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La consapevolezza e le relazioni nel gruppo

“L’uomo è un animale sociale” è una famosa citazione del filosofo Aristotele che aprì la strada verso moltissimi studi sociologici che confermarono proprio come l’individuo tenda ad aggregarsi con altri e a formare gruppi sociali. Seppur ci siano delle rare eccezioni in cui alcune persone nel corso della propria vita decidano di passare la propria esistenza in luoghi remoti senza alcun contatto umano, è comunque inverosimile che riescano ad essere soli da sempre e per sempre. In questo senso è comprensibile come il vivere insieme agli altri non sia una scelta, ma una necessità. L’uomo è un animale “necessariamente” gregario. Secondo gli esperti l’essere umano è un animale sociale perché si muove e interagisce con gli altri all’interno di un gruppo o più gruppi: il gruppo infatti è la condizione sine qua non per lo sviluppo della propria soggettività.

Infatti anche quando si è acquisita una certa padronanza delle proprie potenzialità, risorse e mezzi e ci si riconosce per molti aspetti unici responsabili del proprio futuro e quindi delle scelte che si possono intraprendere, è nell’integrazione che si ritrova la risposta più profonda per proseguire nel cammino della vita: da una parte per dare senso e luce alle proprie giornate, per affrontare le difficoltà e gli smarrimenti da cui nessuno è completamente immune; dall’altra per trovare nuovi stimoli di miglioramento ed evitare la “stagnazione”.

L’uomo non è fatto per stare solo. Tuttavia riconoscere il bisogno di stare in gruppo non è sinonimo di debolezza o di scarsa attitudine a prendersi le proprie responsabilità e i propri rischi individuali, ma senz’altro può essere il modo più efficace per togliersi dall’idea di poter bastare a se stessi e quindi per fronteggiare vane forme di autoreferenzialità. Sappiamo infatti che la qualità delle relazioni che noi instauriamo fin da piccoli è un fattore promotore dello sviluppo e della crescita di noi stessi e del gruppo in cui siamo coinvolti.

Ecco che non è più utile solo vivere e stare nelle relazioni perché inevitabili durante la nostra quotidianità. Ma è necessario “Sviluppare le relazioni umane” e quindi porre l’attenzione a ciò che accade a livello dei legami tra le persone. Questo ci permette di imparare a funzionare meglio come gruppo e in generale permette di apprendere di più e con maggior efficacia. Infatti il gruppo è una risorsa per il nostro apprendimento, un fattore che riesce a catalizzare le esperienze delle persone in funzione del proprio sviluppo.

Per sviluppare le relazioni all’interno di un gruppo esistono 4 tipi di fasi:

1) INTERAZIONE

  • Interazione reciproca che si determina tra gli individui di un gruppo
  • Si fonda sulla PERCEZIONE della PRESENZA

2) INTERDIPENDENZA

  • Acquisizione della consapevolezza da parte dei membri di dipendere gli uni dagli altri

3) COLLABORAZIONE

  • Si fonda su: Negoziazione di obiettivi, Fiducia negli altri, Condivisione di decisioni e risultati

4) INTEGRAZIONE

  • Formazione di un soggetto sociale autonomo che si attribuisce significato e che restituisce energie e risultati all’ambiente al quale si è costituito
  • Equilibrio fra la soddisfazione dei bisogni individuali e dei bisogni del gruppo

La formazione degli adulti, in particolare quella sulle soft skills che GRUEMP propone, essendo un forte strumento di cambiamento e miglioramento continuo fa leva proprio sul gruppo perché mette in rapporto le relazioni interpersonali, i vissuti emozionali e i processi cognitivi. Quando si sta per entrare in relazione con gli altri nascono inevitabilmente alcune aspettative, emergono delle insicurezze e forse si insinua tra le persone anche un po’ di timore per coinvolgersi in maniera autentica e disponibile per raggiungere i propri più o meno espressi obiettivi. È opportuno perciò superare la paura del gruppo, dei giudizi, dei preconcetti e predisporsi ad un ascolto proattivo utile a dare valore all’esperienza gruppale, un plus formativo che solo l’insieme delle persone può dare.

Scritto da: Pietro Vettore (Formatore Gruemp)

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COME SVILUPPARE LA QUALITÀ PERSONALE

Nella corsa ad ostacoli della vita si fa spesso fatica a ritagliare un tempo e uno spazio per la riflessione interiore, per il dialogo profondo con se stessi e con gli altri e più in generale per prendersi cura della nostra esistenza. In effetti ci rendiamo conto di quanto le nostre giornate siano spesso frenetiche, a volte convulse, che non lasciano attimi di respiro e momenti di riflessione.

Mentre ci troviamo immersi nel continuo cambiamento e nell’l’incertezza, l’atteggiamento più comune è quello di andare avanti quasi per inerzia per evitare di soffermarsi troppo a lungo sul senso del percorso vissuto e di porsi domande scomode che potrebbero mettere in discussione le proprie scelte e i propri comportamenti. Con il passare del tempo questo però può portare a vivere con un basso grado di benessere individuale.

Ecco che lo sviluppo personale in età adulta permette di creare spazi, offre strumenti per poter affrontare nel modo migliore le situazioni più impegnative che si incontrano nella vita per mirare al nostro benessere e più in generale a ricercare un nostro più “intimo successo”. L’esperienza della crescita di ogni persona, per essere generativa e che porti a risultati concreti, necessita prima di tutto di consapevolezza di se stessi, delle proprie potenzialità, delle proprie aspirazioni come punto di partenza per un deciso lavoro di auto motivazione e di auto direzione per sapersi poi orientare e motivare nelle scelte e nei progetti intrapresi o futuri. Lo sviluppo personale aiuta ad allenare le cosiddette competenze trasversali (soft skills), utili nell’ambito personale, professionale o in ogni altro contesto nel quale si è coinvolti nelle relazioni che instauriamo con le altre persone, facendo leva su queste con la volontà quindi di migliorarsi e progredire continuamente.

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Il professor Tessaro, docente presso l’università Cà Foscari di Venezia ed esperto dell’apprendimento nei processi formativi, modelli e strategie per la valutazione delle competenze, in un recente incontro organizzato da Gruemp e svoltosi per affrontare l’importante tema “Sviluppare la qualità personale”, ha affermato proprio come queste competenze siano di fondamentale importanza tanto da acquisire una forte valenza esistenziale: sono competenze che riguardano l’esistenza di ognuno di noi e in relazione al livello del loro sviluppo cresce anche il livello di qualità della propria vita, grazie a quel processo di condivisione tra le persone che genera apprendimento. Infatti anche quando si è acquisita una certa padronanza è nella reciprocità che le nostre competenze “esistenziali” possono essere allenate e sviluppate, affermando così se stessi nella propria soggettività in rapporto ad un concetto più ampio di NOI, in relazione quindi con gli altri grazie ad attività formative di miglioramento continuo. “Se è pur vero che perché ci sia competenza ci debba essere un risultato, è altrettanto indispensabile che una persona riesca ad acquisire una forte capacità creativa”. C’è competenza se infatti ogni persona raggiunge anche l’abilità di produrre autonomamente idee e soluzioni diverse per far fronte alle situazioni della vita. In questa direzione si stanno orientando anche le moderne scienze e gli esperti che si occupano di sviluppare qualità ed competenze solide nel tempo: approfondire e creare progetti nell’ambito della formazione e dello sviluppo personale per garantire alle persone e alle organizzazioni il miglioramento delle soft skills e quindi maggiori risultati e benefici nella vita e nel lavoro.

Come spesso accade quando si parla del percorso che ogni persona fa nell’arco della sua vita, ci si rifà alla metafora della corsa e in più in generale allo sport.

Anche in questa particolare occasione, si è passati da metafora a concretezza. Abbiamo avuto il piacere di avere con noi Paolo Venturini, un atleta con “A” maiuscola, record man di endurance e ultra maratona, membro del Gruppo Sportivo Fiamme Oro di atletica leggera ed Assistente Capo della Polizia di Stato. Oltre ad essere un atleta d’eccellenza a livello internazionale, è anche una persona dal grande spessore umano che ha voluto condividere e approfondire concretamente l’applicazione delle competenze trasversali nelle sue prestazioni sportive che sono da sempre la sua mission, la sua “palestra formativa” costante e il suo stile di vita.

Questo intervento ci ha permesso di comprendere grazie alla sua testimonianza sportiva come le soft skills possano aiutarci a raggiungere, e spesso andare anche oltre, le vette dello sviluppo della qualità personale.

Infatti le competenze di autostima, autocontrollo, focalizzazione, intelligenza emotiva, leadership, di pianificazione e raggiungimento di obbiettivi, automotivazione, autodisciplina, gestione dell’incertezza, autoefficacia e molte altre, ci possono spingere molto lontano…ci possono mettere nella condizione di elevare la nostra qualità personale in funzione dei nostri più intimi obbiettivi, nella vita, nel lavoro, nello sport e nelle relazioni con le altre persone.

Come hanno spiegato il prof. Fiorino Tessaro e Paolo Venturini, servono però una formazione continua e un allenamento straordinario per “Sviluppare la qualità personale” e per ottenere i grandi traguardi desiderati.

Scritto da: Pietro Vettore

Primavera, parola chiave “benessere”

Spunta il primo sole, quello che scalda, quello che allunga le giornate, e quasi sempre scatta in noi la voglia di star bene, anzi meglio. Si pensa un po’ di più al movimento, a fare un po’ di sana attività fisica, si riguarda la dieta (anche in vista dell’estate), si cerca di rigenerarsi, di uscire dall’inverno e dal suo grigiore. Si cerca di migliorare il proprio benessere. Non è facile, è una sorta di missione. Perché il benessere non è solo fisico, è qualcosa di più complesso. Noi stiamo veramente bene quando riusciamo a portare a termine impegni di lavoro, conciliare le varie esigenze personali (di famiglia e non), avere del tempo per noi e allo stesso tempo ci sentiamo in forma, pieni di energia.

Ecco che la parola benessere diventa un tantino più complicata, un obiettivo un po’ meno semplice di quello che ci eravamo posti. Certo le pubblicità che promettono di tornare come nuovi prendendo una pasticca al giorno di erbe magiche sembrano dare una risposta veloce. Ma sappiamo che i risultati veloci non sono sempre duraturi.

Il primo passo è fermarsi, fare un respiro profondo e imparare ad ascoltarsi. Il secondo passo è prendere consapevolezza di sé. Da qui inizia il percorso per arrivare al vero benessere, ognuno di noi raggiunge una forma di benessere creato “su misura” perché si lavora sulle cattive abitudini, piuttosto che sulla comunicazione interpersonale, sui pensieri positivi su cui focalizzarsi, sulle fonti di stress e come affrontarle. E’ un percorso, e come tutti i percorsi vanno fatti con chi ne sa qualcosa più di noi. Perché arrivare al vero amore per noi stessi, il benessere appunto, bisogna crederci e bisogna investire tempo ed energie. Le pillole magiche non esistono, credetemi.

Articolo scritto da: Erika Bollettin

LA COMUNICAZIONE EFFICACE

La formazione sulla comunicazione efficace, assertività e ascolto attivo, ci può aiutare a prevenire molte situazioni di difficoltà relazionale. Aiuta ad acquisire informazioni, conoscenze e situazioni di apprendimento che facilitano l’ascolto di sé e la comprensione anche di questi meccanismi e funzionamenti che spesso ci provocano ansia e preoccupazione. Attraverso una buona formazione sulla comunicazione si impara a riconoscere le nostre emozioni, a gestire positivamente eventuali paure e a migliorare il rapporto con se stessi e con gli altri. Molte persone intervistate sulle loro capacità di comunicazione, riferiscono tendenzialmente la responsabilità del loro insuccesso comunicativo all’atteggiamento degli altri nei loro confronti, mettendo poco in risalto eventuali proprie lacune. Ci si aspetta sempre di essere ascoltati ma si da poca importanza all’essere buoni ascoltatori, mentre in ogni buon corso sulla comunicazione l’ascolto riveste un ruolo cruciale. La comunicazione è un’importantissima competenza che permeando tutta la nostra quotidianità, rende più complesso riconoscere e gestire le sue regole, che pure esistono, criteri studiati e definiti scientificamente in innumerevoli studi.

Abbiamo quasi la sensazione che cambiando interlocutore ciò che eravamo riusciti ad esprimere a qualcun’ altro non funzioni più e così attribuiamo all’altro la responsabilità dell’inefficacia, al suo carattere, ai suoi comportamenti, ma non è sempre così. Una competenza per essere tale deve essere espressa con determinati risultati, quindi se non abbiamo determinati risultati significa che non siamo così competenti come crediamo o vorremmo essere. Per ottenere risultati, anche nella comunicazione come in ogni altro ambito della vita serve esercitarsi, serve acquisire per un lungo periodo la capacità, serve mantenere allenato il muscolo, serve appunto acquisire quella che chiamiamo “padronanza”, serve sapersi adattare a persone diverse, a contesti diversi, a situazioni diverse, serve essere situazionalmente focalizzati su ciò che vogliamo ottenere dalla nostra comunicazione. La velocità degli eventi, la complessità di interazioni sociali, la varietà di strumenti comunicativi rendono sempre più importante fare una buona formazione per acquisire competenze comunicative sia interpersonali che attraverso i media, perché il grande gioco della comunicazione favorisce o penalizza molti dei risultati che otteniamo nella nostra vita personale, professionale, sociale.

Dott.ssa Annalisa Tria
Formatrice – Counsellor di GRUEMP
Sito Personale: www.annalisatria.it

ASCOLTATI BENE CHE PARLANDOTI… PASSA

Noi non parliamo soltanto agli altri ma anche a noi stessi, dimentichiamo troppo spesso che le prime due orecchie che sentono quello che diciamo sono le nostre. Anche quando non esprimiamo verbalmente alcuna parola, il nostro pensiero forma nel nostro cervello le parole che pensiamo o immagini simboliche corrispondenti quindi, siamo sempre in comunicazione almeno con noi stessi.

Le parole che utilizziamo e le immagini che pensiamo, contribuiscono a modificare la percezione che noi abbiamo dei fatti che ci accadono, delle sensazioni che proviamo, delle emozioni che ci coinvolgono. Non soltanto le parole incidono su questo aspetto, ma le parole e il parlarsi a sé stessi sono il focus di questo articolo.

Facciamo una prova immaginiamo, appunto, che stiamo assistendo alla Televisione, ad una notizia di una tragedia familiare accaduta in un paese vicino al nostro, e noi mentre la Tv commenta la notizia pensiamo o bisbigliamo dicendoci così:

  • Oddio senti cos’è successo, che tragedia – mi tremano le gambe all’idea che possa accadere a me – potrebbe proprio capitare anche a me di perdere la testa così…e cosa faccio? – Come reagirei? – Mio dio… che dramma… mi viene già l’ansia…senti che tachicardia – Appunto senti che ansia che mi ha messo questa notizia – dappertutto notizie tragiche e qua vicino a casa mia, mi verrà male alla testa oggi – ma come mai penso queste cose? – forse ho proprio paura che accada anche a me… e se capita cosa faccio? – mamma mia che Ansia

Questo circolo vizioso quando è innescato può farci fare anche un pericoloso corto circuito dagli effetti imprevedibili, perché ce lo siamo innescati da soli?

  • 92 parole usate in una sequenza di 10 frasi di cui 4 Domande/con dubbio, il tutto contenente all’interno le parole: 3v Ansia, 2 Tragedia, 1 Tremare, 1 perdere, 1 dramma, 1 tachicardia, 1 male, 2 Oddio; trasmettendo senso di impotenza, pericolo imminente, forte potenzialità e vicinanza dell’evento.

Pensi che stiamo semplificando troppo? Non è così, questo è un semplice esempio di come si creino “inutilmente” effetti negativi sul nostro sistema psicofisico, attraverso un uso scorretto delle parole e della nostra comunicazione interpersonale e intrapersonale.

Di fronte allo stesso evento/notizia cosa avremmo potuto dire o dirci più correttamente?

  • caspita purtroppo anche oggi un notizia brutta e triste, mi spiace per quelle persone a cui è accaduto un fatto così grave – per fortuna non è accaduto a persone di mia conoscenza o a me – mi auguro proprio di continuare a stare bene come ora nella mia famiglia – chissà quali saranno i motivi… – io amo la mia famiglia e i miei figli e farò di tutto perché non accadano mai, tra noi, cose così brutte o spiacevoli – dedico un pensiero o una preghiera a quelle persone che hanno subito questa brutta situazione.

I pensieri che noi facciamo sulle nostre percezioni e le parole che utilizziamo per descriverci o comunicare la nostra realtà, sempre più caotica e complessa, determinano le nostre emozioni e quindi poi le nostre condizioni psicofisiche e comportamentali. Ascoltarsi bene è dunque necessario e utile, a patto che poi ci si impegni anche a parlarsi costruttivamente e positivamente, mettendoci in condizione di agire per il meglio. Per allenare queste capacità contatta GRUEMP e il tuo life coach di fiducia.

Dott. Damiano Frasson
Formatore – Consulente – Coach di GRUEMP

GESTIRE LA “PAURA” PER VINCERLA …

Il periodo storico che stiamo vivendo purtroppo è intriso di “paura”. Questo contributo vuole semplicemente dare qualche spunto per poter continuare a vivere più positivamente la nostra quotidianità, riducendo l’inevitabile impatto negativo prodotto dai drammatici fatti accaduti.

Siamo soliti considerare la paura come una sorta di nemico che ci impedisce di raggiungere i nostri risultati e di esprimerci al meglio, e in effetti spesso è così. Appare quindi utile chiarire qualche aspetto a riguardo della paura. I motivi che la scatenano diventano utili per poter imparare molto su di noi, sugli altri, sulle nostre emozioni, sui nostri pensieri, sul mondo che ci circonda.

La paura è composta da 2 fasi e si sviluppa in un’area del cervello chiamata Amigdala:

  • Allarme – il cervello si prepara ad una eventuale azione
  • Conferma – la corteccia prefrontale dichiara il falso allarme o agisce

Quando percepiamo una condizione eccessiva e improvvisa di timore/paura l’Amigdala  si attiva per proteggerci da un imminente pericolo percepito come “molto probabile”, ci mettiamo in uno stato di allerta. Il cervello richiama automaticamente passati ricordi spiacevoli per essere pronto a difendersi da potenziali pericoli, conseguentemente il cuore pompa sangue più velocemente, il battito aumenta, i muscoli si ingrandiscono o si preparano ad essere subito reattivi, i peli si rizzano, aumenta la sudorazione. Quindi esistono diversi meccanismi neurofisiologici che sono collegati alla paura tramite l’attivazione sensoriale che di per sé è positiva e ci protegge.

