su quel percorso che ci permette di raggiungere i nostri obiettivi è molto importante. Di solito se abbiamo obiettivi che non ci stimolano, che non ci danno interesse e che quindi non attivano la nostra volontà, i nostri desideri, magari va da se che non riusciamo a raggiungerli.

Quindi volendolo a tutti i costi si può anche riuscire a raggiungere diciamo quello che è un obiettivo: ma in questo caso, ci si possono dare anche delle tempistiche Damiano?

-Per quanto riguarda gli obiettivi senz’altro è importante considerare l’aspetto temporale, senza dubbio, perché noi possiamo avere anche dei piccoli obiettivi, lo abbiamo detto anche nelle puntate precedenti parlando di autostima, di motivazione, giornalieri, quotidiani, quindi dei piccoli obiettivi a breve termine, perché sono delle situazioni che ci servono per gestire la nostra quotidianità e magari sono un po’ meno strutturati, li diamo un po’ per scontati, ma in realtà se ci fermiamo un attimo a riflettere ci sono. Poi abbiamo senz’altro degli obiettivi a lungo termine, quindi un po’ più in la nel tempo, perché abbiamo bisogno di strutturare un percorso, proprio per raggiungere questi obiettivi. E allora ecco che gli obiettivi a lungo termine possono contenere nel percorso anche degli obiettivi di medio termine, quindi diciamo che si struttura nella logica temporale una specie di sequenza, breve, lungo, medio termine per dare proprio anche questa idea che noi dobbiamo avere come percorso da fare, perché obiettivi che possiamo raggiungere in modo immediato quasi istantaneo, ce ne sono veramente pochi.

Diciamo che gli obiettivi sono anche pianificazione molto spesso…

-Si, senz’altro, sono soprattutto pianificazione. Questo è un concetto che è importante sottolineare, perché in questa nostra società così un po’ turbolenta, la quale ci porta gli obiettivi soprattutto di sopravvivenza giornaliera, settimanale e quando va bene mensile, si rischia di avere un po’ l’idea che non serva più progettare degli obiettivi; pianificarli, strutturarli, comprendere delle risorse che sono in gioco, ed invece questo è un aspetto ancora importante proprio perché c’è la difficoltà della nostra contingenza quotidiana diciamo di fermarci un attimo e di guardare avanti e come fare questo percorso per raggiungere i nostri obiettivi. Per i ragazzi giovani poi questo è ancora più importante, avere comunque la capacità di guardare avanti anche se è chiaro, non è semplice, non è facile, però avere una prospettiva anche di un lungo termine.

Certo, anche perché insomma… se si pianifica un po’ anche il futuro diciamo un po’ anche si vede meno nero tra l’altro, perché abbiamo un obiettivo da raggiungere e quindi ci aiuta anche a vivere un po’ meglio direi…

-Si, è come noi avessimo la possibilità di prendere le nostre potenzialità e di direzionarle verso un qualche cosa e darle anche alla nostra energia, alla nostra mente, alla nostra capacità di ragionare, di riflettere e quindi anche alle nostre motivazioni un obiettivo, quindi un bersaglio da colpire, da raggiungere, e questo impiega in modo più significativo e molto più efficace tutte le nostre motivazioni, tutto il nostro essere psicofisico.

Anche perché chiaramente bisogna essere motivati per raggiungere un obiettivo, perché ci vuole un po’ anche possiamo dire l’atteggiamento giusto…

-Si, ci sono vari tipi di atteggiamenti, potremo citarne alcuni, che dipendono proprio dall’obiettivo in un certo senso che ci proponiamo, perché comunque solitamente è un attività più o meno consapevole che ognuno di noi fa giornalmente, e allora potremo avere non so… quello che viene definito un fiume di ghiaccio, quelle persone che partono subito, poi si mettono un obiettivo e vanno per così dire soprattutto su una sensazione emozionale distinta. Poi ci sono sempre quelli che si mettono degli obiettivi all’ultimo momento e quando si trovano nelle difficoltà e quello potremo definirlo di sopravvivenza, come quasi quando ti siedi su una sedia e rischi di trovare una puntina da disegno e subito ti alzi perché ti rendi conto che ti da un disagio, che ti da un problema… Oppure c’è anche uno stile molto attuale, per il tipo di comportamenti che siamo soliti avere con telefoni, tecnologie, telecomando… che è lo stile zapping, lo stile di gestione degli obiettivi che in un certo senso ne pone tanti, cerca di mettersi in moto su varie cose e non fa una selezione ottimale, quindi uno stile che permette di essere attivi su tante cose però non da delle vere e proprie priorità. Oppure potrebbe esserci anche un altro stile, che potremo considerare, che è quello degli obiettivi alternativi… quindi quello di dire mi pongo un obiettivo, nel momento in cui però per il percorso per raggiungerlo non riesco, voglio avere anche la flessibilità di mirare ad un altro aspetto che sia magari similare e che mi permetta di lenire anche la frustrazione di non aver raggiunto proprio proprio gli obiettivi ideali che avevo… ci sono quindi in funzione degli obiettivi, delle varie modalità comportamentali che noi possiamo attivare.