Se noi avessimo paura di tutto o quasi saremmo in preda, purtroppo, a gravi disturbi o patologie, idem se non provassimo paura per nulla; quindi il nostro sistema nervoso ci aiuta a riconoscere diversi livelli di paura facendo riferimento a ciò che percepisce e a esperienze precedenti. Spesso però siamo noi stessi che alimentiamo alcune nostre paure che potrebbero invece essere relegate semplicemente a lievi e normali timori, perché ci accolliamo pensieri negativi ed errate percezioni della realtà. Spesso siamo colpiti da paure più o meno conrete che possono anticipare anche eventi nefasti. Questi eventi possono avere una bassa o un’alta probabilità di concretizzarsi ma noi, ritenendoli troppo imminenti e molto vicini, aumentiamo con i nostri pensieri pre-occupazioni che, se trattenute e alimentate per lungo tempo, diventano paure.

Quando ci si abitua a non prendere decisioni si continua a procrastinare non affrontando le piccole normali situazioni della quotidianità, si evita di vivere anche ciò che oggettivamente ci potrebbe fare del bene, ci si abitua a vivere come drammatica e definitiva ogni piccola sconfitta o insuccesso della vita: il fatto che le paure pian piano si impadroniscano di noi è inevitabile. Così facendo continuiamo a percepire responsabile il mondo esterno degli stimoli e delle paure che ci vengono riversate addosso dall’informazione dei media, senza attivarci responsabilmente per farne oggetto di una più attenta riflessione o di una critica personale. L’effetto che otteniamo, così facendo, sarà quello di aumentare a dismisura una serie di sensazioni che vengono interpretate dal nostro cervello come segnali premonitori di un “imminente disastro”, di imminenti catastrofi, di guai serissimi in arrivo, di prossime potenziali malattie. Ecco allora che invece serve imparare a saper affrontare le proprie difficoltà quotidiane distinguendo comprensibili timori da paure più oggettive. Per fare questo è necessario imparare ad utilizzare al meglio i nostri pensieri, le nostre potenzialità, la capacità di riflettere più oggettivamente su ciò che ci accade per comprendere se ci sono elementi di “criticità” che possono tornarci utili per trasformare la paura che proviamo in nuovi elementi di motivazione. Imparare a trasformare la paura in energia propulsiva o in opportunità di apprendimento è una straordinaria chiave motivazionale per la nostra vita. Fare questo diviene utile per conoscersi meglio e imparare a distinguere ciò che ci fa stare bene da ciò che ci fa stare male, ciò che ci motiva e ciò che ci demotiva, ciò che ci dà piacere da ciò che ci provoca dolore, acquisendo padronanza, intelligenza emotiva, capacità di autogestione e automotivazione.

Dott. Damiano Frasson
Formatore – Consulente – Coach di GRUEMP

DA PAUROSA-MENTE… A POSITIVA-MENTE

Oggi va di gran moda parlare, fare conferenze e scrivere di paura. Quasi ogni edizione di un telegiornale, su qualsiasi media, inizia con informazioni di drammi, guerre, omicidi, disastri. In effetti è una delle emozioni più provate dagli esseri umani ma ci sono anche: gioia, serenità, felicità, tristezza, rabbia, invidia, gelosia, nostalgia, vergogna, tenerezza, etc. Senz’altro gli eventi spesso drammatici che invadono quotidianamente le nostre case attraverso i media non creano le condizioni perché la paura stia lontana dai nostri pensieri, però, anche un’emozione di paura, prima di manifestarci in tutte le sue declinazioni e criticità peggiorative come panico e fobia, vive e si nutre di un certo tipo di pensieri e atteggiamenti.

Alcuni dati statistici forniti da ADN-Kronos, indicano che sono oltre 2 milioni gli italiani che soffrono di “disturbo da attacchi di panico”, 9 su 10 vivono spesso stati d’ansia, depressione e panico aggrediscono moltissimi manager, circa il 45% dei lavoratori digitali sembra accusi disturbi da Netdipendenza o tecno stress, questi e altri dati sono in fortissimo aumento in tutte le società ad alto sviluppo tecnologico e sono quasi assenti in altre culture. A dire la verità sembra soffrissero di ansia e panico anche Aristotele, Platone, Petrarca, Napoleone e altri famosi personaggi della storia, quindi molto probabilmente il problema viene da lontano ed accompagna l’uomo da secoli. Improvvisa ed intensa sudorazione, batticuore, un repentino nodo alla gola, irrigidimento muscolare, una nausea istantanea e forti dolori al petto insieme ad una impensata paura di morire; ecco come si presenta un disturbo da attacco di panico. In questi casi serve necessariamente rivolgersi al proprio medico che a sua volta può inviare ad uno specialista, è fortemente sconsigliato il fai da tè o approcci palliativi.

Ci sono indubbiamente fattori biologici e psicologici scatenanti, ma continuare a vivere immersi nella frenesia dei media, facendosi travolgere da miliardi di click ogni giorno o centinaia di input ogni ora, tra i-phone, pc, social, Tv, sms, chat, altre tecnologie per lo svago e il tempo libero, non aiuta di certo a diminuire ansietà e stress.

Quando lasciamo che la tecnologia sviluppi il suo effetto invasivo e pervasivo facendole prendere il sopravvento sul nostro autocontrollo, sulla capacità di riflessione, sul senso di efficacia, sulle capacità di ragionamento e scelta, come esseri umani abdichiamo alla nostra superiorità di uomini sulle macchine e diventiamo facili prede di qualsiasi paura noi possiamo percepire (vedi Matrix 1999). Serve allora accettare che il grande aumento di figure professionali nuove ed esperte in “relazioni d’aiuto”, come educatori, counsellor, coach, agevolatori del benessere, formatori e mental trainer, dimostrano quanto stia aumentando l’esigenza di cercare rimedi concreti all’essere immersi in un contesto sociale che spesso ci fa “paura”. Ecco allora che, considerata improbabile, a breve, una diminuzione degli eventi negativi, o un diverso orientamento di governi e media, diventa urgente che le persone imparino come sviluppare, mantenere e potenziare un atteggiamento mentale positivo, una visione creativa e dinamica della vita, una capacità di autocontrollo dei propri pensieri e delle emozioni, dei propri comportamenti e dunque della propria mente. Soltanto imparando e formandoci positiva-mente possiamo imparare come diminuire, o eliminare l’impatto negativo di ciò che percepiamo o viviamo paurosa-mente.

Dott. Damiano Frasson
Formatore – Consulente – Coach di GRUEMP

PROMUOVERE LO “STARE BENE” CON LE COMPETENZE TRASVERSALI

Da più parti cresce la consapevolezza che serve integrare con forti azioni preventive un’idea del vivere oggi in epoca di società liquida, che miri soprattutto al capire, trattare e curare la sofferenza o i disturbi psicologici o fisici superando un’accezione “esclusivamente medicalizzata”, per dare spazio, valore e dignità anche all’integrazione con ciò che previene, anticipa, circoscrive, depotenzia, fronteggia, placa, riduce determinati malesseri promuovendo lo “star bene” dando una “forma migliore” al benessere.

Per quanto riguarda le scienze della formazione, allenando le nostre “competenze trasversali” dette anche “soft skills” siamo in grado di attivare meglio tutto il potenziale che risiede in noi. Possiamo essere in grado di attivare le nostre virtù, formandoci preventivamente una migliore “consapevolezza” sulla nostra esistenza umana, giungendo così, con maggiore autonomia, a ridurre di molto, o in certi casi persino ad eliminare: eccessi di stress, stati ansiosi, difficoltà emotive, fumo, uso di droghe leggere, alcuni disturbi psicosomatici, lievi disordini alimentari, disordini relazionali, confusione di pensiero, demotivazione, bassa autostima.

Quando lasciamo che le sensazioni, le emozioni, le abitudini, i nostri pensieri e comportamenti si consolidino negativamente, stiamo aprendo una porta verso un percorso ben più arduo, lungo e maggiormente difficoltoso, nel quale rischiamo di vederci costretti, giustamente, a “curarci” da alcune “malattie/patologie”. Possiamo dunque affermare che una formazione focalizzata su come migliorare le nostre potenzialità, attraverso il coaching, il counselling e altre metodologie esperienziali attive, permetta un’efficace azione preventiva sulla nostra vita. Partecipando a specifici e qualificati corsi di formazione sullo sviluppo personale, si può da un lato ridurre la percentuale di possibilità che alcuni difficoltà del momento si trasformino nel tempo in disagi cronici o malattie, dall’altro si abbassa il costo sanitario personale e sociale dovuto a determinati stili di vita.

Ecco allora che le persone stanno riscoprendo il valore di una “via vantaggiosa” per migliorare il “capitale umano” e cioè attraverso la formazione e lo sviluppo personale che può contribuire a creare opportunità utili a formare maggior benessere individuale, familiare, organizzativo, sociale.

Dott. Damiano Frasson
Formatore – Consulente – Coach di GRUEMP

FORMARE BENESSERE PER PREVENIRE IL MALESSERE

Si può ridurre la necessità di dover “guarire”? … è possibile ridurre le possibilità di soffrire di disturbi comportamentali, emotivi, psicologici “acuti”?. Da ogni parte oggigiorno sta maturando una rinnovata consapevolezza sul fatto che serve fare molta più prevenzione prendendosi cura con costanza e impegno del proprio benessere a 360°.

Quando un professionista della “relazione d’aiuto”, educatore, formatore, coach, counsellor, si trova ad ascoltare una persona, durante la necessaria fase preliminare di “analisi dei bisogni” scopre spesso che, questa stessa persona in difficoltà e che vive un momento “critico”, prima di quel momento non ha fatto granchè per “formare il proprio benessere”. Spesso dunque si scopre che le persone danno per scontata l’importanza che ha aumentare la conoscenza e la consapevolezza di sé, imparare modalità utili per tenere in maggiore equilibrio la propria vita, le proprie potenzialità e le relazioni con gli altri. Lontani da un approccio culturale che valorizza la prevenzione, le persone sottovalutano i segnali premonitori che anticipano le situazioni di crisi o si affidano alla speranza che il tempo che passa risolva le questioni cruciali o altri prendano decisioni al posto loro.

Esistono però un grandissimo numero di condizioni e situazioni di disagio, di stress o difficoltà, che sono ampiamente prevenibili ed evitabili a patto che ci si informi su questi temi e si investa in una specifica “formazione sulle competenze trasversali”. Benvenute quindi tutte quelle azioni, approcci, metodologie pratiche, concrete, esperienziali, che provengono dal mondo delle moderne scienze della formazione, dalla pedagogia, da una innovativa “psicologia positiva” o altre scienze umane, oppure dalla medicina preventiva, dalle scienze dell’alimentazione e altre. Tutte queste discipline si focalizzano sull’obbiettivo di aiutare le persone ad avere un corretto stile di vita mirando allo star bene prima, per evitare di vedersi costrette a “stare troppo male” dopo, favorendo una migliore realizzazione di sé e delle proprie aspettative, puntando sull’ottimizzazione delle risorse personali. Sviluppare e perseguire una propria qualità di vita personale diviene così non soltanto fattore di “intimo successo” ma favorisce un più ampio Benessere.

Dott. Damiano Frasson
Formatore – Consulente – Coach di GRUEMP

 

PREVENZIONE E FORMAZIONE… PIÙ DI UNA RIMA

A tutti i livelli si è consapevoli di quanto “prevenire sia meglio che curare”, ma purtroppo la prevenzione non è ancora entrata a fare parte in modo diffuso della nostra cultura e più tipicamente della cultura occidentale. Solitamente ci si attiva per intervenire quando un problema è molto evidente, è praticamente già esploso nelle sue spesso spiacevolissime e gravi conseguenze. Così facendo però ci si allarma a tal punto che si vorrebbe anche avere una qualche forma di bacchetta magica che ci tolga velocemente da stress, ansia, paura. Nonostante non siano mai finiti i soggetti che in diversi modi rischiano di illudere le persone o gli imprenditori di possedere “bacchette magiche” o “strategie miracolose” o “segreti” e “panacee”; si inizia a respirare in giro una nuova consapevolezza che punta di più sulla formazione, sul coaching, sul counselling, o altro per fare una forte, efficace e continuativa azione formativa e quindi anche preventiva sulla vita personale e professionale giungendo così anche a poter risolvere specifici problemi.

Sempre più spesso accadono eventi eccezionali, difficili e stressanti come: forti cambiamenti personali/professionali, relazioni conflittuali in famiglia o nel lavoro, momenti di demotivazione o disorientamento personale/professionale, difficoltà ad analizzare problemi e prendere decisioni. Questi episodi necessitino proprio di professionisti capaci di proporre interventi adeguati di formazione, consulenza, coaching, counselling. Altre volte invece ci sono situazioni personali particolarmente “critiche”, come stati depressivi, disturbi della personalità, attacchi di panico, forti disturbi alimentari, dipendenze varie, che necessitano di specifici percorsi di assistenza medica, psichiatrica, terapeutica; in questi casi ci si trova nella necessità di affidarsi ad uno psichiatra o ad un medico, o ad un terapeuta per curare, giustamente, patologie disagi interiori, emotivi, psichici, fisiologici che si manifestano in forma molto acuta.

Dott. Damiano Frasson
Formatore – Consulente – Coach di GRUEMP

LA COMUNICAZIONE NEL LAVORO

Oggi tutto è permeato dalla comunicazione e il nostro lavoro è cambiato molto anche in funzione dell’avvento di nuovi strumenti e tecnologie di comunicazione. Nei contesti professionali, la chiarezza di ciò che esprimiamo riveste senz’altro un’importanza strategica rilevante, non che non sia sempre importante, ma mentre si lavora le indicazioni chiare, il sapersi chiarire, comunicare chiaramente è spesso già un aspetto che riduce tempi, evita errori, risolve problemi, aumenta la produttività.
Per avere una comunicazione efficace in contesti di lavoro serve saper esprimere, a tutti i livelli, una comunicazione: finalizzata, concreta, trasparente, situazionale. Si dovrà perciò mirare a favorire l’instaurarsi delle migliori condizioni relazionali possibili affinchè ciascuno possa contribuire al raggiungimento degli obbiettivi previsti. Alcuni fattori determinanti per essere efficaci nel lavoro saranno: la scelta del canale comunicativo (interpersonale, tecnologico o misto), la capacità di gestione dell’ansia e un adeguato controllo emotivo, la capacità di negoziazione di diversi punti di vista possibili, l’attitudine alla collaborazione per attivare processi di soluzione dei problemi. Ogni istante della nostra quotidianità professionale siamo in condizione di doverci confrontare con gli altri, per condividere progetti e obbiettivi, per cooperare e negoziare mettendo in gioco le risorse di ciascuno mirando ad ottenere efficacia ed efficienza.

La comunicazione è importante a prescindere per la vita di tutti noi e il contesto professionale è, forse, la palestra più adatta per allenarsi e acquisire quella padronanza che ci serve trasversalmente in ogni altro ambito della nostra vita. Avere a che fare quotidianamente con persone e tecnologie ci dovrebbe favorire nel imparare a distinguere i diversi pro e contro in funzione dell’obbiettivo e del risultato che vogliamo ottenere. Il rischio che dobbiamo tenere sotto controllo è quello di non chiuderci o proteggerci dietro a pc, tablet, mail, chat, cellulari, social che pur essendo utili strumenti di comunicazione rischiano, se usati male, di diventare disfunzionali allo sviluppo di una più ampia competenza di comunicazione interpersonale. Spesso accade che si pensi che al lavoro parlarsi serve a poco e si perda tempo, tanto tutti sanno cosa c’è da fare; oppure che basti parlarsi al volo davanti alla macchinetta del caffè, ma comunicare bene e costruttivamente è invece uno dei primi fattori di successo di qualsiasi gruppo che ha obbiettivi condivisi, figuriamoci nel lavoro.

Fare formazione per essere migliori comunicatori in azienda e nel lavoro è, ancora oggi, uno degli aspetti più utili, interessanti ed efficaci per migliorare produttività e riducendo conflitti e problemi.

EXPOniamo ed EXPOrtiamo conoscenza con emozione

Ormai da qualche mese è iniziata l’EXPOsizione universale di Milano! Se sarà un successo, lo sapremo solo alla conclusione. Ad Expo sono presenti 52 paesi e moltissimi grandi marchi del food mondiale. Quello che forse sta passando in silenzio è una caratteristica che di sicuro accompagnerà i visitatori durante tutto il periodo, una tipicità italiana di cui certamente possiamo andarne fieri nel mondo: noi Exponiamo con Emozione.

In questi mesi vengono organizzati eventi e iniziative legate a Expo anche in tutta Italia. Uno di questi eventi è il “MADE IN PADOVA – Food & Design”, organizzato da Confindustria che ha voluto premiare alcune delle eccellente del territorio Padovano e del Veneto. Anche Gruemp ha voluto partecipare a questo evento in qualità di sponsor. L’evento si è tenuto sabato 19 Giugno 2015 nella splendica cornice di Villa Vescovi a Luvigliano, nei bellissimi colli euganei della provincia di padova. Tra le varie aziende primiate troviamo anche il nostro caro amico Maestro Luigi Biasetto, campione del mondo di pasticceria che da molti anni investe con Gruemp in formazione di sviluppo personale e aziendale. Luigi Biasetto è l’unico Pasticcere ad essere presente con i suoi dessert al Cluster Illy a EXPO Milano 2015. Fin dagli inizi Biasetto ha saputo integrare nella sua professione conoscenza ed emozione. Guando si mangia un suo dolce si provano delle vere e proprie emozioni e lo fa principalmente tramite il gusto, l’olfatto e gli occhi, regala alla propria clientela un vero e proprio viaggio del gusto.

Gruemp Biasetto Made In Padova

Noi crediamo che il made in Italy (serio e professionale) è quindi emozione, coinvolgimento, bellezza, qualità. Ogni prodotto Italiano che ci rende unici nel mondo e che esportiamo in tutto il mondo, ha un design accattivante, intelligente, emozionalmente coinvolgente. Nessuno come noi Italiani ha il gusto per il bello, per il ben fatto, per la funzionalità, nessuno come noi sa trasferire ed esportare emozioni espresse dal cibo, da oggetti, da macchinari e utensili, dai mobili, dall’abbigliamento, da opere d’arte di inarrivabile genialità. Nonostante le sventure recenti, i problemi irrisolti, le arretratezze di sistema e l’inesorabile declino di una classe dirigente stantia e obsoleta, continuiamo a sfornare qualità e innovazione, figuriamoci cosa potremmo fare se non fossimo vessati da uno “stato nemico e ladro”, come pensa la maggioranza delle persone.

Anche nella formazione siamo all’avanguardia ed emozionalmente competitivi, almeno in quelle poche ma serie realtà che da anni aiutano persone e imprese a sviluppare sia le competenze tecnico professionali sia le competenze trasversali, le quali favoriscono anch’esse il Business, come: autostima, intelligenza emotiva, leadership, teambuilding. Saper ideare e creare prodotti, sistemi e servizi di qualità è un’arte che ha profonde radici culturali di cui noi italiani siamo tra i più efficaci interpreti, ma anche saper EXPOrre, quindi esprimersi con e per mezzo dell’emozione è una capacità non meno importante, anzi forse lo diventa ancora di più pensando che oggi clienti e utenti vogliono essere coinvolti, vogliono essere protagonisti, vogliono vivere il prodotto o il servizio che acquistano.

Pubblicità Made In Padova GRUEMP slogan

Con GRUEMP da più di vent’anni aiutiamo soprattutto piccole e medie imprese, professionisti, manager, imprenditori, artigiani, industriali o commercianti ad interpretare questo mondo che cambia, acquisendo logiche e conoscenze adatte a coniugare tradizione e innovazione. Cerchiamo di aiutare le persone a comprendere che, in questo mondo globale, serve tenere ben salde le proprie radici, ma bisogna anche saper lanciare lo sguardo oltre il consueto, oltre l’abitudine, oltre l’orizzonte di domani. Serve fare appunto una tras-formazione intelligente, di se stessi, del proprio modo di fare, del modo con cui gestiamo le relazioni con gli altri, con il mondo e con i mercati. I mercati sono fatti di esseri umani e di conversazioni: esse stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.

Le aziende sono formate da comunità di persone, basate sulla comunicazione, su questioni umane, su problemi umani. Siamo passati da clienti consumatori a clienti co-produttori, un passaggio epocale che in un certo senso emerge anche dal tema dell’EXPO2015. Per nutrire il pianeta e creare energia per la vita servono idee, servono valori, servono anche emozioni, serve saper coniugare intelligenza razionale con intelligenza emotiva. Dunque gli esseri umani di questo nuovo tipo di mondo si devono formare nel sapersi trasformare per essere lavoratori della conoscenza, in tempi di società liquida, per continuare a saper “EXPOrre ed EXPOrtare conoscenza con emozione”.

PODCAST: FORMAZIONE E BENESSERE

Si conclude il primo ciclo di appuntamenti radiofornici firmati FormazioneAmica Gruemp grazie a Container Radio di Andrea Collalto. Grazie a tutti i radio ascoltatori e a tutte le persone che hanno ascoltato le nostre puntate e i nostri podcast. È stato davvero bello accompagnarvi in questo mondo fantastico della formazione, del miglioramento continuo e dello sviluppo personale. Ci risentiremo sicuramente presto con altre puntate, nuovi argomenti e nuovi stimoli. Un caro saluto da Damiano Frasson (Formatore, Consulente e coach di Gruemp).

E ci siamo anche questa settimana con una nuova puntata di Formazione Amica! Benritrovati da Andrea collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea e ben ritrovati a tutti i nostri ascoltatori.

Allora, siamo già alla 12° puntata di Formazione Amica, siamo già possiamo dirlo, praticamente alla conclusione di questo primo ciclo di trasmissioni.

-Si, siamo in conclusione, vogliamo un po’ oggi cercare di tirare le fila dei molti aspetti, dei molti spunti che abbiamo cercato di condividere in queste settimane, ormai sono passati tre mesi Andrea, il tempo vola!

Eh si, sono volati veramente devo dire, e ci ritroviamo quindi un po’ per fare il punto della situazione questa settimana.

-Si, questa settimana volevamo… abbiamo pensato di dare un po’ l’idea di come potremo formare un po’ meglio il nostro benessere. Un tema un po’ ampio che ci da l’aiuto a sintetizzare alcuni aspetti dei molti punti che abbiamo toccato e ci apre al futuro magari ad un nuovo ciclo più in la tra qualche settimana su questi temi.

Quindi formare il benessere, parliamo un po’anche di questi punti determinanti che abbiamo toccato in questi tre mesi Damiano.

-Si, potremo definire inizialmente, come di solito facciamo che il benessere, che è un concetto molto ampio che coinvolge molti aspetti della nostra vita, potremo dire che in effetti, come l’Organizzazione mondiale della sanità chiarisce, definisce un po’ anche il nostro concetto di salute, intendendo però quindi che le persone dovrebbero essere capaci di sfruttare le proprie capacità emozionali, cognitive, comportamentali, per gestirsi in modo positivo nella propria quotidianità di vita, cercando di avere una relazione con se stessi, con gli altri, con il mondo, che sia gratificante, positiva e che tenda a ridurre le conflittualità, i disagi, sia interni, quindi con se stessi, che con gli altri. Quindi come vedi una definizione, una tra le tanti che da l’Organizzazione mondiale di sanità molto ampia, che rende un po’ l’idea di come noi approcciamo la nostra vita.

Quindi effettivamente ognuno vive a modo suo, ma ci sono dei principi di base che poi ci servono per stare bene…

-Ci servono per stare bene, perché ad esempio quelli che vengono chiamati determinanti, quindi elementi, fattori determinanti, che influiscono, incidono sul nostro stare bene, perché benessere significa stare bene o esistere bene in modo positivo, sono il patrimonio genetico, e insomma fin qui effettivamente quello che siamo dal punto di vista fisiologico… siamo, nei nostri geni, nella nostra struttura, nel nostro dna, le nostre caratteristiche fisiche che noi abbiamo. Poi il secondo fattore è lo stile di vita, e sappiamo molto bene dalle tantissime informazioni che ci sono in quest’ambito che è fondamentale direi, poi l’ambiente di vita, quindi inteso anche non soltanto come ambiente nel quale viviamo, quindi naturale, ma anche l’ambiente nel quale noi proprio facciamo, viviamo, creiamo la nostra vita, nel lavoro, a casa, quindi l’ambiente, il contesto nel quale noi viviamo e cresciamo, quindi in questo c’è anche l’importanza dell’ambiente culturale nel quale cresciamo. Poi un quarto fattore è il reddito e lo status sociale. Ovviamente sono temi dire che in Italia anche con l’Expo quest’anno saranno toccati da vari punti di vista, non solo da quello dell’alimentazione, ma il lavoro, che vive un momento di grande difficoltà, e come noi stiamo nel contesto sociale, quale tipo di appartenenza abbiamo, come ci sentiamo coinvolti nel nostro tessuto sociale è una determinante importante. Si parla molto di reddito di cittadinanza, di qual è la soglia minima per avere un normale livello di vita, almeno dignitosa, e questo è un fattore molto importante… ma il quinto, che a noi interessa particolarmente è l’istruzione, la formazione. Quindi il quinto fattore determinante che può influire in modo molto significativo sul nostro benessere è il nostro grado di istruzione, ma non soltanto istruzione a livello scolastico, di conoscenze, ma anche la formazione che una persona si da e nella quale si trova.

Assolutamente, e poi ci sono anche dei principi che un po’ limitano questo benessere Damiano…

-Beh, diciamo che in conseguenza del fatto che sono stati individuati dei fattori importanti che ne determinano appunto la qualità, possiamo dire che senz’altro ci sono dei fattori che limitano un poco il nostro benessere, e probabilmente a noi interessa soffermarci su quelli che sono un po’ più legati all’aspetto formativo della persona in se, ma anche poi che comportano un comportamento migliore se riesco anche ad avere un cambiamento di prospettiva, di come vedere le cose… senz’altro un aspetto che limita è la poca conoscenza e consapevolezza di se, la difficoltà nei rapporti interpersonali, nelle relazioni con gli altri, una scarsa capacità di automotivazione incide in modo significativo sul nostro benessere… la mancanza di un progetto di vita, la mancanza di un progetto, di un idea, di un opportunità e putroppo accade in questo periodo, di lavoro, una bassa autostima, anche questi sono aspetti che incidono sulla nostra difficoltà di ottenere un benessere… scarsa qualità nella comunicazione, perché non ci permette di interagire con i nostri bisogni, quelli degli altri, non dobbiamo dimenticare però che limitano il nostro benessere anche i problemi di salute, dei quali spesso non siamo completamente responsabili e che purtroppo accadono e… in questi giorni è ripartita la serie televisiva “Braccialetti Rossi” e parla di questo, di come poi ci siano delle problematiche che mettono sottosopra un po’ anche la nostra idea di stare al mondo. E poi come sappiamo magari alcuni altri aspetti significativi sono una difficoltà nell’avere un alimentazione equilibrata, alcuni altri disagi di base che ne sono un po’, sfociano un po’ forse in questo come ansia, stress, timori, rabbia, quindi potremo dire per dirla con i nostri argomenti di queste settimane: quando c’è poca intelligenza emotiva, ecco, capacità di gestire le proprie emozioni, e tutto questo produce anche delle difficoltà di riposo, di avere un impostazione di vita che tenga conto sia delle frenesia che dobbiamo sostenere, ma anche di qualche momento di pausa, ecco. Quindi Andrea vedi ci sono molti aspetti che limitano il nostro benessere.

Dovremo avere diciamo più stima di noi stessi e vedere le cose sotto una prospettiva migliore, perché siamo molto spesso noi che limitiamo quello che può essere il nostro benessere alla fin fine…

-Si, diciamo che tutto parte dalla poca conoscenza anche di come siamo fatti, di come funzionano certi meccanismi, come di pensiero, che abbiamo della nostra mente, come influiscono sul nostro corpo, sulla nostra salute, li diamo un po’ troppo per scontati e invece anche molti aspetti delle varie discipline, delle varie scienze, non solo delle scienze umane, ma anche della scienza medica, della biologia… hanno verificato che ormai ci sono dei criteri che potremo considerare dei criteri un po’ di fondo, di base, che presi da un punto di vista di una scienza o da un altro punto di vista studiano magari aspetti diversi di questo processo di benessere che noi possiamo avere o meno, in modo più definito, però diciamo che sono dei concetti di base. Per esempio mente e psiche sono un unico sistema. Noi diventiamo un po’ anche quello che pensiamo, i nostri pensieri sono collegati con le nostre emozioni, quindi anche questi aspetti poi incidono sulla nostra salute, sui nostri organi interni. Ci sono molti studi che derivano dalla psicosomatica, dalle scienze neurologiche, insomma… ci sono degli aspetti ormai che dovrebbero essere più di dominio pubblico per le persone perché non sono solo aspetti che riguardano le scienze in se, oppure me ne occupo quando sto male, perché ne ho bisogno e allora divento esperto: si, ok, in quel caso però siamo già nella cura, mentre a noi piace l’idea di essere sensibili ed è anche ben dimostrato che per moltissimi aspetti anche di malattia, la prevenzione è la prima grande strategia per avere un miglior benessere.

Quindi serve un approccio particolare per avere più benessere Damiano?

-Beh, sai, l’approccio potremo dire che è utile averlo sistemico, un po’ più globale, complessivo, che tiene dentro aspetti sia che riguardano i nostri valori, idee, principi, come vogliamo vivere, sia gli aspetti di metodo, quindi come ci organizziamo, come gestiamo la nostra vita, e poi anche l’aspetto pratico delle azioni che noi abbiamo: con Gruemp abbiamo definito un vero e proprio approccio per il benessere che si fonda su un criterio che noi chiamiamo “filostrata” ed è proprio il cercare di aiutare le persone a sviluppare maggior coerenza possibile, tra gli aspetti filosofici, quelli strategici e quelli tattici, quindi vedendo la persona nel suo insieme di pensieri, atteggiamenti e comportamenti. E questo sicuramente ci aiuta, perché vederci troppo divisi dalle cose, pensare… ma, questo a me non influenza, io ne sono estraneo, non fa parte della mia vita, è un aspetto che rischia di non farci cogliere come non influenzino la nostra vita in realtà tutta una serie di fattori, di aspetti, sui quali seppur non possiamo, come dico sempre occuparci di tutti tutti i giorni… è vero che la vita è breve, ma è anche lunga, e quindi sai, magari in un periodo ti occupi di una cosa, in un periodo ti occupi di un’altra, in un altro momento ti interessi di sistemare un po’ lo stile di vita, in un altro cerchi magari di organizzare meglio il lavoro, in un altro ti occupi un po’ di te, della tua autostima, delle tue emozioni… c’è tempo per fare questo lavoro, no Andrea?

Si, c’è tempo, ci sono degli anni, quindi basta prendersi dei periodi alla volta e si possono sistemare anche le proprie cose diciamo. Tra l’altro si è parlato molto di formazione in queste settimane, ma mettiamo un punto fermo: come fa la formazione a generare anche benessere?

-Eh, questa è una bella domanda, perché può essere un punto fermo sul quale riflettere un attimo. La formazione aiuta le persone, a sviluppare in modo più efficace le proprie potenzialità, le proprie risorse personali, e quindi favorisce il miglioramento di queste competenze, di queste abilità che noi diamo un po’ per scontate, le releghiamo ad un semplice buon senso… e lo fa su un principio complessivo che incide in ogni ambito della nostra vita, e quindi è ovvio che essere messi in condizione, attraverso esperienze formative, da formatori esperti, competenti, di sviluppare delle nuove conoscenze, di capire come funzionano certi aspetti, di farne la prova pratica, di sperimentarli nella propria quotidianità ed immettersi in questa logica di medio, lungo termine di miglioramento continuo, un po’ come dicono i giapponesi, il miglioramento step by step, passo dopo passo, aiuta e favorisce molto il fatto che poi le persone da questi aspetti traggano anche molti stimoli, supporti, ma anche strategie per incidere sulla propria qualità di vita. Quando una persona si mette a focalizzarsi di avere una miglior qualità di vita, entra già per così dire in una logica sistemica. Perché riprende il codice in modo ampio e generale e inizia a pensare: ma io di tutto quello che faccio, vivo e lavoro, su che cosa posso migliorare? Quindi poi diventa specifico.

Poi devo dire che in queste settimane grazie a te Damiano, grazie a Gruemp, abbiamo avuto modo di dare ai nostri ascoltatori un infarinatura, un mini corso per vivere meglio, per… parlare di benessere in questo caso, ma ogni settimana abbiamo dato veramente degli spunti importanti per riuscire a stare meglio nella vita di tutti i giorni.

-Si, in realtà Andrea abbiamo creato un mini percorso di sviluppo personale, condiviso attraverso Container Radio, che ha cercato di dare delle opportunità di riflessione su questi temi, di avere qualche idea per così dire anche… pratica, di qualcosa che può toccare anche la nostra quotidianità, approcci sulle cose, sui nostri pensieri, emozioni, modo di vivere e lavorare. Poi abbiamo cercato di dare anche un appeal un po’ artistico, giustamente per dare un impatto attraverso un brano ad ogni incontro, quindi si, abbiamo cercato di dare questo spunto interessante credo. Sono tutta una serie di aspetti, che se vuoi, possiamo anche brevemente riepilogarli, cosa dici?

Molto volentieri direi.

-Potremo, se siamo in una fase per così dire che chiude in un certo senso il primo ciclo, ricordare che abbiamo parlato, abbiamo esordito parlando di autostima. Potremo dire che senza autostima noi non ci diamo il valore necessario per fare tutto il resto. Questa è direi la cosa di base minima che potremo ricordare per questo aspetto importante che è l’autostima.

Po abbiamo visto come l’autostima ci porti anche a dover considerare la nostra motivazione e qui sulla motivazione ricorderai una bellissima puntata molto particolare dove abbiamo detto che la motivazione è la benzina da mettere ogni giorno nel motore. Se noi vogliamo che la nostra “macchina” vada e abbia la sua autonomia, è una benzina indispensabile che dobbiamo mettere.

Poi non possiamo avere motivazione se non ci definiamo degli obbiettivi, ed ecco allora che gli obbiettivi servono per dirigere i nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre energie. Dobbiamo prendere la mira su qualcosa, che concretizzi i nostri bisogni, i nostri desideri, i nostri sogni.

Poi un aspetto importante che abbiamo toccato nella quarta puntata era la leadership. Ti ricordi che abbiamo discusso sul fatto che non è da intendere solo sul potere del capo, che comanda sulle situazioni, ma in realtà tutti abbiamo un potere che possa influire sulla nostra vita e poi conseguentemente anche su quella degli altri. Certo, serve come abbiamo detto farlo per aspetti e finalità positive, costruttive… ricordo qui una bellissima canzone che abbiamo utilizzato per questo concetto, era la canzone di Renato Zero “Il Maestro”. Con questa idea di una leadership che vuole servire a qualcuno, non essere solo autoreferenziale per se stessi, per dirsi bravo io sono alla guida, di chissà cosa, di chissà chi.

Poi abbiamo toccato il concetto di Team, perché abbiamo detto che la leadership ci porta ad un idea di gruppo, a quindi come noi viviamo il gruppo, e li potremo dire che nulla che abbia veramente senso e abbia un valore nella nostra vita può essere fatto da soli, giusto?

Eh, ci vuole sempre la complicità degli altri e comunque l’appoggio delle altre persone, perché non viviamo da soli, viviamo in mezzo alla gente…

-Non si può vivere solo per bastare a se stessi, l’essere umano è un animale sociale e questo è il suo destino.

Poi abbiamo parlato dell’intelligenza emotiva, anche questo un aspetto molto importante come dicevamo poco fa, che incide anche questo sulla nostra qualità di vita, cercando di aiutare a riflettere sull’idea che le emozioni non sono un ostacolo. A volte noi le viviamo come una difficoltà, ma sono una grandissima risorsa che noi abbiamo dentro di noi. Le conosciamo poco, le sviluppiamo poco e quindi imparando a gestirle meglio, possono andare veramente in modo decisivo a nostro vantaggio.

Poi nella settima puntata abbiamo parlato della consapevolezza, nel settimo incontro abbiamo parlato un po’ del fatto che si può anche vivere dando la responsabilità agli altri, al mondo, oppure coccolandosi un po’ i propri alibi… per carità, a volte abbiamo un po’ anche ragione devo dire, a volte capita anche a me di dire: eh ma caspita, se non ci fosse stata questa cosa… è un approccio un po’ istintivo, naturale che abbiamo… ma continuare alla lunga a togliersi un po’ dalla responsabilità, a lamentarsi prevalentemente di quello che c’è fuori di noi ecc… rischia di spegnere i nostri entusiasmi, la nostra motivazione e quindi la voglia di fare. E allora le cose si complicano.

Poi siamo andati all’ottava, tema che meriterà un ulteriore approfondimento in futuro, perché abbiamo parlato del cambiamento.

In effetti è stato un tema molto sentito questo…

-Molto, molto sentito, perché siamo senz’altro in un epoca dove tutto sta cambiando continuamente di giorno in giorno e quindi qui potremo dire che illudersi in un certo senso che si possa evitare il cambiamento e si possa non affrontarlo, è direi una pericolosa illusione che rischiamo di avere nella nostra vita… il cambiamento non si può negare, è in natura, e quindi dire che il cambiamento… certo, a volte ci spaventa, ma va affrontato, gestito, e pian piano si cerca di gestirlo nel modo migliore.