Quindi fondamentalmente vari atteggiamenti che possiamo utilizzare, ma anche varie caratteristiche di obiettivi possiamo dire.

-Senz’altro Andrea per avere un obiettivo ci sono per così dire dei miti da sfatare: nel senso che un obiettivo ha della caratteristiche. Se non ha queste caratteristiche non è un obiettivo in realtà. Quindi noi a volte scambiamo degli obiettivi per delle cose un po’ più generali. Se parliamo delle caratteristiche degli obiettivi, molti anni fa si è definito in ambito formativo/motivazionale un po’ la strategia che viene chiamata smart che vuole dare una sensazione di positività per il nostro raggiungimento dell’obiettivo e quindi la traduzione di questo concetto è praticamente che le caratteristiche di un obiettivo sono cinque: dovrebbe essere stimolante, misurabile, ambizioso, realistico e temporizzato. Se ci sono queste cinque carattestiche allora possiamo parlare di un obiettivo vero e proprio. Stimolante perché senz’altro deve essere riferito questo obiettivo a un qualcosa che non sia di carattere generico, ma deve essere chiaro che cosa vogliamo raggiungere. Misurabile è un altro concetto molto importante, perché c’è bisogno di avere una possibilità di verificare il raggiungimento o meno di questo obiettivo. Quindi lo misuro con che cosa: in termini quantitativi o qualitativi. Poi ambizioso, perché necessariamente ci deve stimolare a raggiungerlo e quindi deve anche in un certo senso elevare la nostra autostima, deve avere una certa rilevanza, non necessariamente deve essere estremamente ambizioso, ma deve contenere quella giusta dose di ambizione che ci stimola e che ci motiva. Poi cosa che di questi tempi abbiamo un po’ perso, è che deve essere realistico… deve essere pensato il nostro obiettivo in funzione di quello che realmente ho a disposizione, a seconda delle capacità che penso di avere, delle competenze che ho, deve essere concretamente raggiungibile, non necessariamente illusorio… L’ultimo aspetto è la temporizzazione. Cioè deve essere definito un tempo di scadenza, entro il quale io ritengo di poter raggiungere questo obiettivo, ed entro quale scadenza, può essere un arco temporale, che ne so entro sei mesi, tre mesi, prima del e non oltre il, per esempio come data… ma deve esserci anche questo aspetto.

Mi piace in modo particolare l’obiettivo realistico… in effetti, che ne so… a me piacerebbe andare sulla luna, ma so che non ci riuscirò mai, ecco, non lo potrò mettere come obiettivo.

-No, non riusciamo a fare come l’amica Crisforetti, che in questo momento c’è effettivamente nello spazio… diciamo che questo aspetto è veramente un aspetto cruciale direi, l’essere realistico… che non significa non porsi, in questo senso realistico qualcuno potrebbe intenderlo come troppo obiettivo, che riduce le ambizioni, ma in realtà abbiamo detto poco prima che c’è l’ambizione, che ha una certa rilevanza, ma deve essere una rilevanza più legata alla nostra realtà, che ci serve veramente, che noi pensiamo di avere le condizioni per raggiungerlo… poi è un percorso, quindi è evidente che in una logica temporale magari di medio/lungo termine questi aspetti ci servono per avere un po’ una mappa su come gestirci e poter anche apportare qualche modifica che spesso è necessaria nel percorso del raggiungimento dell’obiettivo, quindi magari le condizioni di partenza non sono le stesse, se vogliamo raggiungere un obiettivo magari in sei mesi, un anno, non sono le stesse di quando siamo partiti dopo tre mesi, sei mesi, perché le situazioni cambiano, evolvono, ed è un po’ questa la difficoltà che spesso le persone hanno, lo riscontro anche nei corsi; pensando che tutto cambia ogni giorno decidono di dire ma allora che senso ha che mi ponga un obiettivo che tanto qui cambia tutto ogni 24 ore/48 ore, a cosa serve… e invece è proprio per cercare di superare questo limite, così di questa provvisorietà che abbiamo in questo momento, che ci serve quanto meno avere comunque delle linee tracciate di dove dovremo andare, di che cosa dovremo fare, di che cosa dovremo ottenere, ecco…

Anche perché poi è tutto uno step by step diciamo, passo dopo passo di riescono poi a sistemare ed incastrare le varie cose che succedono giorno dopo giorno per raggiungere anche i propri obiettivi…

-si, senz’altro, perché lo step by step è importante e come abbiamo detto prima può essere anche che noi ci poniamo un obiettivo intermezzo che, nel momento in cui noi lo raggiungiamo, ci permette di farci capire quanto vicini o lontani, o quanto o che cosa magari dobbiamo modificare, di quello che ci eravamo idealmente prefissati in partenza. Perché sai, si parte sempre con le buone intenzioni, poi però c’è la strada da fare e sulla strada diciamo, sarebbe bene non perdere le buone intenzioni, non perdere l’orientamento, ma essere anche disponibili a fare dei cambiamenti inevitabilmente, magari parleremo in una delle prossime puntate dei cambiamenti.

Damiano, ma ci sono anche delle esercitazioni che possiamo fare proprio a casa per vedere anche come porci gli obiettivi?