E poi siamo arrivati alle ultime tre puntate dove abbiamo parlato di tutti gli aspetti che riguardano la comunicazione e il rapporto con gli altri, quindi abbiamo parlato delle relazioni interpersonali, e quindi che siamo sempre da quando veniamo al mondo, in relazione, partendo da nostra madre, e questa incide molto per i primi mesi e primi anni di vita, e poi però è tutto un gioco continuo a legarsi, ad attaccarci, a staccarsi dalle persone, dalle amicizie, dalle persone famigliari, dalle conoscenze che facciamo nel lavoro, nella scuola, nella vita, e poi è un continuo allenarsi a gestire le nostre relazioni, questo è molto molto importante, ci attacchiamo poi, come ci attacchiamo alle persone, anche alle cose, e allora qui dobbiamo stare un po’ attenti, perché se ci attacchiamo troppo al nostro telefono, o al nostro Tablet, diventa una protuberanza, un allungamento della nostra personalità, di noi stessi e allora diventa un po’ più complicata la cosa…

E abbiamo visto poi negli ultimi due incontri la comunicazione, cercando di comunicare qualcosa non solo a noi stessi ma anche agli altri, di solito ci dimentichiamo che comunichiamo prima di tutto con noi stessi, per farlo bene abbiamo dato alcune regole, alcuni criteri che possono essere sintetizzati per avere una comunicazione più efficace, e uno di questi al quale abbiamo dedicato lunedì scorso un po’ una puntata a se, perché è molto importante, è quello dell’ascolto attivo, perché avevamo detto, che per imparare a comunicare bene bisogna anche imparare ad ascoltare bene e ad avere un ascolto attivo, l’abbiamo definita un arte l’ascolto attivo, per imparare a percepire un po’ gli altri, non solo quello che ci dicono, ma anche imparando a leggere il loro comportamento con lo sguardo, con la nostra sensibilità, e siamo arrivati quindi poi ad oggi, che… come possiamo non dire che questi aspetti della nostra vita, queste competenze trasversali, non abbiamo una ricaduta, un’incidenza, una rilevanza, che magari sarà parziale, ma non è così minimalista come magari si rischia di credere anche sul nostro benessere?

In effetti è una domanda che mi sono posto anch’io all’inizio quando abbiamo presentato questa puntata. E qui ti chiedo un’altra cosa, perché lo facciamo spesso, abbiamo abituato anche i nostri amici ascoltatori durante questo primo ciclo di trasmissioni: c’è un metodo, c’è un esercitazione per aumentare quello che può essere il nostro benessere Damiano?

-Guarda, direi che una esercitazione che da sola lo possa dare come risultato, direi che non c’è, nel senso che correttamente credo come abbiamo detto prima pensando ad un approccio sistemico, è importante essere consapevoli di questi aspetti, del fatto che hanno un incidenza importante nella nostra vita e che ce ne dobbiamo fare carico se vogliamo effettivamente avere, formare un benessere nella nostra vita, di cui non beneficiamo solo noi, ma anche le persone importanti della nostra vita, che condividono con noi la vita e magari anche il lavoro. Può sembrare semplice detto così alla radio, stiamo facendo un elemento di informazione, di condivisione, poi è ovvio che non vogliamo certo far passare l’idea che le cose siamo così facili, però non sono nemmeno complicate, non sono nemmeno così difficili come si può pensare. A volte è perché noi non facciamo delle cose perché sembrano difficili: non è perché sono difficili che non osiamo farle… direi che a livello esercitativo, l’unica cosa che può avere senso per i nostri ascoltatori è seguire un po’ la logica delle puntate precedenti che abbiamo condiviso con loro e chiederci… magari prenderci un foglio e scriverci di fianco 12 domande e su ognuno di questi aspetti chiederci, dandosi una valutazione da uno a dieci, quindi dandosi i voti… ci facciamo la pagellina per così dire,ok? Quanta autostima ritengo di avere? E qui ognuno si fa la domanda e poi si da una propria valutazione da 1 a 10. Quanto sento di essere padrone della mia motivazione? Qui bisogna riflettere, perché può darsi che una persona è motivata, ma è motivata per motivi di altri, non è detto che condivida tutti o in parte gli obbiettivi che la motivano. E infatti la domanda successiva è: Quanto riesco a raggiungere i miei obbiettivi? Quanto ritengo di essere in grado di esprimere una leadership positiva? La leadership ha a che vedere anche con il ruolo che noi abbiamo. Se una persona per esempio è un imprenditore, un artigiano, un impiegato, ma anche un genitore, la leadership ha molto a che vedere anche con quello… Quanto sono capace di lavorare in gruppo o in team? E’ una domanda a cui è necessario riflettere, perché finché siamo tra amici, al bar, in pizzeria, stiamo benissimo di solito… però poi con le persone bisogna anche farci cose anche altrettanto e forse di più importanti: una famiglia, condividere spazi nel lavoro, progetti comuni… è importante questo aspetto… Quanto mi sento di saper usare la mia intelligenza emotiva? Un’altra domanda importante… Quanto ritengo di avere consapevolezza di me stesso? Quanto sono in grado di saper affrontare il cambiamento? Quanto sono di qualità le mie relazioni interpersonali? Quanto sono capace di sviluppare una comunicazione efficace? Quanto sono in grado di comunicare con un ascolto veramente attivo? E quindi poi basterebbe chiedersi Quanto mi sento soddisfatto della qualità di vita che ho? Allora… poi sai, io sono abituato, lo dico spesso nei miei corsi… bisogna fare questo tipo di esercitazioni con lo spirito e il criterio della sincerità, perché se bariamo nelle risposte, bariamo con noi stessi. Quindi tanto vale mettersi tranquilli, prendersi quel quarto d’ora, darsi questa propria autovalutazione e poi rendersi conto quindi che magari in alcune cose siamo senz’altro più bravi, in alcune cose meno e capire come queste possano incidere o possano essere migliorate, perché poi basterebbe chiedersi su quali aspetti posso migliorare, su quali posso intervenire a breve termine, su quali a medio o lungo termine…

Con la sincerità andiamo alla scoperta di noi stessi, perché se siamo sinceri con noi stessi poi scopriamo delle cose che possiamo anche migliorare…

-Si, possiamo migliorare ed è nostro vantaggio. A volte capita che vogliamo migliorare troppo, ma gli altri intorno a noi non migliorano “Quanto me…” però è un gioco a ribasso questo… cioè: se tu hai intorno a te persone che non hanno tanta voglia di migliorare… io credo che non è che convenga livellarsi ad un livello più basso. Si cerca di fare dei propri miglioramenti che noi auspichiamo essere utili, interessanti, magari questo, lo vedo spesso, capita spesso, è di stimolo anche agli altri vedere che si può migliorare, perché abbiamo anche bisogno di strumenti, i giovani oggi hanno bisogno di esempi, di vedere persone adulte che si impegnano, che ci provano quanto meno, e anche noi tra adulti abbiamo bisogno di vedere delle persone che cercano di mettersi in una modalità propositiva. Poi, giusto o sbagliato, non c’è nessuno che possa dire che questo è completamente giusto o completamente sbagliato, ecco… quindi riflettendo su questi aspetti si trovano spunti per fare poi delle azioni, per essere propositivi, per decidere di partecipare ad un esperienza formativa che senz’altro ti può aiutare, che può dare il “la” a questo miglioramento che poi possiamo fare con maggiore autonomia, però abbiamo bisogno di essere messi sulla strada.

 CANZONE: ELISA – LUCE

PODCAST: ASCOLTO ATTIVO

In attesa della 12^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 16 Febbraio con un argomento Sorpresa, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Buon giorno, buon pomeriggio, benritrovati da Andrea Collalto su Container Radio con una nuova puntata di Formazione Amica. Diamo la buona giornata a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, buona giornata a tutti i nostri ascoltatori!

Ben ritrovato per l’11° puntata di Formazione Amica. Devo dire che di settimana in settimana stiamo veramente offrendo ai nostri amici in ascolto dei begli spunti di riflessione per i vari comportamenti che poi ci aiutano nella vita, e a anche questa settimana devo dire che trattiamo un argomento di quelli tosti e importanti che viviamo giorno dopo giorno.

-Si, oggi infatti vogliamo toccare “l’arte di ascoltare”. Cercheremo di riflettere insieme sull’ascolto, che è un aspetto molto importante che diamo un po’ per scontato nella comunicazione, ma non è così, anzi riveste una parte fondamentale della nostra comunicazione con gli altri.

Diciamo che saper ascoltare è importante anche poi per dare dei buoni consigli, per interloquire con le altre persone, un po’ come uno scrittore che deve saper leggere prima di offrire i propri scritti ai lettori.

-Si, è proprio così, diciamo che con l’ascolto si riesce a focalizzare meglio quanto ci viene espresso dall’altra persona e quindi anche interagire, interloquire in modo più puntuale e preciso.

Poi tra l’altro una cosa Damiano che ho notato molto è che in questa società che è tutta frenetica, social, si è persa un po’ l’arte di saper ascoltare, e ci sono tante persone, tante solitudini che andrebbero poi ascoltate meglio… parliamo di amici, di famigliari, ecc

-Si, perché in realtà Andrea l’ascolto descriverebbe una capacità potremo definirla di trattenersi volontariamente e attentamente, nel prestare attenzione o partecipazione a qualcuno o a qualcosa che in quel momento sta interagendo con noi con la propria comunicazione, e questo diviene anche motivo quindi di riflessione ed ecco allora che comprendiamo che per esercitare in modo più specifico la capacità di ascoltare è importante riconoscere fin da subito che serve un atto intenzionale, serve prendersi il tempo che occorre, togliersi da quella routine, continuità susseguirsi di eventi che poi trascina dentro le nostro comunicazioni, i nostri rapporti, come abbiamo detto qualche puntata fa, le nostre relazioni.

Quindi è importantissimo saper ascoltare e porsi in ascolto all’altra persona, non solo con il parlato, ma anche con lo scritto, perché parlando di social c’è molto da lavorare anche su quel punto.

-Si, senz’altro, anche nella modalità con la quale noi possiamo far percepire all’altra persona di aver percepito il suo messaggio, anche magari scritto, postato, ma che trasmette una certa percezione, senz’altro è necessario e utile approfondire un po’ di più quello che di solito nei telegrafici twit ormai troviamo.

Ma perché è importante ascoltare Damiano?

-E’ importante per svariati motivi:

  • uno è senz’altro che otteniamo una maggior capacità di dialogo, da una qualsiasi conversazione che abbiamo con un’altra persona, aumentiamo la nostra capacità di interagire con l’alro, quindi andiamo proprio verso quella comunicazione, quello scambio comunicativo che abbiamo spiegato anche nella puntata scorsa e che non è solo una comunicazione unidirezionale: qualcuno parla e qualcuno ascolta, ma in modo passivo, e poi diremo qualcosa senz’altro.
  • Poi evitiamo delle obiezioni improvvise che a volte accadono quando parliamo con gli altri, perché non si è capito bene di quello che stiamo parlando. Aumentiamo la possibilità quindi di fare delle domande o di dare delle risposte più pertinenti, possiamo aiutare la persona ad esprimersi meglio, possiamo riconoscere in modo più specifico che tipo di canale comunicativo utilizza l’altra persona e quindi trovare un modo per sintonizzarsi su quel suo canale per essere anche noi a nostra volta nel momento in cui torneremo ad esprimerci con lei più efficaci.
  • Poi un aspetto importante che non si considera è che migliora anche la nostra capacità di memorizzare, quindi di ricordare le cose importanti di cui stiamo dialogando con qualcun altro. La nostra memoria farà molta attenzione se diventiamo più ricettivi sotto un punto di vista dell’ascolto, e direi non ultimo, ma lo diciamo come sintesi complessiva, ci permette la capacità di ascolto di consolidare, di rendere più pregnanti, più significativi i nostri rapporti interpersonali.

Quindi abbiamo capito che ascoltare è veramente importante per vari aspetti anche della nostra vita e delle relazioni con gli altri, ma parlavi di metodo attivo e passivo, come si differenziano?

-Si, diciamo che si tratta un po’ della distinzione di fondo sulla quale ingenuamente noi ricadiamo, perché noi riteniamo  che udire sia ascoltare, in realtà è qualcosa di più l’ascolto nel senso in cui lo stiamo esprimendo in questo nostro incontro, e cioè l’ascolto attivo. Allora, di solito ascoltare un’altra persona  abbiamo l’idea che sia quell’atto istintivo con la quale noi udiamo, anche senza impegnarci più di tanto, sentiamo quello che ci sta dicendo e ci da l’idea che la stiamo ascoltando. Ma quando parliamo di ascolto come competenza, dobbiamo fare un passo in più. L’ascolto attivo quindi è un ascolto più maturo, più consapevole, partecipato, attento, e che chiamiamo attivo proprio per definire questa nostra volontà di interagire con attenzione nel coinvolgimento un po’ psicofisico generale che ci da il fatto dell’atto di comunicare con gli altri.

Quindi è quando partecipiamo in modo veramente attivo anche all’ascolto e poi alla discussione che sicuramente ne consegue…

-Infatti, possiamo considerare che l’ascolto attivo prende vita un po’ su questi piani. Sul piano dell’osservazione di ciò che ci dice l’altro, perché l’altro comunica, e anche noi comunichiamo anche da un punto di vista paraverbale, dal nostro tono di voce, con le pause, con il ritmo, ecc e quindi l’osservarlo mentre comunica ci aiuta a percepire la congruenza, il senso anche più ampio di quello che ci sta dicendo. Poi c’è anche un piano percettivo che riguarda per esempio come noi ci sentiamo mentre l’altra persona ci sta comunicando l’oggetto del dialogo che stiamo vivendo e poi diciamo anche del saper porre le giuste domande, le giuste interazioni e dare il giusto feedback per approfondire quello che è nello specifico l’argomento. Quindi capacità di percepire, osservare in modo attento e di percepire noi stessi e l’altro mentre stiamo comunicando. Questo potremo dire è un po’ il nucleo dell’ascolto attivo.

Per quanto riguarda l’ascolto passivo invece, gli errori che si fanno principalmente quando si ascolta?

-Hai detto bene errori, perché in realtà possiamo considerarle delle ingenuità che arrivano dalla comunicazione, quindi quando in realtà noi abbiamo un ascolto che potremo definire non attivo, e quindi un ascolto possiamo dire passivo, noi entriamo nell’errore di giudicare quello che ci viene detto, o peggio critichiamo l’altra persona, mentre l’ascoltiamo sentiamo quella vocina dentro di noi che ci dice: ah, vabbè, senti questo cosa mi sta dicendo, boh, non mi interessa, ma va che tipo strano… e nel portare l’attenzione ad una forma di giudizio che è del tutto soggettiva sicuramente non miglioriamo il nostro ascolto e poi per esempio interpretiamo un altro errore: interpretiamo il messaggio che ci arriva o l’argomento di cui stiamo discutendo se è posto da un’altra persona in base alle nostre credenze, alle nostre opinioni, quindi tendiamo a trasformare il significato di quello che ci viene detto in base a come vediamo noi le cose. Da un lato è un aspetto naturale, ma dall’altro non può diventare il parametro con il quale misurare esclusivamente quello che ci viene detto, quindi magari tendiamo a trovare delle soluzioni per lui, magari l’altra persona ti sta comunicando il bisogno di una qualche forma di comprensione, anche semplicemente e noi diventiamo un po’ sbrigativi, diciamo non preoccuparti, stai tranquillo. Sembra una forma di incoraggiamento quasi, ma in realtà è una forma di non attenzione a quello che è l’esigenza di quello che la persona ti sta esprimento… un altro errore che facciamo è che può sembrare un ascolto troppo attivo, invece è non adeguato, facciamo delle domande specificatamente indagatrici. Prendiamo un punto di quello che si sta dicendo, continuiamo a battere su quello, chiediamo delle cose e in realtà non è quello che la persona ci voleva esprimere… quindi direi che l’errore di fondo se lo vogliamo sintetizzare, è quello proprio di non fare attenzione, di vedere le cose dal nostro punto di vista e di non mettersi in un vero concetto di interazione, di percezione di quel senso e quel significato di quello che l’altro ti sta eprimendo.

Quindi quando si ascolta bisogna porsi anche dall’altra parte, verso l’altra persona, in modo che quando si riesce a recepire quello che ti dice, si possano ascoltare entrambe le “campane” in pratica, ragionare con la propria testa ma anche ascoltare bene il ragionamento dell’altra persona.

-Si, esatto, perché in realtà l’altra persona, e questo accade anche a noi, che stiamo parlando dell’ascolto, quindi ci riferiamo ad un soggetto altro da noi, ma in realtà sono cose che accadono tutti i giorni, quando ci esprimiamo normalmente e vorremmo la comprensione, lo facciamo perché desideriamo esprimere qualcosa di noi che ci da particolare interesse e che vorremmo fosse compreso dagli altri. Quando gli altri, quindi quando noi non riusciamo a dare un feedback corretto o non riusciamo a far comprendere questo fatto che stiamo comprendendo effettivamente, che stiamo comprendendo la persona, in realtà la depistiamo in un certo senso, la lasciamo andare un po’ per la sua strada ma non è detto che poi noi abbiamo capito bene… è semplice verificare questa cosa: si può ascoltare una persona per qualche minuto, in modo normale, ma pensare che questa persona ci dicesse poi alla fine: cos’hai capito di quello che ti sto dicendo? Il più delle volte scopriremo che non sapremmo dirvi se non a caratteri molto generali il titolo di quello che si sta dicendo, perché non abbiamo proprio tutta l’attenzione. E se questo è capitato, ci metterebbe un po’ in guardia sul quanto noi siamo effettivamente in una condizione di ascolto volontario e di disponibilità.

Beh, sicuramente qui più di qualche studente ha sorrido con questa tua uscita…

-Si, magari gli capita con il prof che spiega le cose, poi interagisce poco e magari ti dice ragazzi cosa avete capito… sentirebbe una scena muta.

Ma Damiano, ci sono delle regole per ascoltare bene le altre persone?

-Beh, diciamo che ci sono delle buone abitudini, dei buoni comportamenti che potremo avere, senz’altro avere la consapevolezza che bisogna attivarsi appunto nell’ascolto, avere una partecipazione concreta, dinamica nell’arco comunicativo e quindi nell’ascolto. Un aspetto molto importante per esempio è verificare il contesto e l’ambiente, se sono adatti a quello che stiamo ascoltando. Non ci capiterà sempre che magari stiamo parlando, dialogando nei vari contesti… se si è nel lavoro si parlerà magari di lavoro, se si è tra amici si parlerà del più e del meno, però a volte in momenti comunicativi particolarmente significativi, scattano le condizioni non ideali. Ecco, una condizione ambientale che magari non sembra proprio adatta ad un ascolto profondo, perché magari la persona ti sta esprimendo un suo disagio, una sua forma di malessere per così dire… in quel caso è importante ascoltare un attimo, far capire che c’è la volontà di ascoltarla e cercare di creare le condizioni per un ascolto in un contesto un po’ più tranquillo, adatto, questo a volte è un aspetto importante da non sottovalutare. Poi non aver fretta di arrivare alle conclusioni, evitare il pregiudizio, che ci scatta un po’ in automatico… quando si incontra una persona e ci si parla, nei primi 10 – 15 secondi ci facciamo un idea di questa persona se ci piace o non ci piace, però è un approccio un po’ banale proseguire nella comunicazione secondo questo presupposto… superficiale… poi sapere che quello che la persona mi dice è una sua prospettiva, e che quindi anch’io ho una mia prospettiva che comprende di accettare che anche l’altra persona ha la sua prospettiva in base a quella che è l’idea. Un’altra regola potrebbe essere quella di considerare che le emozioni, che magari emergono durante la comunicazione non sono un aspetto di ostacolo, possono coinvolgerci di più, magari sono più impegnative da gestire, ma sono un aspetto positivo che può emergere, che ci fa magari cementare quella volontà di ascolto in quel momento nel quale siamo coinvolti con l’altra persona, e quindi potremo dire che un buon ascoltatore esplora i mondi possibili, parte dal presupposto che quando parla con qualcuno qualcosa da imparare ce l’avrà sempre: se non sull’argomento dell’oggetto della discussione, ma minimo potrebbe imparare a conoscere un po’ di più l’altra persona con la quale sta dialogando. Queste sono delle piccole, semplici linee di comportamento, di atteggiamento che migliorano senz’altro prima la nostra sensibilità e poi la nostra capacità di ascolto.