-Guarda Andrea, io ci ho pensato a questo momento che noi abbiamo sempre deciso insieme di proporre ai nostri ascoltatori, perché questo aspetto rende pratico quello che stiamo cercando di proporre proprio in una logica di formazione amica, quindi pratica, concreta e avevo varie alternative. Ci ho pensato un attimo e però direi che non è possibile non proporre la più tradizionale, quella che viene chiamata anche in ambito formativo proprio la lettera di intenti. Cioè la trascrizione delle cinque caratteristiche per strutturare un obiettivo. Quindi è proprio la base direi, che poi in se è abbastanza semplice e se dici magari la spiego un attimo.

Quasi quasi si, perché intanto hai incuriosito me, ma sicuramente anche i nostri amici all’ascolto.

-Allora: prendiamo un foglio, bianco quadrettato, o a righe. Ci scriviamo in alto La mia lettera di intenti e il mio obiettivo smart. Quindi già indicandoci lo smart, ci ricordiamo delle cinque caratteristiche che ricordo sono stimolante, misurabile, ambizioso, realistico e temporizzato. Possiamo iniziare così: io, e scriviamo il nostro nome. Quindi io scriverei: Io, Damiano Frasson. Questo è importante perché ci da proprio l’idea che è un impegno che noi prendiamo con noi stessi. E poi scriviamo un verbo d’azione, quindi: farò, realizzerò, andrò… costruirò, otterrò… concluderò un azione di vendita, concluderò un lavoro, cambierò… quindi un verbo d’azione, che ci metta in una logica anche di stimolo. E quindi io e il verbo d’azione racchiudono praticamente l’aspetto di stimolo. Quindi qualcosa che ci da l’idea di essere stimolante. Poi abbiamo praticamente la misurabile, quindi sotto un paio di righe ci scriviamo io la verificherò così… io farò questa cosa e la verificherò come verificherò, quindi che tipo di risultato otterrò da questo obiettivo che io voglio raggiungere. Quindi questo ci permette di non essere generici e di riconoscere subito che cosa dobbiamo ottenere. Poi un po’ più in giù lasciamo ancora qualche riga e ci scriviamo la descrizione dell’obiettivo proprio, quindi io, farò od otterrò questa cosa e la otterrò in che modo, fatta così, vorrò raggiungerla in questo modo, voglio che ci siano coinvolte anche altre persone perché mi sentirò soddisfatto nel momento in cui sarò riuscito a… ok? Ecco, questo è l’aspetto che da anche l’ambizione e lo stimolo per raggiungerlo… perché mi darà più autostima, perché mi sentirò maggiormente realizzato, ok? E lo descrivo… proprio l’obiettivo che ho. Poi arriviamo al fatto che deve essere realistico, e quindi per essere realistico, andiamo qualche riga più in basso e ci scriviamo: risorse, energie e costi preventivati. Questo è un aspetto che rende il tutto molto realistico, quindi: quali sono gli aspetti che devo mettere in campo, risorse personali, risorse, mezzi, strumenti di altri, l’energia che mi costerà, il costo, perché può esserci un costo economico, un costo quindi pratico, concreto, può esserci un costo di tempo, un costo anche emozionale in un certo senso, e poi lasciamo ancora un paio di righe dove scriveremo questo e andiamo al Temporizzato. Quindi sarà realizzato entro il tot giorno o direi meglio giorno, settimana più che mese, altrimenti mi diventa troppo largo… entro il e non oltre o non più tardi di… quindi diamoci un lasso temporale di tempo di tre, cinque, sette giorni, una settimana, quindici giorni se è a lungo termine magari, può essere utile. E poi concludiamo con un aspetto che ci responsabilizza e ci facciamo una firma nostra, una nostra firma sotto. Ecco quindi che con questo semplice esercizio noi cerchiamo di dare concretezza… e si fa in una decina di minuti, anche meno, dipende da quanto abbiamo più o meno chiaro il nostro obiettivo da raggiungere e può essere un esercizio chiaro, semplice, concreto, che ci da la possibilità di mettere in pratica questi aspetti importanti per la nostra motivazione, per la nostra vita.

Assolutamente una vera e propria pianificazione dell’obiettivo in pratica…

-Si, proprio una pianificazione, infatti si chiama lettera di intenti proprio per intendere questo… traduci le idee, gli intenti nero su bianco, prenditi la responsabilità di quello che tu stai definendo e su questo muoviti. Questa è una pianificazione di partenza che ti aiuta a considerare gli elementi che sono in gioco rispetto all’obiettivo semplicemente. Poi una persona può anche scrivere un intento smart per valutare un obiettivo che vuole raggiungere in funzione di quelle cinque caratteristiche, quindi diciamo che questo è molto libero… una persona già utilizzando l’acronimo smart si ricorda delle caratteristiche e può lavorarci su, ecco. Questo è un aspetto che anch’io utilizzo ancora per quando magari ho un obiettivo a lungo termine in qui ho bisogno di focalizzare alcune cose… mi prendo dieci minuti, un quarto d’ora, me la compilo, poi prendo il foglio, me lo metto in un posto che ho sempre a disposizione, magari faccio la foto con il telefonino e ogni tanto se mi viene in mente che c’è qualche aspetto che sta intervenendo su questo obiettivo ci do un occhiata ed è bene avere anche una certa umiltà riguardo l’aspetto degli obiettivi: mettersi giù con calma, ragionarci e pianificarli un po’.

Certo, e poi come dicevi essere realisti, però non smettere mai di sognare, perché comunque gli obiettivi si possono raggiungere.

-Infatti il sogno che è un po’ la benzina dei nostri obiettivi, dobbiamo nutrire anche queste idee, questa pianificazione un po’ manageriale dei nostri obiettivi, anche in funzione come abbiamo detto dei nostri obiettivi, dei nostri bisogni, quindi quando sognamo un obiettivo in realtà stiamo dando già un po’ vita alla vision da raggiungere e questo credo che sia molto importante, infatti il brano che ho scelto oggi da dedicare ai nostri ascoltatori è proprio un brano che parla di questo Andrea. Dell’imparare a sognare. Del cercare di comunque rendersi conto che fin da piccini vogliamo diventare grandi, vogliamo diventare qualcosa, vogliamo diventare qualcuno, vogliamo affermarci e magari da grandi un po’ per le frustrazioni, un po’ per l’insuccesso che incontriamo, perdiamo un po’ l’idea di sognare, quindi anche poi di saperci porre degli obiettivi, ecco. Non tutto è necessariamente raggiungibile nella vita solo perché lo vorremmo, però mi piace dire che una persona che si struttura bene i propri obiettivi può fare in un anno soltanto, in un paio d’anni, molta più strada, può raggiungere molti più obiettivi di quanto una persona in un intera vita che vive un po’ così senza darsi questi criteri, ecco. L’ho visto e sperimentato oltre che sulla mia pelle, l’ho visto realizzare e concretizzare da moltissime persone in tanti anni.

E allora non smettiamo mai di sognare, anzi: impariamo a sognare in questo caso, con questo brano Ho imparato a sognare. La versione originale era dei Negrita, ci ascoltiamo quest’oggi la versione di Fiorella Mannoia.

BRANO: FIORELLA MANNOIA – HO IMPARATO A SOGNARE.

 

PODCAST: La Motivazione

 IL TESTO INTEGRALE DELLA SECONDA PUNTATA

Care amiche, cari amici, ben ritrovati qui su Container Radio per una nuova puntata, per la seconda puntata di Formazione Amica.

Ben ritrovati da Andrea Collalto, e naturalmente ben collegato con noi a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

Ciao Andrea, buon giorno e buon pomeriggio a tutti gli amici di Container Radio.

Si ritorna con la seconda puntata di Formazione Amica e ringraziamo immediatamente tutti gli amici, tutte le amiche che ci hanno seguito durante la prima puntata. Devo dire che ha suscitato già immediatamente un sacco di interesse e anche delle belle domande per vari argomenti che andremo ad affrontare nelle prossime puntate. Anche perché quando si parla di motivazione, quando si parla di formazione, la cosa interessa veramente tutti noi. Ringraziamo la Gruemp di Padova, la società del nostro Damiano Frasson, perché è partita veramente una bella collaborazione con Container Radio devo dire. Damiano: l’argomento di questa settimana… ritorniamo con un bell’argomento di quelli tosti devo dire e in questo caso si parla di Motivazione.

si, oggi abbiamo pensato di affrontare questo tema che è molto ampio e che credo poi troverà qualche ulteriore specificità anche nelle prossime puntate, nei prossimi incontri. Oggi volevamo affrontare proprio la Motivazione. Motivazione che deriva dal Latino “Motus” e quindi movimento. Ci da l’idea proprio di qualcosa che ci mette in moto nei confronti di qualche situazione o qualche persona che noi riteniamo ci incentivi, ci motivi appunto nell’agire.

A volte non riusciamo a trovare la motivazione per quello che stiamo per fare, però basta una parola di una persona a cui teniamo in modo particolare… si riparte e trovi la forza per spostare una montagna…

Si, senz’altro anche questo è un aspetto che noi viviamo nella nostra quotidianità, a volte ci sentiamo non sufficientemente motivati, ma basta poco per accendere quella miccia positiva che ci rimette in moto. D’altra parte la capacità però anche di automotivarsi è una delle competenze più importanti tra le competenze trasversali, è una delle più decisive direi per la nostra vita, per il nostro benessere.

A me sembra Damiano però che questa cosa, molto spesso viene a mancare anche a noi, ma anche a tanti giovani che sento anche con varie interviste, con vari collegamenti anche con la radio, devo dire che soprattutto anche tanti giovani non sono molto motivati… insomma non vedono proprio bene, proprio non riescono a focalizzare bene il proprio futuro e quindi non si sentono motivati. E qui per far nascere una motivazione interna, per farci ripartire, come si potrebbe reagire?