Quindi bisogna veramente porsi completamente all’altra persona e poi nascono sempre dei dialoghi costruttivi alla fine, perché c’è sempre da imparare l’uno dall’altro…

-Diamo troppo per scontato come dicevi anche all’inizio, per la frenesia, per la fretta, per l’urgenza, per tutte le cose che dobbiamo fare, però credo che si possa considerare veramente ogni giorno che tutte le persone ci possano dare qualche interesse, esprimere qualcosa, a volte anche che non ci piace, quindi ci aiutano a focalizzare quello che noi non vorremmo esprimere, o come noi non vorremmo essere nel momento in cui percepiamo che c’è un’altra persona che magari ci sta esprimendo qualcosa e anche in un modo che noi non sentiamo adeguato… ecco, in questo caso se riteniamo che la persona non stia parlando di noi, non ci stia giudicando, potremo ascoltare in modo attivo, sereno, e dire: ah, caspita, io non vorrei avere quel tipo di comunicazione, non vorrei arrivare al punto di esprimermi magari con quell’aggressività, tensione, o ansietà… oppure potrei chiedermi: anch’io a volte comunico con questa ansietà? Perché vedi Andrea, c’è di bello che se una persona si mette nell’atteggiamento di ascoltare in modo attivo, spesso riscopre nell’altro degli aspetti di se… e quindi l’altro ci fa in questo senso proprio da specchio… questo ci aiuta, è utile per riflettere.

Teniamo come prima l’esempio pratico dei professori a scuola, tante volte diciamo che anche gli studenti sembrano svogliati, ma magari è perché l’argomento non viene posto nel modo che li stuzzichi nella maniera giusta diciamo…

-Su questo aspetto si è tanto parlato in tutti gli ambiti per la buona scuola, al di la degli aspetti strutturali, istituzionali ecc, però di sicuro            con i tempi che sono cambiati, dovrebbe cambiare moltissimo anche l’approccio di insegnamento, perché l’ascolto è il primo atteggiamento che ci permette di imparare e quindi di apprendere. Certo che, se hai un emittente che pensa ancora di venire in aula, leggere delle slide, far leggere delle righe, tu cos’hai capito, spiegare in un soliloquio per un ora le cose, credo che i ragazzi oggi, nativi digitali, hanno veramente delle difficoltà, perché riscontrano un contesto molto più dinamico quando sono da soli con il loro ipad, o con gli amci, in rete, quando giocano o quando fanno attività in altri contesti, rispetto invece a quello che rischiano di trovare nel contesto dell’insegnamento scolastico.

Un po’ quello che succede anche in famiglia tante volte…

-Si, senz’altro, perché anche in questo senso è un aspetto che, nella nostra capacità di ascolto, quando siamo con le persone con le quali abbiamo maggior interesse di capirci bene, in famiglia, questi aspetti intervengono immediatamente direi e limitano a volte la comprensione semplicemente perché magari non ci si è dati l’opportunità di prendersi quei dieci minuti, spiegare le cose, andare un po’ in profondità… comprendere le rispettive esigenze e quindi avere un approccio all’ascolto più significativo è senz’altro una grande strategia di miglioramento dei rapporti interpersonali… e non ne parliamo nel lavoro, dove tutto è di corsa, frenetico, tutto si riduce a numeri, budget, aspetti tecnici tecnologici, organizzativi, ma in realtà questi aspetti vivono anche dell’interazione che le persone poi maturano ed esprimono nello stesso ambiente di lavoro. Quindi vedi questo aspetto di ascoltare attivamente: le persone dal mio modo di vedere, dal mio osservatorio, commettono dei danni in questo senso, perché pensano che per ascoltare bene ci voglia un mucchio di tempo… non è così… se noi impariamo ad ascoltare bene e diventiamo competenti nel nostro ascolto, noi diventiamo competenti sempre, e quindi ascoltiamo anche comunicazioni e dialoghi molto brevi e con grande efficacia.

E’ una cosa che ti viene in automatico alla fine…

-Certo, perché è una competenza che viene appunto definita come competenza trasversale, l’attenzione a tutti i segnali verbali, paraverbali e non verbali immessi dall’interlocutore. Disponibilità a lasciare spazio alle persone e concentrazione all’interlocutore, senza incalzarlo con troppe domande, evitando il pregiudizio ed interagendo con un buon feedback. Quando tu hai acquisito una buona padronanza, una buona competenza rispetto all’ascolto e quindi anche alla comunicazione, puoi ascoltare in modo molto efficace anche aspetti informativi, se ti capita nel lavoro, richieste che ti vengono fatte in base al ruolo che ricopri, e sai di poter essere più efficace perché sei stato… attento, ti sei coinvolto… se non hai capito hai il coraggio di dire: scusa, non mi è chiaro, me lo puoi ripetere meglio? L’ascolto attivo fondamentalmente poi è questo tipo di attivazione costante nel tempo e quindi non è che ci impegna di più del tempo normale. Per esercitarci allora si, magari c’è bisogno di prenderci quei dieci minuti, per fare un po’ di pratica. Nei corsi di formazione che io tengo uno spazio dedicato all’ascolto c’è sempre, in tutte le esperienze che riguardano la comunicazione, le competenze trasversali, c’è sempre.

A tal proposito io ti faccio la domanda classica che facciamo durante tutte le nostre puntate di formazione amica; passiamo alla prova pratica diciamo, un esercitazione che possono fare i nostri amici, che possiamo fare anche noi poi per impegnarci ad ascoltare meglio.

-In questo caso potrebbe essere una prova di dialogo: ci è utile cercare di sperimentarci, di provare. E allora pensavo che potrebbe essere interessante chiedere ad una persona di nostra conoscenza, della quale abbiamo un minino di rapporto che magari ci interessa migliorare, famigliari, un amicizia un po’ specifica, un collega di lavoro con cui abbiamo magari un dialogo, una forma di sintonia.. di prenderci un dieci minuti di tempo e di chiedere a questa persona se ha qualcosa di interessante che vorrebbe esprimerci, che vorrebbe dirci, di cui vorrebbe parlarci. Trovare un posto adatto perché si svolta questo dialogo e lasciare che questa persona si esprima facendo attenzione ai suoi comportamenti e a quello che ci dice, cercando di fare delle domande, cercando di dare feedback e cercando poi di arrivare nel giro di una decina di minuti ad una conclusione, magari chiedendo: ti fa piacere se provo a ridirti un po’ le cose che mi stai spiegando? Mi è sembrato che… si è parlato di questo, ho percepito questa sensazione, ecc… E questo diventa un dialogo che ci mette in una condizione di esprimerci in una logica di ascolto attivo. Poi, finito questo dialogo fare l’esatto contrario, quindi dire: guarda, anch’io vorrei esprimere qualcosa di me in modo che ci conosciamo un po’ meglio e riusciamo a scambiare un po’ le nostre esperienze. E diventare attivi comunicatori, quindi cercare di esprimerci nei confronti di questa persona e completare questo ciclo virtuoso diciamo con una forma di maggior attenzione, però dedicando prima un po’ di tempo ad ascoltare l’altra persona e poi un po’ di tempo a parlare noi. Poi alla fine di questi 15, 20 minuti che si è passati con questa persona trovare un modo gradevole di concludere il nostro dialogo, magari se vogliamo spiegando che vogliamo esercitarci un po’ nella capacità di ascolto, perché vorremmo migliorare la comunicazione che abbiamo con lei, questa persona… e questo è un modo se vogliamo semplice, però significativo che tiene collegati i vari aspetti di cui abbiamo parlato.

BRANO – ELISA feat. LIGABUE – GLI OSTACOLI DEL CUORE

 

 

PODCAST: COMUNICAZIONE

In attesa della 11^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 09 Febbraio dal titolo “EMPATIA”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Buon ascolto, ben ritrovati da Andrea Collalto su Container Radio per una nuova puntata di Formazione Amica insieme a Damiano Frasson. Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, buon giorno a tutti, ai tanti amici che ci stanno seguendo numerosi in queste settimane e nella diretta di oggi.

Apriamo questo mese di Febbraio, oggi lunedì 2, devo dire che siamo già arrivati alla decima puntata Damiano di Formazione Amica.

-Si, il tempo vola, ma trattando di argomenti interessanti e piacevoli, condividendo i vari feedback, punti di vista, e mail che ci arrivano come stimoli dai nostri ascoltatori, bisogna dire che è piacevole questa nostra cavalcata che stiamo facendo.

Assolutamente, poi devo dire che anche grazie agli ascoltatori, stiamo affrontando dei temi di settimana in settimana che un po’ aiutano a conoscere meglio noi stessi, e anche il tema di oggi riguarda la comunicazione, cosa importante che ci riguarda in tutti i campi della vita.

-Oggi, come avevamo annunciato anche la settimana scorsa parlando dell’importanza delle relazioni, volevamo entrare nello specifico di quella che è la relazione interpersonale, che ci porta ogni giorno in contatto con gli altri, con il mondo, ed è una pratica che abbiamo direi acquisito tutti quanti ma che poi ha delle sue specificità e non dovremo darla così per scontata come magari a volte accade nel lavoro, in famiglia, con gli amici.

In effetti si parla di comunicazione e uno dice: una cosa normalissima, la facciamo tutti i giorni… si, ma che cos’è la comunicazione Damiano?

-La comunicazione, come dice il termine, deriva da “Comunis”, cioè mettere in comune, quindi è un comportamento pratico che abbiamo e che attraverso le nostre modalità espressive che poi magari vedremo ci permette di interagire con gli altri e di mettere in comune le nostre idee, i nostri interessi, pensieri, e anche i nostri sentimenti, le nostre emozioni, quindi è veramente una competenza, appunto tra le competenze trasversali, tra le più importanti, tra le più decisive per determinare il nostro benessere.

Quindi è una cosa veramente importante comunicare, comunicare con gli altri, e ci sono tanti metodi di comunicare con le persone…

-Si, ci sono tanti modi, oggi infatti abbiamo tanti tipi di modalità diversi, abbiamo la comunicazione diretta, scritta, attraverso i social media, ma di fondo la comunicazione interpersonale diventa ed è ancora un territorio sul quale sperimentarsi, da esplorare, e da cercare di migliorare il più possibile, perché a parlare si parla, le cose le diciamo, credo che questo sia nelle abilità di base un po’ di tutti quanti noi, indipendentemente dal grado di istruzione, dal gruppo di lavoro, però è anche vero che poi per avere un efficacia comunicativa alcuni aspetti diventano indispensabili dire, indispensabili.

Tra i vari aspetti, ce ne puoi elencare qualcuno giusto per entrare meglio nell’argomento?

-Si, senz’altro dovremo tenere in considerazione ad esempio il fatto che la comunicazione vista come competenza, già ci porta ad una distinzione come competenza di alcune caratteristiche: ad esempio la competenza linguistica è il codice, il tipo di parola che usiamo per comunicare e ha una sua importanza come una competenza paralinguistica: la cadenza, la pronuncia, il timbro di voce, le pause che noi facciamo… un altro aspetto importante che struttura questa competenza comunicativa è per esempio la proselita: quando parliamo con gli altri in quale tipo di contatto siamo, quanta distanza o quanta vicinanza? Con quali altri comportamenti fisici accompagnamo la nostra comunicazione? Quindi appunto abbiamo detto comportamenti fisici, e si potrebbe parlare anche di competenza cinetica. I segni che facciamo con le braccia, con il nostro corpo, quella comunicazione definita non verbale, e poi il fatto che per esempio questi aspetti dovrebbero essere sviluppati nel modo più coerente possibile, in base al tipo di messaggio che noi vorremmo trasmettere. In ultimo una forma di consapevolezza che possiamo chiamare competenza socio-culturale, cioè rendersi conto del contesto in cui siamo, nel quale stiamo comunicando, che ruolo ho io, che ruolo ha l’altro, o gli altri, quindi ecco, questi ad esempio come vedi sono sei aspetti che ci fanno capire delle specificità diverse.

Una comunicazione quindi che non è soltanto verbale ma che può essere anche molto gestuale, ed in effetti è una caratteristica di noi italiani questa soprattutto.

-Si, senz’altro siamo famosi nel mondo per avere una grande abilità comunicativa proprio in questo senso, ma è un po’ tipico, l’espressione anche con il corpo è più tipica delle culture latine, siamo famosi per riuscire a farci capire un po’ dappertutto, in tutto il mondo, e probabilmente questo è un aspetto che si conosce poco, ma le persone di origine italiana, siamo tra i popoli più presenti in tutti i paesi del mondo. Siamo riusciti ad adattarci evidentemente bene, riusciamo a comunicare laddove noi poi invece abbiamo senz’altro qualche carenza a comprendere dal punto di vista del linguaggio, altre lingue di altre nazionalità di altri popoli… però noi con il non verbale, con i gesti, con questa modalità molto espressiva riusciamo a volte a sopperire a questa lacuna che abbiamo.

Ma che cos’è che influenza il modo di comunicare, la comunicazione con gli altri?

-Beh, la influenzano intanto il contesto sociale, ambientale, nel quale noi cresciamo, questo lo abbiamo anche appena spiegato e quindi sicuramente il tipo di comunicazione che abbiamo dipende molto dal contesto in cui siamo cresciuti, dal tipo di ambiente in cui cresciamo, e ad esempio da questo punto di vista l’Italia è il paese con infinità di lingue, perché anche le forme dialettali, di estensione della nostra lingua, in realtà portano a delle caratterizzazioni specifiche, e quindi già questo ci fa capire come ci possa essere una grande varietà di modalità, di stili comunicativi in base al contesto in cui siamo cresciuti. E poi anche il tipo di relazione che noi abbiamo con i nostri interlocutori. Può cambiare dal fatto che noi ci sentiamo in una forma di parità, o che ci poniamo in una comunicazione riferita al potere, ad un ruolo ad esempio, diverso nel lavoro a seconda delle responsabilità che abbiamo, oppure se abbiamo famigliarità col nostro interlocutore oppure se ci è estraneo, se abbiamo una certa qual grado di confidenza oppure di distacco, di freddezza. I ruoli tra i comunicanti sono senz’altro importanti. E poi un altro aspetto che influenza molto è quello che dicevamo all’inizio, il canale comunicativo. Se è un canale diretto, tecnologico, scritto, e anche questi sono aspetti che influenzano senz’altro la nostra capacità di comunicare.

Tra i canali più facili per comunicare, secondo me quello diretto dovrebbe essere quello che unisce di più le persone, tu che ne dici?

-Direi di si, perché il canale diretto interpersonale è il più variegato ed è quello che ci permette maggiore immediatezza ed è quello che ci permette di vedere che tipo di feedback ci ritorna dall’altra persona, perché dobbiamo considerare che i tipi di studi ormai si sono condizionati in questi ultimi decenni dopo molte tipologie, modalità di riflessioni sulla comunicazione, si sono portate tutta sulla comprensione dell’efficacia di un modello che viene così detto “interattivo”. Cioè c’è qualcuno che vuol dire qualcosa, c’è un messaggio che viene inviato all’altra persona che ascolta, quell’altra persona inevitabilmente ci da un feedback, e sulla base di quel feedback noi riusciamo a strutturare il proseguo della nostra comunicazione. E quindi questo aspetto di contenere nella comunicazione interpersonale in modo molto completo direi, da un lato il contenuto, cioè quello che vogliamo dire, e dall’altro la relazione che abbiamo col nostro interlocutore, è un aspetto che sicuramente nel rapporto interpersonale diventa molto più evidente e ci allena molto ad adeguarci noi e a riuscire anche a cogliere dove non siamo così efficaci e perché.

Effettivamente si, perché tante volte capita magari di voler comunicare con una persona, ma l’altra persona magari non riesce a recepire, magari non vuole ascoltare… in quel caso come bisogna comportarsi per riuscire ad entrare, a farsi capire?

-Ad esempio sai, un aspetto molto importante è cercare di parlare il linguaggio del nostro interlocutore, perché a volte non ci ascolta non perché non ha interesse, se fosse questo aspetto è importante e necessario capire se l’argomento che noi stiamo proponendo riveste per lui un certo interesse e stimolarlo a questo aspetto, ma senz’altro per esempio tutti quanti noi abbiamo prevalentemente un idea, un canale di percezione prioritario rispetto alla comunicazione, che può essere per alcuni più visivo, perché magari riflettono, ragionano di più per immagini… per qualcun altro può essere invece per di più uditivo, nel senso che sono delle persone che ragionano un po’ di più attraverso l’ascolto, oppure una terza via potrebbe essere quella di essere più sensibili all’utilizzo di un canale cenestesico, e quindi percettivo, un po’ sensoriale, emozionale, ed allora se noi ci troviamo di fronte magari ad un interlocutore e vogliamo essere efficaci, sarebbe una buona cosa cercare di comprendere qual è il tipo di canale che questa persona utilizza nella sua comunicazione, per trovare un modo di sintonizzarsi sulla sua frequenza potremo dire. E questo si capisce da vari aspetti, uno dei più semplici è quello di capire, di stare attenti alle parole che utilizza…

Bisogna essere sempre un po’ psicologi con le altre persone…

-Diciamo che dovremo cercare di essere attenti a comprendere meglio il tipo di messaggio che ci arriva, perché di solito si sta troppo concentrati su quello che vogliamo dire noi, e poco concentrati su quello che ci stanno ponendo gli altri sostanzialmente. Ma gli altri nel risponderci, oltre che a darci il loro feedback sul contenuto e mostrandoci la loro modalità di relazione, ci dicono anche loro qualcosa di se stessi, ed ecco che se vogliamo trovare un punto di sintonia, sarebbe buona regola trovare questa sintonia, questo metterci sulla stessa lunghezza d’onda potremo dire. Se una persona utilizza ad esempio verbi, parole che hanno a che vedere con le immagini: guardare, vedere, allora è probabile che sia una persona che tendenzialmente ha un approccio, un modello del mondo visivo. Se voglio essere efficace con lei è preferibile che la richiami ed utilizzi questo tipo di parole ad esempio, piuttosto che “ascoltami”. Sono proprio delle capacità che bisogna affinare e allenare.

Per quanto riguarda invece le forme di comunicazioni scritte, che sono un po’ più difficili diciamo rispetto a quelle dirette, personali?

-Oggi attraverso la comunicazione anche tecnologica ma non solo, perché lo scritto ci porta anche ad una modalità che spesso è utilizzata nel lavoro per passare informazioni, indicazioni… ecco rispetto a quello l’utilizzo delle parole giuste e della semplicità di linguaggio a maggior ragione diventa importante, senz’altro più utile cercare di comunicare anche per iscritto in modo concreto, conciso, di chiedere un punto di vista all’altra parte, porre una domanda, e così cercare di avvicinarsi a quello che accade anche nella comunicazione interpersonale. Diverso è invece ad esempio se vogliamo esprimere qualcosa di più nostro, intimo, personale, così anche più emozionalmente coinvolgente, così anche lo scrivere in modo più ampio, lasciando un po’ andare anche la penna sul foglio, oppure i caratteri sulla tastiera se lo scriviamo al computer, ci può dare una forma di ampiezza, di completezza comunicativa molto interessante. Ad esempio in ambito formativo, nei corsi di comunicazione che tengo sull’intelligenza emotiva, sulle competenze trasversali vengono alternate ad esempio queste modalità: l’espressione diretta, l’espressione scritta, e anche questo tipo di aspetto quindi aiuta a prendere, a sistemare un po’ un registro comunicativo che poi ci ritorna molto ultile nella nostra quotidianità

Poi anche in questo caso dipende dai feedback che si ricevono dall’altra parte e un po’ alla volta si può anche imparare magari a correggere il tiro…

-Si, questo è importante, perché ci sono alcune disfunzioni comunicative direi, alcuni problemi, che sarebbe bene cercare di evitare

Ci sono degli esercizi in questo caso per imparare a comunicare meglio con gli altri Damiano?

-Sai, ci ho pensato, per oggi a questo aspetto dell’esercizio. Mi verrebbe da dire in modo molto pratico, di stimolare i nostri ascoltatori a comunicare in un modo migliore, più efficace, soprattutto più che farne una qualche riflessione scritta, però pensando a questo aspetto dinamico che sarebbe molto utile, pensavo che potrebbe essere interessante dare alcune caratteristiche direi abbastanza pratiche ed essenziali, per avere una comunicazione più efficace. Sono sette aspetti che ci aiuterebbero a riflettere sulla nostra modalità di comunicazione e cercare quindi per ognuno di portare all’attenzione nei prossimi tempi quando comunichiamo con gli altri su questi aspetti, che ne dici?

Assolutamente d’accordo, anzi sono curioso di conoscere questi aspetti per poi anche riuscire a metterli in pratica, perché effettivamente ho notato una cosa: anche noi ci occupiamo di comunicazione ma non se ne sa mai abbastanza, non si sa mai come recepiscono le altre persone quello che diciamo alla fine…

-Qualche filosofo lo chiama il grande gioco infinito della comunicazione, proprio perché è quasi una modalità con la quale noi giochiamo la vita, interagiamo con gli altri, però è anche infinito, perché cambia continuamente ed è un abilità che anche poi tra l’altro si consuma, come tante competenze. Nel senso che se noi per un certo periodo non siamo così efficaci, non abbiamo modalità di esprimerci, abbiamo poche occasioni di farlo, ci richiudiamo un po’ in noi stessi, perdiamo un po’ anche questo tipo di abilità, ed ecco quindi che come dicevi tu è importante continuare a farlo e cercare di migliorarsi continuamente.

Bisogna sempre tenersi allenati quindi…

-Sempre, sempre tenersi allenati. Il primo punto, la prima caratteristica è ad esempio la completezza della nostra comunicazione. Nel senso che se vogliamo avere efficacia sarebbe bene che quello che noi vogliamo dire, comunicare all’altra persona, sia in qualche modo abbastanza completo, che contenga quegli elementi che permettono al nostro interlocutore di capire bene di che cosa stiamo parlando. La completezza è il primo aspetto per avere una comunicazione efficace. Poi il secondo, che va proprio a limitare che nella completezza non diventiamo troppo estesi, è il fatto di essere concisi. E’ preferibile utilizzare frasi brevi, messaggi concisi, verificare il feedback dell’altra persona, magari facendo una domanda, piuttosto che partire con un sermone chilometrico… ti dico, ti racconto… che poi non si sa più se è uno sfogo, se è una comunicazione, che cosa diventa… quindi completezza ed essere concisi. Il terzo aspetto è la considerazione. Cioè il punto di vista degli altri nel momento in cui comunichiamo non è che possiamo non considerarlo. Dovremo quindi stare attenti alle necessità del nostro interlocutore e tenere conto che c’è anche lui nella nostra dinamica comunicativa. E quindi magari coinvolgerlo, verificare quanto il tema gli interessa, cercare di adeguarci all’altro, in modo che non andiamo verso una comunicazione unidirezionale, ma una comunicazione bi direzionale. Il quarto aspetto è la concretezza. Cioè un comunicazione efficace è efficace anche se è concreta, cioè se parla di cose che quindi nello stimolare anche l’altro ritrovano poi una ricaduta, una qualche ripercussione pratica… questo ovviamente se stiamo parlando di una comunicazione tra persone, per esempio nel lavoro, in famiglia, con gli amici, anche questo aspetto è molto interessante che a volte diamo un po’ per scontato. Si parla del più e del meno e poi tutto sommato si rimane con quella sensazione del si.. va beh… però… probabilmente questa comunicazione era poco concreta. Un quinto aspetto che a me piace in particolare perché lo trovo un aspetto semplice che però vedo ha un enorme impatto sulle persone: la cortesia. Cioè per comunicare in modo efficace è utile cercare di avere col nostro interlocutore una conversazione che si sviluppi in un clima per quanto possibile di serenità, per quanto possibile anche se a volte ci capita che le condizioni non lo permettono, però per quanto possibile in una forma di attenzione, di cortesia, di educazione direi del nostro modo di comunicare. Siamo troppo abituati anche dai media ad una informazione, comunicazione gridata, urlata, dove si sovrappongono gli interlocutori, parlano in dieci e nessuno ascolta l’altro, però questo non è che la renda così efficace, forse è efficace per l’audience televisivo, però se ci abituiamo nella nostra quotidianità a questo stile non ci aiuta. E siamo quasi alla fine, poi un altro aspetto importante è la chiarezza Andrea, che quello che diciamo sia chiaro, che enfatizzi l’importanza di quello che stiamo dicendo, ma che usi anche dei termini appropriati. A me capita spesso quando tengo i corsi che hai di fronte magari persone che provengono da vari contesti, da varie situazioni diverse e ti devi mettere come una forma di emittente che deve cercare di adeguare i termini che utilizza all’interlocutore. Quindi questo aspetto è molto importante. E ultimo è la correttezza. Nel senso che comunque effettivamente usare delle parole che siano coerenti nel senso a quello che vogliamo dire, che ci sia quindi la correttezza nel senso potremo tradurlo anche nel senso di coerenza, tra quello che io voglio spiegare e quello che è il contesto. Se voglio parlare con una persona di un aspetto intimo, personale, perché ritengo di avere bisogno di esprimerle qualcosa, così di emozionalmente anche coinvolgente e magari lo faccio in un contesto frenetico, al bar, oppure al supermercato perché trovo l’amico eccetera… non è detto per esempio che questo sia il momento più adatto per cercare di avere l’idea di una forma di coerenza.

Quindi questi sono i vari aspetti da tenere sempre bene a mente quando si comunica con le persone.

-Si, per essere efficaci: completezza, essere concici, considerare l’altro, concretezza, cortesia, essere chiari ed avere una forma di correttezza, di coerenza.

Abbiamo visto quindi che comunicare è una cosa naturale ma non è proprio una cosa facilissima

-No, non è facilissima diciamo nel momento in cui vogliamo essere efficaci. A parlare si parla tutti, credo che ci si capisca mediamente molto, tutti quanti noi cresciuti ormai in una società della comunicazione, abbiamo senz’altro competenze di comunicazione di base molto forti, migliori senz’altro di quello che potevano avere i nostri genitori, i nostri nonni, però poi bisogna vedere quanto riusciamo ad essere efficaci con la nostra comunicazione e quindi efficaci anche con noi stessi, perché quando poi comunichiamo agli altri, le prime due orecchie che sentono quello che diciamo agli altri sono le nostre…

 

BRANO EROS RAMAZZOTTI – PARLA CON ME.

 

PODCAST: L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

In attesa della 10^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 02 Febbraio dal titolo “COMUNICAZIONE”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Si parte anche questa settimana con una nuova puntata di Formazione Amica, siamo pronti per cominciare ed intanto ben trovato a Damiano Frasson.

-Ciao Andrea, bentrovati a tutti gli ascoltatori.

Si riparte anche questa settimana quindi per parlare di Formazione Amica. Devo dire che anche in questo caso l’argomento sicuramente interessa tutti noi, perché è un argomento che viviamo tutti i giorni, perché tutti i giorni siamo in contatto con le altre persone…

-Si, siamo in contatto con le altre persone, in ogni momento della nostra quotidianità, come è nello stile, nello spirito di questo nostro percorso che abbiamo ideato insieme, quello di aiutare le persone ad avere qualche spunto proprio per interpretare situazioni, comportamenti, che noi viviamo nella nostra quotidianità e che hanno anche però una valenza, un importanza molto significativa, sulla quale può essere utile fare delle riflessioni.

Assolutamente, quindi oggi parliamo dell’importanza delle relazioni.

-Si, esatto, oggi vorremo parlare proprio dell’importanza delle relazioni che hanno le persone tra di loro, solitamente si traduce questo anche con qualcosa che riguarda la comunicazione interpersonale, e in effetti abbiamo ricevuto anche sollecitazioni per alcune puntate che riguardano la comunicazione, il rapporto con gli altri… qualcosa abbiamo già detto e nelle prossime settimane senz’altro lo faremo, ma le relazioni rivestono un importanza direi strategica particolare, perché la relazione si riferisce ad un rapporto che noi abbiamo con una o più persone, e si basa su diversi aspetti, perché noi possiamo avere delle relazioni legate all’aspetto parentale, quindi famigliare, poi sviluppiamo anche delle relazioni legate ai nostri sentimenti, stati d’animo, poi abbiamo anche relazioni che noi sviluppiamo riguardo ai nostri interessi, quindi condividiamo con altri aspetti del nostro tempo libero, dello sport, della politica, del volontariato, dello stare insieme, e quindi instauriamo relazioni che poi si caratterizzano anche in base ai contesti nei quali noi ci esprimiamo. Per esempio interessi professionali, nel mondo del lavoro, dove passiamo molto tempo della nostra quotidianità, quindi le relazioni sono in un certo senso quella caratterizzazione del valore del rapporto che noi instauriamo con gli altri a seconda dei contesti nei quali ci coinvolgiamo.

Praticamente coinvolgono ogni aspetto della nostra vita e praticamente ogni ora direi, perché in ogni caso ci stiamo sempre relazionando con gli altri alla fin fine…

-Si, ci relazioniamo sempre con gli altri: già Aristotele lo disse, l’uomo è un animale sociale e quindi per definizione l’essere umano vive relazioni sostanzialmente per due motivi di fondo: perché ha il desiderio di vivere in armonia con le altre persone, anche se a volte questo non sembra, ma l’idea filosofica di fondo è di vivere con gli altri in modo armonico e positivo, condividendo attività, idee, pensieri e i propri comportamenti. L’altro aspetto è proprio nella natura, la socializzazione, quindi è un po’ quella tendenza che noi abbiamo a vivere in modo il più esplicito o meno la nostra capacità di realizzare, è abbastanza facile capire che tendenzialmente c’è qualche persona che può essere più introversa o più estroversa, qualcuna che è più orientata un po’ a se stessa, qualcun’altra che è più orientata alla società o alla comunità.

Anche li ci sono diverse tipi di persone, diversi tipi di personalità e diversi tipi di persone anche, perché poi si instaurano anche a differenza delle persone diversi tipi di relazioni, magari si è più attaccati a delle persone rispetto ad altre anche.

-Questo senz’altro, perché poi noi impariamo anche in un certo senso proprio attraverso la valorizzazione, quindi una forma di autoriflessione legata al picco di soddisfazione potremo dire, di beneficio, di benessere che noi percepiamo nel rapporto con gli altri, e in realtà ci attacchiamo anche, quindi potremo dire a volte ci affezioniamo alle persone in modo diverso, e questo pensa Andrea fin da quando siamo bambini, perché in realtà questo concetto di attaccamento, che è proprio l’origine in un certo sento della relazione, è presente fin da quando siamo piccoli, da neonati. Ci attacchiamo innanzitutto alla mamma ovviamente, e pian piano anche ad altre figure che per noi diventano fondamentali, dall’orientamento in poi alla crescita finchè non diventiamo autonomi, indipendenti.Infatti per quanto riguarda l’attaccamento possiamo avere per esempio dei bambini che crescono in modo abbastanza sicuro, perché instaurano una relazione armonica, equilibrata, cooperativa con la madre o con le altre figure affettive, oppure potremo avere dei bambini un po’ insicuri, che hanno quindi una relazione un po’ ansiosa magari con il genitore o con la madre, e bambini che sono insicuri ma che sono resistenti, quindi questi sono bambini che sviluppano una tendenza alla relazione un po’ forte, un po’ a volte in parte aggressiva o in parte distaccata, e questo poi ci fa già capire che per come ognuno di noi ha imparato, ha vissuto, in modo anche spontaneo, i primi quattro, cinque, sei, sette anni della nostra vita con le figure di riferimento, incide anche, da una forma di imprinting, di idea generale di come poi tendiamo a vivere le nostre relazioni con gli altri.

Quindi parte tutto fin da tenera età in base anche ai caratteri delle persone…

-Si, parte in tenera età, l’aspetto educativo sicuramente incide e il tipo di relazione che un bambino ha con la figura di riferimento in primis la madre, ancora negli ultimi due, tre mesi prima di venire al mondo, e poi quando nasciamo con la madre prima e poi con le figure di riferimento: genitoriali, il padre e anche con poi le altre persone con cui dividiamo gradualmente un po’ la nostra, il nostro bisogno di attaccarci a qualcuno che ci dia quella sicurezza che da piccoli noi abbiamo.

E’ arrivata una domanda da parte di Sonia che dice: se la relazione madre-figlio è staccata, contribuisce a creare un adulto che può avere difficoltà ad instaurare relazioni durature da adulti?

-Beh, diciamo che il fatto che ci sia una forma di distacco tra un figlio e una madre, o non così affettivamente legato, questo può in parte incidere sicuramente nel fatto che poi da adulti si abbia un po’ una difficoltà di relazione. Potremo dire che se non sviluppiamo il coraggio di avere una relazione con le persone che dovrebbero darci maggior stabilità e sicurezza, ovviamente da adulti vediamo con maggior difficoltà questi che “sono ancora più estranei…”

Damiano, noi sappiamo bene però che per stare bene con gli altri, dobbiamo prima di tutto stare bene con noi stessi: anche in ambito relazionale?

-Si, anche in ambito relazionale, assolutamente, infatti stavamo parlando di come noi approcciamo un rapporto con gli altri e questo deriva anche da una capacità che noi acquisiamo e che sviluppiamo, diventando adulti, per così dire dobbiamo avere una relazione anche con noi stessi, e quindi una buona conoscenza di noi stessi per cercare poi nella comunicazione, nel rapporto con gli altri di sviluppare quelle gestioni, quei rapporti, quelle relazioni che ci permettono come abbiamo detto qualche puntata fa parlando di autostima di avere anche una forma di apprezzamento, di comprendere il valore che noi diamo a noi stessi ma anche quello, il feedback che gli altri esprimono verso di noi e che nutre anche la nostra autostima. Quindi direi che quando parliamo di relazioni non dobbiamo dimenticarcelo, è utile non pensare soltanto all’altro, al rapporto che io ho con l’altro, ma partire anche dal proprio percorso di crescita personale, di conoscenza di se, siamo sempre in relazione con noi stessi al minimo diciamo… al minimo noi siamo sempre in relazione con noi stessi: con i nostri pensieri, con le nostre sensazioni, con i nostri stati d’animo, e quindi poi è da questo che noi partiamo per instaurare i rapporti con le altre persone. Qundi anche da adulti, come abbiamo detto per i bambini possiamo essere più o meno autonomi nella gestione delle relazioni, possiamo essere preoccupati dalla relazione, o possiamo anche vivere la relazione con una forma un po’ così di distacco o di difficoltà, ecco.

Io so che poi in questi ultimi anni in particolar modo la tecnologia ha cambiato in qualche modo anche il metodo di relazionarci con gli altri, qui mi viene in mente in modo particolare il mondo dei social network.

-Si, questo senz’altro cambiamento dell’avvento delle tecnologie che ormai è iniziato da una trentina d’anni a questa parte sta trasformando direi in profondità anche l’approccio che le persone hanno con le relazioni o con le modalità comuninicative. Ci sono due grandi categorie potremo dire di relazioni tra le persone: quelle dirette e quelle che oggi potremo dire immediate da tecnologia, e un tempo si vivevamo prevalentemente quelle dirette. Poi piano piano con l’avvento delle tecnologie, della televisione, della radio, nel secolo scorso e in ultimo aspetto quello dei social media, senz’altro questo ha creato delle molte opzioni in più che noi abbiamo a disposizione, però anche la difficoltà di distinguere un po’ i contesti, perché hanno senz’altro delle similitudini per certi versi, però diciamo che siamo un po’ pervasi da queste nuove tecnologie, quindi si rischia di assumere tendenzialmente comportamenti tipici dell’utilizzo tecnologico anche nelle relazioni dirette, e questo non è magari così positivo.

In effetti no, perché poi insomma bisogna un attimo imparare anche a scindere tra i vari tipi di relazione, quelle dirette sono decisamente tutta un’altra cosa rispetto a quelle che ci sono sui social.

-Si, le relazioni dirette hanno mote caratteristiche che sono tipiche proprio nella relazione, direi che nei social si sono creati dei contesti che hanno preso spunto da alcuni comportamenti di base che le persone hanno nella loro vita diretta. Cioè, io e te magari Andrea ci ritroviamo in un posto, siamo andati a fare magari una domenica una passeggiata magari con la famiglia, ci troviamo in un bel posto e cosa diciamo quindi: “Guarda che bel posto, ti piace?” Si, mi piace. Ecco quindi che ogni volta che noi in facebook ogni volta schiacciamo mi piace, andiamo semplicemente ad attribuire un comportamento che è tipico anche dei rapporti interpersonali e andiamo a dare una forma di valorizzazione a quel post, quel commento o anche a quella persona, però poi non è detto che perché una persona ha tantissimi mi piace, effettivamente poi abbia sviluppato una sua interazione con le persone con le quali si è messo in relazione attraverso lo strumento. Sarebbe buona cosa, come molti studiosi di un certo livello e di una certa competenza esprimono, utilizzare i social più verosimilmente come viviamo le relazioni nella nostra quotidianità. Quindi è inutile avere magari tanti amici, non si sa neanche chi sono, non gli abbiamo neanche mai stretto la mano… ok… però per dire, ci sono tutte queste caratterizzazioni che iniziano a mettere un po’ anche in discussione le modalità relazionali delle persone.