Beh, diciamo che senz’altro questo è un momento un po’ complesso per tutti e i giovani pagano forse il prezzo un po’ più alto, perché hanno magari non esperienza e dal tuo osservatorio, che senz’altro è un osservatorio privilegiato noti tutto questo, ma lo noto anch’io nei nostri servizi di formazione, di consulenza che diamo, comunque i ragazzi hanno questa difficoltà; un po’ anche perché perdono la fiducia nei confronti delle condizioni generali in cui sono coinvolti nella quotidianità. Hanno difficoltà nel focalizzare degli obiettivi, oppure riprendono, anche questo è un piccolo errore in cui si rincorre per quanto riguarda la motivazione, di doversi sempre mettere un obbiettivo molto grande e lontano nel tempo, mentre in realtà è molto utile sapersi mettere qualche piccolo obiettivo quotidiano, anche a breve termine che riguardi nel caso dei giovani magari lo studio, piuttosto che anche una situazione nell’ambito dello sport, del loro tempo libero, proprio per cercare di mantenere un attività rispetto alla propria motivazione, legata a qualcosa di concreto che si può verificare anche a breve termine, questo è un aspetto che magari può essere d’aiuto.

Diciamo che magari anche psicologicamente questa cosa aiuta, procedere passo dopo passo.

Senz’altro si, in ambito psicologico la motivazione ad agire per molti aspetti viene anche caratterizzata con quello che viene chiamato il “luogo del controllo”, cioè luogo del controllo interno, oppure luogo del controllo esterno. In modo adesso abbastanza semplificato lo potremo spiegare così: una persona prova delle motivazioni dentro di se e vede di avere le risorse, le capacità, le potenzialità per muoversi, per agire, per ottenere dei determinati risultati che magari è prefissata autonomamente o che ha condiviso con altri, quindi in questo caso si parla di luogo del controllo interno, oppure è una persona che tendenzialmente attende un po’ che gli eventi accadano, aspetta lo stimolo sempre dagli altri, o in un certo senso demanda a qualcosa fuori delle proprie possibilità di controllo di gestione questa motivazione, e allora si parla di luogo del controllo esterno.

Molto spesso però quando viene a mancare quell’automotivazione che serve a fari ripartire, è forse anche un po’ per mancanza di fiducia in noi stessi, che ne dici Damiano?

Si, questa senz’altro, abbiamo parlato del discorso dell’autostima e questo è un aspetto che diventa centrale per quanto riguarda la nostra motivazione; possono essere svariati i motivi per cui noi ci troviamo in difficoltà a sentirci più motivati rispetto alle nostre esigenze e uno è senz’altro la mancanza di fiducia, la mancanza di autostima, ci dimentichiamo un po’ dei nostri bisogni, che invece sono molto importanti, lasciamo un po’ scorrere la nostra vita sulle solite abitudini ecco, magari non cerchiamo di trovare qualche novità, qualche piccolo cambiamento, riteniamo che in un certo senso gli altri siano migliori di noi… potremo dire che ci autolimitiamo, ecco, di fronte alle situazioni.

Quindi anche li bisognerebbe ogni tanto cambiare punto di vista e fare un po’ un analisi di quello che sta succedendo nella nostra vita…

Si, questo è senz’altro utile, cambiare punto di vista. Cambiamento e motivazione sono aspetti molto collegati e potremo dire che in un certo senso, per fare anche una forma di autovalutazione, per vedere come procediamo potremo considerare che ci sono degli aspetti che ci motivano più di tipo potremo dire… verticale, più legati agli obiettivi come abbiamo già detto, alla condizione anche nostra fisica, alla nostra grinta, al nostro coraggio di affrontare le cose, la nostra determinazione e poi ci sono però anche degli aspetti che devono essere riflettuti, progettati, strutturati con un piano d’azione e questi sono aspetti che potremo definire più del tipo orizzontale, più calmi ma senz’altro anche questi sono aspetti decisivi direi per avere maggior motivazione.

Assolutamente, perché poi ricordiamo che il futuro ce lo costruiamo noi stessi giorno dopo giorno alla fine…

Si, è un procedere passo passo che crea e sviluppa quelle energie che noi poi sentiamo di padroneggiare per affrontare magari anche delle condizioni di difficoltà, ecco

Una cosa che è piaciuta molto anche ai nostri ascoltatori la scorsa settimana con la prima puntata, sono gli esercizi pratici. Ecco, qui ti chiedo praticamente un po’ come fare per sentirsi motivati: ci sono degli esercizi che magari possiamo svolgere all’interno della nostra giornata per trovare quella motivazione che ci manca?