E’ vero, a volte poi si esagera nel loro utilizzo, come sempre bisogna usare come diciamo spesso anche moderazione, perché poi non si riesce più a capire la realtà da quello poi può essere anche finzione, perché spesso dietro ai social troviamo persone che magari non sono quello che sembrano.

-Si, diciamo che nel rapporto interpersonale quando si incontra qualcuno di sconosciuto ci sono tutta una serie di strategie che ci mettono in funzione di poter verificare la realtà di cio che abbiamo di fronte, del rapporto che abbiamo con l’altra persona, di proseguire, di sottrarsi o meno a questo. Attraverso lo strumento tecnologico c’è una mediazione che interviene e questa mediazione può anche favorire per certi versi una falsificazione della realtà del nostro interlocutore, e infatti io pensando a come avremo potuto affrontare questo tema, mi sono fatto anch’io delle domande e ne giro qualcuna ai nostri ascoltatori, perché è utile riflettere: quindi per esempio potremo chiederci quale tipo di soddisfazione ai nostri bisogni troviamo nei rapporti diretti che abbiamo con le persone? E quale tipo di soddisfazione invece troviamo in quelli mediati. Quindi già questo ci permette di riflettere sul fatto che a contesti diversi vanno, dovrebbero andare a rispondere le nostre esigenze diverse. Quanto rischiamo di perdere il bisogno di relazionarci a tu per tu con gli altri delegando continuamente all’aspetto tecnologico la maggior parte delle nostre ammirazioni? Questi strumenti, come dicevamo poco fa, ci aiutano o ci danno qualche difficoltà nel migliorare le nostre relazioni interpersonali? In realtà sono io che gestisco le mie relazioni interpersonali con gli altri, o sono gestito dagli altri o dagli strumenti che avrei a disposizione? Una riflessione un po’ ampia ma la gestione delle relazioni umane parte proprio da questa idea, la capacità di avere consapevolezza di sapere la nostra dinamica comunicativa, relazionale con il mondo, con gli altri.

Nel frattempo Damiano è arrivata un’altra domanda da parte di Sonia proprio sul comportamento relazionale e chiede: come gestire una relazione in cui uno si impone sull’altra persona?

-Questa è una domanda interessante e diciamo che sarebbe una buona norma quella di non imporsi nei rapporti interpersonali. Nel caso in cui abbiamo la sensazione o anche effettivamente una condizione in cui un’altra persona tende ad imporre le proprie idee, le proprie convinzioni su di noi, diciamo che noi dovremo avere un attenzione a cercare di rendere evidente, di rendere esplicita questa nostra difficoltà, disagio, all’altra persona, e qual’ora questa situazione relazionale rimanga nei canoni per così dire dell’accettabilità probabilmente può essere utile trovare qualche punto di incontro e cercare di far capire che questa relazione provoca su di noi e su questa persona una forma di disagio, quindi richiedere una modalità diversa. Nel momento in cui questa situazione superi i canoni dell’accettabilità, in quel caso è necessario magari prendere un appuntamento con un esperto, con una persona, per cercare di affrontare questa situazione relazionale che crea delle difficoltà.

Quindi in questo caso farsi aiutare anche diciamo che può servire.

-Si, può servire farsi aiutare, perché noi dovremo cercare di non sviluppare questo tipo di relazioni, di prevaricazione, ma è anche vero che a volte le subiamo noi altri. Visto che come detto la relazione si fonda anche su un attaccamento, su una qualche forma di profondità relazionale, dipende dall’importanza della persona con cui abbiamo la relazione e di che cosa dobbiamo considerare, che cosa c’è in ballo.

Damiano, c’è anche qualche esercitazione che ci può aiutare a scoprire poi l’importanza delle relazioni con le altre persone che frequentiamo?

-SI, possiamo fare moltissime riflessioni interessanti e cercare di esercitarci alla valutazione di questa importante criterio, delle nostre capacità comunicative. Come al solito diciamo che possiamo prevedere un piccolo schemino che ci aiuta in questo senso proprio perché ci può impegnare una decina di minuti. Magari potremo prendere il solito nostro foglio e in questo caso lo potremo dividere in quattro colonne in verticale. Nella prima a sinistra potremo fare un breve elenco delle persone con le quali io mi sento in relazione in questo momento della mia vita. Poi nella colonna di fianco, ad ogni situazione relazionale che abbiamo indicato, potremo andare a darci una scala, mettendo una valutazione su una scala da uno a dieci, di quanto è importante ognuna di queste relazioni che abbiamo con le altre persone. Il secondo step quindi è quello di fare un auto valutazione dell’importanza che riveste quella relazione che noi abbiamo. Quindi ci troveremo una seconda colonna con tutta una serie di auto valutazioni. Nella terza colonna invece potrei riflettere facendo sempre una scala da uno a dieci, su quanto crediamo sia importante per queste persone essere in relazione con noi. Quindi facciamo anche una valutazione ipotetica, probabilmente abbiamo motivi, situazioni, per saperlo dire, di quanto possa essere importante per loro essere in rapporto con noi. Alla fine nella quarta colonna, potremo farci una lista di priorità delle relazioni che sentiamo come più importanti e altre meno, quindi non so: abbiamo un elenco di venti persone con le quali ci sentiamo in relazione in qualche modo, abbiamo fatto di questo elenco un auto valutazione su quanto importanti sono per noi e quanto importanti siano, per queste persone, essere in relazione con noi, e alla fine ci facciamo per così dire una lista di priorità e potremo così scoprire a quali magari possiamo dedicare un po’ di tempo in più, una qualche attenzione in più, e quale magari delle venti tutto sommato, o perché la situazione relazionale è anche mediamente positiva, o perché poi scopriamo che c’è qualche situazione relazionale che può anche non attrarre tutte le nostre energie, tutte le nostre attenzioni… questa mi sembra una riflessione concreta che ci aiuta a qualificare le nostre relazioni e anche a farne una forma di auto valutazione.

BRANO: UN FILO DI SETA NEGLI ABISSI di Elisa

PODCAST: AFFRONTARE IL CAMBIAMENTO

In attesa della 9^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 26 Gennaio dal titolo “Gestire le relazioni interpresonali”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Si ritorna anche oggi con il nostro appuntamento settimanale con Formazione Amica, ben ritrovati da Andrea Collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, buon giorno a tutti i nostri ascoltatori, ben ritrovati a tutti.

Questa è l’ottava puntata di Formazione Amica e prosegue quello che è il nostro viaggio un po’ anche all’interno di noi stessi per motivarci ed affrontare al meglio le cose della vita. Anche il tema di oggi devo dire è di quelli importanti perché lo viviamo giorno dopo giorno praticamente Damiano.

-Si, lo hai già in parte introdotto ed è un po’ quello che viviamo tutti i giorni nella nostra quotidianità. Oggi volevamo proporre ai nostri ascoltatori un tema molto significativo e molto sentito da un po’ di tempo: affrontare il cambiamento.

Un bel tema anche perché effettivamente in questi ultimi anni possiamo dire “un po’ si vive alla giornata” e si affrontano i cambiamenti veramente giorno dopo giorno.

-Senz’altro si, i cambiamenti sono diventati una costante della nostra quotidianità, ma diciamo che è interessante fare qualche riflessione su questo tema, perché a volte nell’interpretare il cambiamento rischiamo anche di crearci qualche difficoltà in più perché magari vorremo evitarlo, ed evitarlo è praticamente impossibile. Quindi pensavamo di fare qualche riflessione su questo tema che è interessante.

Più che evitarlo bisogna proprio affrontarlo giorno dopo giorno e un po’ magari avere la forza di portare le cose a nostro favore possiamo dire…

-Si, questo è un concetto senz’altro che noi dimentichiamo a volte quando ci troviamo in un momento di difficoltà e lo associamo al concetto di difficoltà oppure alla parola crisi, perché ci cambiano le condizioni che noi pensavamo, si rompe quella staticità, quella tranquillità alla quale ci eravamo abituati, ed ecco allora che in questo senso può essere interessante ricordare che il cambiamento oltre ad essere una condizione della vita in natura, il cambiamento è naturale per definizione, perché significa tutto cio che noi dobbiamo vivere continuamente. Cambiare in natura. Non potrebbe essere così se non ci fosse il cambiamento, quindi è una cosa estremamente naturale e noi a volte non la interpretiamo in modo corretto. E allora ci può aiutare ricordare che appunto come dicevo poco fa, in antichità per i greci la parola cambiamento aveva chiaramente il significato di crisi, era definita così e nel significato di crisi c’era sia il concetto di pericolo, che il concetto di decisione, e quindi questo ci aiuta a ricordare che quando siamo di fronte ad un cambiamento sentiamo in un certo senso il pericolo, il timore, il disagio, la novità, l’ignoto che si avvicina a noi, non sappiamo a che cosa andremo incontro ed ecco che però questo ci stimola anche all’idea che dobbiamo prendere una qualche decisione. Quantomeno quella di affrontarlo questo cambiamento è già una decisione importante e significativa. Per versi diversi, nell’antichità ma ancora oggi con l’ideogramma cinese che viene utilizzato per rappresentare questa parola, questo termine, è rappresentato proprio come un doppio disegno che ci indica sia pericolo che opportunità. Quindi ecco che come dicevi tu, portare le cose a nostro favore significa cercare di interpretare il cambiamento, cercando anche di vedere, esplorare, quali opportunità questo cambiamento può portare nella nostra vita, non soltanto ai disagi e alle difficoltà.

Cosa chiaramente non semplice, ci vuole molta forza all’interno di noi stessi ovviamente per affrontarle e vedere il lato positivo tante volte.

-Si, ci vuole forza senz’altro, però Andrea bisogna dire che ci vuole anche un po’ di metodo, un po’ di criterio, cioè il cambiamento a volte è immediato, a volte siamo costretti dalle condizioni, quindi è repentino, però come dicevi tu in esordio di questo incontro, non è che il cambiamento per così dire ci porta per forza a subire delle condizioni e allora noi siccome le subiamo tutti i giorni, i cambiamenti avvengono intorno a noi anche alla nostra insaputa o senza che noi possiamo esserne molto partecipi e allora comincio a vivere alla giornata solo perché tanto non vale la pena pianificare o progettare… diciamo che sicuramente i tempi si sono ristretti in senso alla nostra possibilità di intervento, però se riusciamo ad entrare nell’associazione della logica che è naturale, che significa movimento, che significa anche energia e che è proprio l’esatto contrario di una staticità che poi porta ad una mancanza alla lunga di energia, ecco che allora ci può aiutare a mantenerci attivi anche mentalmente come riflessioni e come motivazioni rispetto all’idea di dire: bene, accetto questo cambiamento, cosa dovrò affrontare? Mi costerà delle difficoltà, ma potrebbe portarmi anche dei vantaggi, quali obbiettivi posso cercare di vedere, di definire all’interno di questo momento di cambiamento, in quarto tempo dovrò gestire, o per quanto tempo dovrò gestire questo cambiamento, perché anche l’idea di affrontare un cambiamento e di risolverlo in quattro e quattr’otto è abbastanza complesso… se è una cosa molto importante difficilmente di solito si risolve in un quattro e quattr’otto, c’è bisogno di una peculiarità e quindi anche di una forma di progettualità per affrontare il cambiamento.

Quindi un po’ pianificare la nostra vita e non rinunciare mai a sognare possiamo dire.

-Non rinunciare mai a sognare come abbiamo detto anche qualche incontro fa, quando parlavamo della consapevolezza, quando parlavamo degli obbiettivi delle nostre motivazioni… direi che probabilmente questo grande cambiamento globale che stiamo vivendo, in questa che viene chiamata società liquida, che è iniziata diciamo tra la fine degli anni 90 e il passaggio al nuovo millennio, è un cambiamento molto importante, molto grande, collettivo, che implica tanti aspetti, tanti fattori, quindi è difficile anche dire: tra un annetto o due le cose sono sistemate e poi si riprende… sarà più uguale a se stesso, è un cambiamento epocale, la storia ci insegna che i cambiamenti epocali sono soprattutto a livello sociale, culturale, anche economico, finanziario, di lavoro, di vita, hanno coinvolto il genere umano per alcuni decenni e penso anche per un paio di secoli in qualche occasione, quindi diciamo che siamo sicuramente sollecitati in modo molto forte, però è utile avere anche la dimensione della possibilità di intervenire in tutto questo, ecco.

Ci vogliono anche gli approcci giusti quando arrivano i cambiamenti quindi.

-Si, ci vogliono degli approcci corretti. Diciamo che ci sono degli approcci di fondo: c’è quello difensivo, che è il primo che scatta direi, proprio un meccanismo di difesa che tutti noi abbiamo di fronte al cambiamento, ci teniamo a difendere le nostre abitudini, tendiamo a pensare al passato, ci lamentiamo, non vorremo questo cambiamento, perché magari avviene in momenti in cui siamo impegnati su qualcos’altro, è naturale, però rimanere fermi nella prima modalità di affrontare il cambiamento, quindi difensiva ci porta alla lunga a rimanere statici, a rimanere anche lenti e a consumare piano piano tutte le nostre energie fisiche, mentali, emotive, ma anche economiche, anche semplicemente solo per esistere. Però alla lunga poi non generiamo altri sviluppi. Poi c’è il secondo approccio, molto importante, che è quello di esplorare. Se è difensivo può essere un automatismo, la modalità di esplorarlo che a qualcuno magari viene anche in modo abbastanza istintivo perché ha una forma di preparazione o di predisposizione in merito al cambiamento, è già abituato a gestirne tanti e quindi è allenato, però se anche viene dopo viene dopo la prima modalità difensiva, la modalità esplorativa è proprio quella che ci porta ad esplorare le opportunità, a cercare di capire quali aspetti della nostra vita coinvolge questo cambiamento, ci aiuta a pensare a quali opportunità ci potrebbero essere, a quali abitudini di vita spesso noi dobbiamo andare incontro, che tipo di cambiamento c’è delle nostre abitudini. Nella mia esperienza nell’ambito della formazione, della consulenza, ho potuto notare che la persona risponde al cambiamento spesso si intimorisce pensando che deve buttare via tutto e ricominciare di nuovo, ma in realtà poi, ci sono tantissimi piccoli cambiamenti che intervengono anche nel breve periodo, direi settimanalmente, mensilmente che concorrono tutti a farci fare qualche continua variazione alle nostre abitudini. E’ chiaro che se noi rimaniamo molto trincerati, statici, fermi, rispetto ad un cambiamento che viviamo intorno a noi, poi quando ci troviamo a dover cambiare allora si, in quel caso rischiamo di dover mettere tutto sottosopra.

Diventa uno shock

-Allora diventa uno shock, infatti si parla anche di shock del cambiamento, quando ci sono delle cose che effettivamente ristagnano ad un punto tale come stiamo vedendo anche a livello generale, in alcuni casi c’è lo shock perché qualche decisione drastica    deve essere presa per cambiare radicalmente l’approccio. Però quando noi ci troviamo nella nostra quotidianità, come persone a questo limite, allora li siamo di fronte ad un momento di grandissimo cambiamento, drastico anche a volte, che deve essere affrontato anche con calma, con riflessioni opportune…

Quindi bisogna studiare e pianificare, sono le due cose principali possiamo dire per affrontare il cambiamento.

-Senz’altro: conoscerlo, andarlo ad esplorare, cercare di riflettere su quali aspetti coinvolge della nostra vita e poi affrontarlo: subito è una specie di nemico, poi dovremo cercare di farcelo amico, perché come dicevi tu giustamente porti le cose un po’ a nostro favore, riuscendo magari in alcuni aspetti, in altri magari ci è più difficile. Ma queste difficoltà Andrea ci capitano perché ci sono anche delle barriere dobbiamo dire al cambiamento, delle caratteristiche, delle situazioni che noi viviamo e che ci ostacolano chiaramente nel nostro cambiamento.

Ogni tanto abbiamo dei blocchi emotivi che non ci fanno andare avanti…

-Si, ci sono per esempio delle barriere personali, appunto nelle quali possiamo vedere ad esempio la difficoltà emozionale di affrontare la situazione, e quindi ci sono per esempio tra le barriere personali le esperienze negative vissute in altre situazioni simili… quando noi andiamo ad affrontare un cambiamento senz’altro ci vengono in mente altre situazioni di cambiamento magari similari, dove le cose non sono andate bene e quindi anche nella prossima occasione ci viene il timore che le cose non funzionino bene. Abbiamo paura nei confronti del nuovo, del diverso, abbiamo anche una forma di ansietà per i possibili risultati che potremo rischiare di avere oppure non avere. Abbiamo un po’ la difficoltà di apprendimento, di cambiamento dell’organizzazione dei concetti, qualche abitudine negativa che abbiamo per esempio è un’altra barriera personale al cambiamento, perché ci affezioniamo al nostro modo di fare e tutti quanti noi tenderemo a riprodurre il più possibile cio che conosciamo meglio. Poi abbiamo difficoltà di comunicazione con gli altri, abbiamo difficoltà a mantenere un impegno iniziale e protrarlo per un lungo periodo, una difficoltà di gestione emozionale, come accennavi tu… ecco questi per esempio sono aspetti soggettivi, personali, che incidono molto sulla capacità poi di affrontare il cambiamento.

Ma ci sono dei sistemi anche per accorgersi che magari dovremo riuscire a cambiare un po’ per affrontare il cambiamento?

-Diciamo che per accorgersi che c’è un esigenza di cambiamento, solitamente c’è la difficoltà che noi sappiamo che le cose non procedono come noi vorremmo. Quindi nel momento in cui le nostre situazioni non procedono come noi vorremmo, quando siamo in difficoltà significa che sentiamo, anche se non ne siamo perfettamente consapevoli, e qui ci ricolleghiamo con la puntata di lunedì scorso parlando di consapevolezza, argomento fondamentale per affrontare il cambiamento, ecco anche se non ne siamo così consapevoli, ecco che questa cosa ci dice che dobbiamo affrontare un cambiamento. Quale sia questo cambiamento? Andando all’esplorazione, facendo delle riflessioni, valutazioni, fare delle ipotesi, sviluppare anche un po’ di creatività, ci permette di iniziare ad entrare in questa logica del cambiamento. Quindi quando le cose non vanno è un primo segnale che un qualche cambiamento è necessario farlo, o che c’è stato un grande cambiamento intorno a noi, significativo, e noi magari non ce ne siamo accorti, non lo abbiamo gestito, non ne siamo stati parte ed ecco allora che è successo che le cose sono già cambiate, come spesso accade a livello sociale più in generale, e alla fine possiamo solo dire: ok, e adesso io devo per forza adattarmi… Risposta: si, nel modo migliore possibile, con il minor danno personale possibile, perché sui cambiamenti che riguardano la nostra quotidianità possiamo intervenire noi, sui cambiamenti che riguardano più in generale gli aspetti sociali, sono cose che spesso escono dalla nostra possibilità di intervento diretto.