Si, ho riscontrato anch’io che è piaciuta molto l’idea del dare qualche spunto pratico concreto che poi per i brevi tempi che abbiamo non è mai facile, però devo dire che anche per quanto riguarda la motivazione ci ho pensato un attimo e potremo proporre un esercizio concreto da poter fare che magari può essere utile sia per l’ambito personale o famigliare, per quello lavorativo e anche per quello così più sociale del tempo libero. Potremo dare ai nostri amici questa indicazione: di prendersi dieci minuti di tempo: un foglio di carta bianco, un A4, dividerlo in tre parti uguali in modo orizzontale e dedicare ad ogni spazio un ambito della nostra vita: in alto quello della nostra vita personale e famigliare, al centro quello lavorativo/professionale, in basso quello del tempo libero, hobby, amicizie, la vita sociale in genere. E poi in tutti e tre questi spazi potremo scriverci una domanda più o meno diq uesto tipo: Quali sono gli aspetti o gli obiettivi, i valori, che mi motivano, che riconosco siano motivanti per me, in questo momento della mia vita? E in ognuno di questi spazi andiamo a fare un breve elenco e già questo ci aiuta a comprendere come siano diversi poi gli stimoli che noi riceviamo, che riteniamo siano utili per motivarci, cambiando di ambito e qundi anche di condizione. E questa è una prima parte dell’esercitazione che si fa abbastanza velocemente in qualche minuto. Poi, volendo essere completi, si può girare il foglio e risuddividere in altri tre spazi con la stessa logica che abbiamo appena spiegato e in questi tre spazi scriverci una domanda più o meno di questo genere: Quali sono gli ostacoli e le difficoltà che ritengo in questo momento riducano la mia motivazione? In questo momento e quindi in questo ambito della mia vita… E anche qui facciamo un piccolo elenco. Ecco che, Andrea, ci troveremo con sei spazi al termine dei dieci minuti, che ci avranno dato una forma proprio di autovalutazione più concreta su ciò che ci motiva, cio che ci ostacola o che riduce in un certo senso la nostra motivazione. E spesso fare anche questo semplice esercizio però rimette in moto idee, ci ristimola alcuni pensieri che riguardano la nostra motivazione e ci da anche spunto per qualche nuova azione.

Potrebbe essere veramente interessante perché poi quando ci troviamo di fronte proprio al nero su bianco e possiamo valutarci da noi stessi.. già li si comincia un po’ a pensare, a vedere che direzioni si possono prendere, ci si può muovere anche per migliorare quella che è la motivazione che andiamo cercando in noi stessi.

Esattamente, proprio l’esercizio di mettere nero su bianco ci aiuta anche a dare una forma di concretezza, un po’ le difficoltà che abbiamo… occupandomi di formazione, di apprendimento, lo vedo spesso, le persone hanno anche delle idee valide, delle idee buone, hanno anche qualche orientamento… più concreto a volte di quello che credono e però c’è bisogno che trovino quello spazio per fermarsi un attimo, per metterete per l’appunto nero su bianco le cose, per cercare di confrontarsi e poi ovviamente di darsi anche degli stimoli un po’ da soli, in altri casi c’è bisogno di un aiuto ovviamente per carità, però questo ci può essere molto utile.

Io so che c’è una canzone che adesso ci andremo ad ascoltare che parla proprio di prendere la direzione giusta, la presenti tu? So che è un pezzo di Nek

Si, è una canzone di Nek che si intitola “Un’altra direzione” e ho scelto questo brano perché la motivazione, come abbiamo detto anche prima, è qualcosa che a volte scatta anche in modo abbastanza repentino, un po’ come una molla con una certa immediatezza e ci stimola un po’ a cambiare punto di vista come abbiamo detto, a cambiare idea sulle cose, cercare magari a volte di fare qualche piccolo ma significativo cambiamento che ci ridia un tono, che ci ridia una forma di credibilità e motivazione.

 NEK – Un’altra direzione

PODCAST: L’autostima

IL TESTO INTEGRALE DELLA PUNTATA

Care amiche, cari amici, ben ritrovati qui su Container Radio, si parte quest’oggi con una nuova trasmissione che vi terrà compagnia per le prossime settimane ogni lunedì alle 14 e in svariate repliche, poi ne parleremo ovviamente all’interno del nostro appuntamento.

Ben ritrovati da Andrea Collalto e ben trovato a Damiano Frasson. Ciao Damiano!

-Ciao, ciao Andrea, ciao a tutti gli ascoltatori di Container Radio

Oggi con te si parte con un nuovo ciclo di trasmissioni. Si intitola Formazione Amica e parleremo ovviamente di formazione, di motivazione, già abbiamo accennato anche all’interno dei nostri social un po’ l’argomento di oggi e vorrei che fossi proprio tu ad introdurre quello di cui parleremo in questa prima puntata Damiano.

-Si, oggi abbiamo pensato di partire con un concetto, con un aspetto molto importante per la vita delle persone, per la vita di ognuno di noi nella nostra quotidianità ed è l’Autostima.

Un argomento importante, perché molti di noi devo dire soffrono del problema contrario: non abbiamo molta stima di noi stessi.

-Si, in effetti diciamo che è un aspetto molto importante e rilevante della nostra vita proprio perché spesso ci rendiamo conto della sua importanza nel momento in cui percepiamo che viene a mancare questa quantità di autostima diciamo necessaria per ottenere i nostri risultati, per fare le cose che facciamo ogni giorni e ci sentiamo a volte un po’ demotivati, le cose non ci funzionano bene e quindi ci accorgiamo un po’ che avremo bisogno di avere maggior autostima nel momento in cui questa ci viene a mancare in effetti.

Effettivamente si ma… Damiano, che cos’è l’autostima in definitiva?

-Beh, l’autostima è un… possiamo spiegarlo in modo comprensibile in due modi: c’è un senso di autostima, che è legato ad un immagine interiore che un po’ noi abbiamo di noi stessi che spesso può collimare oppure meno con l’immagine che noi lasciamo percepire agli altri di noi, quindi è un po’ un idea interiore che abbiamo di noi stessi. L’altro aspetto, l’altro modo per comprendere e definire l’autostima è nella logica della competenza trasversale, quindi di una capacità che noi possiamo avere per l’appunto di percepire i nostri pensieri, le nostre emozioni, in un senso di autoapprovazione. Di conferma o di non conferma di quello che noi pensiamo su di noi e sulle questioni che ci riguardano diciamo.

E’ un po’ una cosa che nasce da noi stessi possiamo dire che poi ci serve per trovare carburante per ripartire, diciamo…

-Si, questa è una buona definizione. Diciamo che nasce da noi stessi, poi andiamo nella nostra socializzazione a confrontarla con il feedback che ci arriva dagli altri, perché noi possiamo avere un idea di noi e quindi quella che viene chiamata una “stabilità della struttura di se stessi”, della propria identità, di chi siamo, di cosa facciamo, della nostra vita e poi però possiamo riscontrare a volte che quello che noi trasmettiamo agli altri non è così positivo, non è così sentito in modo così positivo, ed ecco allora che riceviamo dei feedback dagli altri nel momento nel quale noi comunichiamo all’esterno le nostre situazioni, il nostro modo di vedere le cose, le nostre visioni delle situazioni che affrontiamo e a volte il feedback che ci ritorna non è così in linea con quella che è la nostra idea di fondo.

Molto spesso però abbiamo bisogno di conferme non solo da noi stessi ma anche da parte degli altri un po’ per ritrovare questa autostima…

-Si, certo, infatti quello che noi di solito facciamo lo facciamo anche per ricercare un senso di approvazione dagli altri, una valutazione positiva di noi, perché anzi, effettivamente quello che accade nella maggior parte dei casi, noi facciamo delle attività, abbiamo dei comportamenti, comunichiamo nei confronti degli altri, un po’ anche in un certo senso per verificare continuamente se siamo compresi, apprezzati, ascoltati e valutati in un modo positivo.

A me capita spesso poi… io sono uno tra le persone che per quanto riguarda l’autostima molto spesso ne è un po’ alla ricerca.. mi capita spesso come a tanti altri poi anche sicuramente tra chi ci ascolta in questo istante, di buttarsi giù e di aver veramente bisogno degli altri poi per ripartire… ma come si fa ad aumentare l’autostima, come si fa a riuscire a trovarla?

-Beh, diciamo che l’autostima è un aspetto che noi possiamo acquisire ed è corretto quello che tu dici rispetto al fatto che a volte ne abbiamo di più, a volte ne abbiamo di meno, quindi la sensazione, e per questo prima parlavamo di senso di autostima, la sensazione che noi abbiamo di averla o di non averla può anche essere in funzione delle situazioni, dei vari momenti della vita, delle a volte difficoltà che andiamo ad affrontare e quindi il fatto che sia messa alla prova ci dimostra anche l’importanza, come dicevi poco fa tu di saper aumentare o quanto meno mantenere quel livello di autostima che noi a volte percepiamo come adeguato e quindi ci sentiamo in una condizione ottimale. Senz’altro ci sono dei svariati modi diciamo per aumentare la nostra autostima, ad esempio se dovessimo stilare una specie di piccolo e breve vademecum, che non è chiaramente completo ma che ha degli imput che possono essere interessanti è tenersi aggiornati ad esempio sulle proprie questioni, sul lavoro, sulle attività che noi intraprendiamo, è un comportamento che ci aiuta a migliorare la propria autostima. Come ad esempio anche accettare i complimenti, accettare la gratificazione quando ci viene data perché facciamo qualcosa di buono… non è così scontato avere quella capacità di riconoscere di aver fatto qualcosa di positivo, gli altri ce lo evidenziano… noi sminuiamo un po’, diciamo ma no, non è vero, mah, cosa vuoi che sia… e invece effettivamente quando ci viene un feedback positivo dagli altri accettarlo con consapevolezza ci può aiutare molto in questo senso. Altro aspetto è chiarire i propri sentimenti, non lasciare nei rapporti interpersonali le cose un po’ casuali o non ben definite, senz’altro questo è un altro aspetto importante, stare, frequentare gruppi di persone che noi riteniamo siano positive per noi, che ci fanno stare bene evitando quindi quelle situazioni dove non ci sentiamo a nostro agio. Imparare ad esprimere la propria opinione è un altro aspetto per esempio che rinforza la nostra autostima.

Però qui mi viene in mente una cosa, e ce la stanno scrivendo anche i nostri ascoltatori. Autostima ok, però quando si è negli ambienti di lavoro magari c’è il capoufficio o chi sta sopra di te diciamo, che molto spesso non è che ti aiuti molto in autostima: in questi casi c’è un sistema, c’è un modo per riuscire un attimo a gratificarsi?

-Beh, diciamo che può capitare questo perché c’è una differenza nelle aspettative che qualcun altro ha nei nostri confronti di fare le cose in un determinato modo e quelle che abbiamo noi da noi stessi. Ecco, in questo caso direi che il chiarire la situazione con la persona che ci crea a nostro modo di vedere questo disagio, cercare di chiarirla per comprendere le motivazioni in modo direi più oggettivo. Cioè chiedere dei chiarimenti oggettivi, concreti su quale aspetti si fonda questa valutazione verso di noi non così positiva. L’errore che facciamo spesso è quello di rimanere su una sensazione emozionale e poi questa alimenta a sua volta un pregiudizio, un preconcetto e si rimane per così dire in una schermaglia legata all’emotività, mentre a volte, capita spesso anche in alcuni corsi di formazione che tengo che le persone anche di diverso ruolo nel lavoro poi messe di fronte ad un momento di chiarimento si spiegano meglio gli aspetti concreti effettivamente che possono anche essere riguardo un certo compito visti in modo diverso da due persone.

Bisogna trovare il coraggio quindi di chiarire con le altre persone…

-Si, il coraggio di chiarire è sempre un aspetto che ci da anche proprio, solo per il fatto di aver questa forma di coraggio nell’esprimersi, nel chiedere un chiarimento, ci aiuta nella nostra autostima. E poi va da se che non possiamo pretendere di avere sempre ragione. L’autostima non è la capacità di aver sempre ragione a tutti i costi, avere autostima non significa pensare di essere in grado di risolvere tutto, di non chiedere aiuto a nessuno o di essere migliori di altri… no, ma senz’altro di avere una logica di autovalorizzazione, di autovalutazione tendenzialmente positiva fondata ovviamente su alcune considerazioni concrete che noi possiamo avere della nostra vita.

Possiamo fare anche degli esercizi pratici magari, soprattutto per chi non ha molta stima di se stesso? Un qualcosa di pratico magari per riuscire a tirarla fuori?

-Provo a pensare un attimo cosa potrebbero fare i nostri ascoltatori per focalizzare un po’ come si fa in un contesto formativo dove poi le riflessioni sono anche più ampie e corroborate anche dal confronto diretto con gli altri, però diciamo che poco fa vi parlavo del fatto di avere anche una capacità di riconoscere gli aspetti positivi che noi abbiamo ottenuto nella nostra vita e allora vediamo… potrebbe essere utile, interessante fare un piccolo esercizio di una decina di minuti: potrebbe essere interessante stilare un elenco, pensando a se stessi e alla propria vita di situazioni, di fatti o di incontri di successi che noi riteniamo di aver avuto nella nostra vita. Senza distinguere troppo tra risultati piccoli o grandi, più significativi, ecco proprio immaginando un po’ di ripensare alla propria vita, anche non in senso cronologico e cercare di individuare almeno un dieci, quindici punti di situazioni positive nelle quali ovviamente noi essendo stati coinvolti riteniamo di esserci sentiti bene, di aver avuto dei buoni comportamenti, di aver avuto una buona relazione con gli altri, di essere riusciti a maturare un determinato risultato positivo. Questo potrebbe essere una prima parte proprio per invitarci ad uscire proprio da una logica generalista, perché spesso ci dimentichiamo anche delle cose buone che abbiamo fatto e invece spesso ricordarle è un buon esercizio per la nostra autostima. Poi con questi aspetti si può fare una qualche riflessione… su questi punti ed io mi auguro che i nostri ascoltatori abbiano anche dei punti in più, perché spesso scopro anche quando tengo i corsi che le persone in partenza hanno anche un po’ di difficoltà, poi focalizzando, pensandoci bene trovano molti maggiori motivi di quelli che credevano, aver avuto dei comportamenti positivi, aver vissuto delle situazioni positive. Ecco, e dopo si potrebbe pensare a se stessi in quel momento, nel quale si sta facendo questa lista e darsi anche un autovalutazione: autovalutarsi da 0 a 10 in quel momento come ci si sente rispetto alle situazioni che abbiamo elencato, e poi questo ci aiuta a riflettere e a pensare: quindi se io in questo momento mi do un ponteggio basso rispetto a quello che viene espresso, oppure anche più alto. E allora: questa autovalutazione che io mi do, quanto dipende da me e dalle percezioni che ho io, di me stesso in questo momento della mia vita? Oppure quanto incidono apprezzamenti, valutazioni o feedback che mi arrivano dagli altri? Ecco, queste per esempio possono essere due focalizzazioni che ci aiutano ad essere un po’ più concreti, un po’ più oggettivi, seppur parliamo di nostre sensazioni, di nostri pensieri, di nostre descrizioni rispetto alla nostra autostima.

Che poi è importante perché se uno ha stima di se stesso poi anche riesce ad interagire meglio anche con gli altri e si sente meglio anche con le altre persone alla fine…

-Si, si sente meglio anche per il fatto che non sente così minato, così contrariato nel momento in cui giustamente anche gli altri possono avere punti di vista diversi o vedere le cose che noi vediamo in un modo, completamente all’opposto. Ecco, quindi in questo senso se c’è una fermezza potremo dire, una forma di stabilità, di coesione della nostra idea che abbiamo di noi stessi che viene confrontata in modo diciamo un po’ più tranquillo con il punto di vista degli altri, con quello che pensano gli altri, con le idee che hanno di noi, ecco…

CANZONE – LAURA PAUSINI – LA GEOGRAFIA DEL MIO CAMMINO