Chiaramente non si può avere il controllo su tutto ovviamente, però bisogna cercare di limitare i danni quando arrivano…

-Si, esatto, quindi limitare il danno significa anche capire quale parte di cambiamento fa a caso mio, sul quale io posso cercare di assecondarlo, di affrancarmi, di mettermi in un atteggiamento costruttivo e cercare di tirarne fuori qualche opportunità, e su alcune cose che necessariamente devo modificare perché se voglio continuare a vivere in quella condizione, devo vedere le cose in altro modo.

Damiano, ma ci sono degli esercizi per affrontare il cambiamento?

-Allora, di esercizi diciamo che tutti i giorni siamo in esercizio per affrontarlo direi e questo è un grande vantaggio a patto che noi riusciamo a vederlo un po’ con queste logiche di cui stiamo discutendo insieme, vederlo sempre come un opportunità. Avevo pensato ad un piccolo esercizio che potremo fare che ci porta a questo, però direi che prima di esercitarci come facciamo anche nei nostri corsi di formazione quando parliamo di una condizione incerta e quindi di cambiamento, perché anche un opportunità formativa ci aiuta ad affrontare poi una cosa diversa dall’abituale, quindi ci allena in questo senso, servono delle motivazioni per affrontare il cambiamento. E quindi è sempre importante mettere prima le motivazioni che ci spingono al cambiamento e alcune possono essere per esempio una sana ambizione personale, desiderare di migliorare, percepire la necessità di risolvere qualcosa, oppure modificare qualche abitudine che non ci porta frutti, che potremo definire come negativa, difficile, quindi allenarci ad avere la volontà la consapevolezza di allenarsi alla gestione del cambiamento, quanto meno man mano che lo incontriamo. Ecco che allora potrebbe esserci utile un esercizio come facciamo di solito Andrea, ci prendiamo una decina di minuti, prendiamo il nostro tipico foglio bianco sul quale appuntare delle riflessioni organizzate, dividiamo il foglio in metà verticale e metà orizzontale, creandoci quattro spazi. Poi in ognuno di questi quattro spazi, andiamo a fare un elenco di quali sono, quali pensiamo siano, pensiamo ad un associazione di cambiamento che stiamo magari affrontando, che stiamo vivendo, che ci è stata posta o che qualcuno ci ha richiesto, a volte capita no? Nel lavoro ci viene richiesto per esempio di cambiare mansione o di affrontare in modo diverso la prassi operativa del lavoro. Ci cambiano le procedure, ecc, ecco che magari in questi riquadri possiamo farci un elenco di quali pensiamo, quindi riflettendo su noi stessi e le nostre capacità, quali sono le resistenze che troviamo al cambiamento, sia di tipo personale, e dall’altra parte quali tipi di resistenze possiamo trovare di tipo organizzativo. Possiamo fare quindi questo tipo di riflessione, cercando di avere quindi nei primi due riquadri in alto le barriere che noi potremo avere personali od organizzative, quindi le difficoltà: cosa ci ostacola nell’ambito personale e professionale. Sotto potremo conseguentemente cercare di riflettere su come potrei superare queste barriere, quindi farmi delle idee su come potrei comportarmi, su come potrei comunicare, su come potrei motivarmi in modo diverso, su come potrei anche farmi aiutare ad affrontare questo cambiamento, su alcuni aspetti che riguardano la mia vita personale e su altri che riguardano le mie difficoltà, le mie barriere riguardo al lavoro. Quindi in questo foglio riuscirei ad ottenere un breve ma focalizzato elenco di difficoltà che ci troviamo ad affrontare questo cambiamento personale, difficoltà che possono incidere anche sotto l’aspetto professionale e sotto alcune idee nei due riquadri corrispondenti, quindi alcune idee su come poter affrontare e superare queste barriere. Magari ci si può aiutare anche con le riflessioni di questa puntata nella quale stiamo parlando del cambiamento, oppure andare a prendersi qualche imput per quanto riguarda gli obbiettivi o le motivazioni, da qualche altra puntata precedente sul blog Formazione Amica o sul blog di Container Radio e quindi ci si può lavorare. Se ci ragioniamo con calma una mezz’oretta può essere investita in modo costruttivo per fare delle riflessioni su questo tema. Tra l’altro questa mattina è arrivata una domanda sul mio profilo facebook di un ascoltatrice, alla quale vorrei rispondere. Questa è Monica di Verona, che mi scrive: ritengo di essere una persona che affronta il cambiamento sempre e comunque, ma sono in un momento nel quale i cambiamenti sono diventati tantissimi e su diversi fronti. Famiglia, lavoro, ecc… come posso fare per affrontarli tutti? Monica è motivatissima, mi sembra una tipica situazione in cui, siamo a gennaio, si smuovono e bisogna prendere in mano un sacco di cose e tutto sembra importante. Ecco, direi per rispondere a Monica, olte al fatto di dirle brava che è già ben sintonizzata su questa tematica, credo che non è detto Monica che tu li debba affrontare tutti. Perché anzi forse ti consiglierei di fare una lista di questi cambiamenti, oppure anche un paio, suddividendoli come stavamo dicendo poco fa in cambiamenti personali e professionali. E poi cercare di riconoscere a questi cambiamenti una priorità, dal più importante al meno importante, al meno urgente… perché tanto tutti i cambiamenti influiscono in un modo sistemico su tutto, e quindi direi che magari si può scoprire facendo una lista di priorità che qualcosa è necessario impegni le nostre energie in modo prioritario in questo primo momento e qualcos’altro più in la nel tempo. E’ un suggerimento che mi viene da dare a Monica, ma che credo sia utile anche per tutti i nostri ascoltatori, è che se sei in un momento in cui hai tanti cambiamenti da affrontare, e richiamo di non predere in mano le cose bene, ecco, nel caso in cui ci si senta molto energetici, vitalizzanti e capaci di affrontare le cose, partire magari da quelli più importanti e lasciare un po li, prendere in mano dopo quegli aspetti che ci sembrano non così urgenti. Nel caso in cui invece ci sentiamo un po’ scarichi e in difficoltà o con poche motivazioni invece consiglierei di partire dai piccoli cambiamenti, proprio per non andare incontro, come dicevi giustamente tu Andrea, ad uno shock da cambiamento, quindi ad allenarci un attimo al cambiamento con qualche aspetto un po’ più semplice e cercare di prendere un po’ di tempo per riflettere su quelli che magari sono un po’ più impegnativi.

Prendere la forza un po’ alla volta in pratica…

-Si, perché se noi dobbiamo affrontare un grande cambiamento o tantissimi cambiamenti e non abbiamo le energie, sicuramente è meglio prima ricaricare le energie, ricaricare le pile, partire con le cosettine un po’ più semplici e poi andare ad affrontare qualcosa di più significativo, ricordando sempre che possiamo chiedere aiuto, questa è una cosa sulla quale è bene che insistiamo un po’ con i nostri ascoltatori, perché quando c’è un cambiamento a volte ci si sente un po’ soli, sarà capitato anche a te, è capitato anche a me, ci si sente un po’ così da soli,ad affrontare le cose e allora ecco che con la tranquillità, l’umiltà, bisogna chiedere aiuto, supporto, cercare se vicino a noi abbiamo qualche persona che può essere in sintonia e che ci aiuti semplicemente a riflettere, a fare dei ragionamenti costruttivi sul cambiamento, questo è senz’altro un passaggio importante. Può essere un professionista, può essere una persona cara, ma senz’altro quando le cose si complicano è bene avere la calma e la lucidità di richiedere un aiuto a delle persone esperte.

Assolutamente si, anche perché poi tante volte basta poco, un piccolo supporto e si riparte e si ritrova la forza

-Senz’altro, poi si ritrovano le energie, il cambiamento è una bella sfida, poi ci si entusiasma, ci coinvolge. Mi piacerebbe dare un indicazione, ci sono un paio di libri interessanti sul cambiamento. Uno è famosissimo: Il nostro Iceberg si sta sciogliendo, di John Kotter, un libro di un famosissimo professore dell’università di Harvard e del Massachusset Institute of Technology che con la metafora di un pinguino che sta cercando di sopravvivere su un ghiacciaio che si sta sciogliendo, deve cercare di andare alla scoperta di un altro posto, un altro iceberg nel quale trasferirsi con la sua colonia e nel vivere questo viaggio spiega tutta una serie di passaggi molto molto importanti per affrontare il cambiamento. Un altro suo libro molto interessante è “Al cuore del cambiamento”, un altro gran bel libro, forse meno intuitivo ma molto interessante per aspetti professionali, oppure anche qualche libro del professor Baumann che è uno studioso, un teorico della società liquida e che veramente ci da molti molti spunti legati alla quotidianità per affrontare il cambiamento, per starci dentro, stare dentro a questa società liquida in continuo cambiamento. Sono delle letture interessanti.

BRANO FABI, GAZZÈ, SILVESTRI – LIFE IS SWEET

PODCAST: INTELLIGENZA EMOTIVA

 

Care amiche e cari amici, ben ritrovati qui su container radio con una nuova puntata di Formazione Amica! Ben ritrovato a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, bentrovati a tutti i nostri ascoltatori.

E siamo già alla sesta puntata in questo lunedì 22 dicembre ormai vicinissimi al Natale.

-Siamo già in prossimità del Natale, si Andrea, siamo proprio vicini vicini.

So che anche oggi c’è un argomento che sicuramente interessa tutti noi, specialmente anche in questi giorni, ma tra poco ne parleremo. Di cosa si parla oggi Damiano?

-Oggi Andrea abbiamo pensato di parlare di Intelligenza Emotiva, un aspetto affascinante e vastissimo, che però riveste un importanza strategica significativa nella quotidianità di tutti noi.

Ma spieghiamo meglio che cos’è L’intelligenza emotiva?

-Beh, l’intelligenza emotiva è una competenza, una capacità, di riconoscere, utilizzare, comprendere e in un certo senso saper gestire in modo più consapevole le proprie emozioni. Ovviamente anche interagendo con i comportamenti e con le emozioni che ci esprimono gli altri.

Certo, perché ovviamente è tutto legato poi nella vita di tutti i giorni. Quindi diciamo che ad ogni emozione corrisponde un comportamento e l’intelligenza emotiva aiuta a riconoscere queste cose…

-Si, ci aiuta a saper riconoscere questo tipo di emozione che noi stiamo vivendo in una determinata situazione o in un determinato momento e questo poi inevitabilmente ci produce una maggior consapevolezza del significato che ha quell’emozione che stiamo vivendo e quindi di conseguenza ci attiva a livello comportamentale in un determinato modo piuttosto che in un altro, ecco… e con questo si comprende come sia importante a tutti i livelli nelle relazioni interpersonali, famigliari, nella vita di coppia, nell’educazione dei figli, nell’ambito sociale, non ultimo sul lavoro, dove questo concetto sta ormai superando le barriere dell’organizzazione aziendale… fino a qualche anno fa erano molto alte rispetto a questi concetti.

Ma si può controllare l’intelligenza emotiva?

-L’intelligenza emotiva è proprio quella capacità di riconoscimento e di gestione, potremo anche definirla controllo, nel senso che noi le emozioni inevitabilmente le proviamo sempre, in continuità, ne siamo più o meno consapevoli, perché sono a vari livelli di profondità quindi a volte sono un misto di sensazioni e quindi ecco che la capacità di riconoscerle, di gestirle, di dominarle in un certo senso, ci porta proprio a questo termine, a definirlo con Intelligenza, che è un concetto Andrea che fino ad una quindicina di anni fa era prettamente utilizzato in ambito psicologico, ma non solo, come ambito cognitivo e razionale, legato un po’ all’apprendimento. E poi si è verificato ed ulteriormente confermato quello che molti studi avevano già evidenziato, come in realtà l’Intelligenza emotiva debba tenere a paripasso l’aspetto emozionale e l’aspetto cognitivo razionale. Nel momento in cui io provo un emozione vado a darle un significato e quel significato smuove in me tutta serie di pensieri. Quindi ecco: diciamo che l’intelligenza emotiva ci aiuta a regolare i nostri comportamenti e la nostra condizione emotiva, emozionale, cercando di potremo dire ridurre l’emotività, che potremo definire come un eccesso di un emozione non così ben controllata, ecco. Che non significa reprimere le proprie emozioni.

Controllarle è la cosa giusta, poi specialmente mi vengono in mente alcuni ambiti lavorativi, dove se non si controllano le emozioni, in certi lavori possono succedere delle catastrofi.

-Si, perché questo poi influisce anche a livello di relazione, di rapporti interpersonali, ed è proprio per questo aspetto che le emozioni sono state tra le più efficaci strategie di sopravvivenza di cui ci siamo dotati nell’evoluzione. Darvin e altri ci hanno spiegato alcune cose di questo aspetto e senz’altro il nostro cervello, il nostro sistema nervoso le percepisce, ce le rimanda. A volte non sappiamo come mai ci scatta un emozione piuttosto che un’altra, o del perché stiamo discutendo anche animosamente con una persona, ma il conto è il concetto che si sta esprimento, un altro è il valore che attribuiamo alla persona e quindi l’emozione che noi stiamo vivendo in questo senso. Può essere regolata, mediata, l’importante è non lasciarsi trascinare troppo, ecco, in questa condizione, che magari può essere a volte più positiva e a volte meno, si riesce ad acquisire queste strategie, queste capacità di riconoscerla soprattutto un emozione.

Riconoscerla e poi è importante dare un nome alle varie emozioni anche…

-Senz’altro, perché c’è una semplice ma significativa classificazione di uno studio, che ha studiato come in tutta l’umanità, indipendentemente dalle culture di appartenza o dei luoghi nei quali vivono, riescono a riconoscere almeno sei emozioni primarie. Quindi tutta l’umanità riesce a percepire e riconoscersi almeno in queste sei emozioni che sono: la felicità, la sorpresa, il disgusto, la rabbia, la paura e la tristezza.

Queste sono quelle che diciamo di default riconosciamo tutti in pratica.

-Diciamo che di default in qualsiasi parte del mondo questo tipo di immagine anche visiva, questi cenni del viso che facciamo quando esprimiamo un emozione, la gestualità che è accompagnata… perché poi per riconoscere un emozione c’è bisogno anche di una capacità di lettura, e in questo caso noi lo riusciamo a fare nel confronto degli altri in modo migliore, mentre verso noi stessi abbiamo un’altra percezione, ed ecco che sapere che… tutti i popoli si rendono conto facilmente se una persona è felice o se una è arrabbiata, se ha troppa paura, se è triste, se ha un certo disgusto per qualcosa o se ha una sensazione di sorpresa.

Diciamo che con le emozioni si può anche comunicare in uncerto senso…

-Certamente, anzi le emozioni danno una maggior valorizzazione alla comunicazione interpersonale proprio per il fatto che comunicare attraverso le emozioni diventa più significativo, diventa più incisivo, diventa anche più completo potremo dire, perché in un certo senso la comunicazione interpersonale è fatta si di frasi, di parole, di gesti e di comportamenti, ma questi ognuno di noi li esprime in base alla condizione emozionale che ha in quel momento, dalle emozioni che prova… mi capita spesso di parlare in pubblico in qualche corso, in qualche meeting, in qualche riunione e li effettivamente me lo chiedo sempre che stato d’animo ho, perché poi inevitabilmente quando sei di fronte agli altri devi renderti conto se hai lo stato d’animo adatto per poter trasmettere quello che vorresti trasmettere. A volte sono ok, a volte devo fare un bel cambio di fisiologia per magari cercare di dare il meglio anche se magari la condizione non è così adatta a quello che devi esprimere… ecco, è anche questo in un certo senso l’intelligenza emotiva.

Riuscire anche ad esprimersi al meglio anche quando non è proprio nelle condizioni di poter farlo, quindi in un certo senso possiamo dire che si può controllare anche l’intelligenza emotiva.

-Si, si può controllare, si può imparare a gestirla nel modo efficace… tra l’altro in questo senso mi occupo di formazione proprio per aiutare le persone… una delle cose più importanti che cerchiamo di proporre con i vari servizi di formazione e coaching è proprio quello di aiutare le persone a migliorare, allenare l’intelligenza emotiva e su questo proprio quando Coleman scrisse quel famoso libro che ha aperto un po’ questo squarcio sul l’intelligenza emotiva… lo statunitense Coleman, questo psicologo scrisse questo libro, erano i primi anni 90… 95 e proprio in quel periodo noi ideammo un esperienza formativa full immersion per aiutare le persone proprio sull’intelligenza emotiva. Ovviamente poi anche su molti altri aspetti, ma diciamo che sull’intelligenza emotiva avevamo colto già in quel periodo che ci sarebbe stato quel cambio… oggi lo chiameremo cambio di paradigma, cambio proprio di condizione generale rispetto anche a molti aspetti legati all’apprendimento e alla vita delle persone, e quindi oggi posso dire che è stata una lungimirante intuizione, visto che con questa esperienza siamo ormai oltre le 205 edizioni ed è un po’ il nostro fiore all’occhiello. E devo dire che le persone hanno molto interesse per questi aspetti.

Ma ci sono anche degli esercizi Damiano? Perché tu sai che ogni settimana i nostri ascoltatori vogliono andare anche sul pratico, quindi aspettano con ansia anche il momento di un esercitazione pratica…

-Oggi direi che parlando di intelligenza emotiva, di emozione, ci pensavo un po’ e potremo utilizzare il contesto della situazione che vivremo nei prossimi giorni un po’ tutti in prossimità del Natale, questa festività, anche quest’anno diciamo un po’ prolungate per come le dovremo vivere, perché capitano un po’ alla metà della settimana e inevitabilmente ce le vivremo un po’ più del solito… ed ecco che di solito questi momenti di festa, del ritrovarci con gli amici, con i parenti, è un momento dove sicuramente siamo particolarmente coinvolti e in condizioni emotive significative, ecco, e allora forse darei un consiglio, più che un esercizio per allenarsi. Andiamo verso Natale, quindi esercizi ne abbiamo già fatti molti durante l’anno, direi che senz’altro un consiglio che mi sento di dare ai nostri amici ascoltatori è quello che nei prossimi giorni magari, partecipando a qualche recita dei figli, o a qualche evento religioso, spirituale, o a pranzi, incontri con famigliari, parenti, per le feste di fine anno, capodanno, o ricevendo dei doni, o facendo noi dei regali, come capiterà senz’altro di fare… ecco in quei momenti cercare di ricordare questo concetto: l’intelligenza emotiva e cercare di riconoscere, di dare un nome a quello stato d’animo che stiamo vivendo in quel momento e quindi imparare un po’ a distinguere per esempio se ci sta suscitando un emozione di interesse, di serenità, se ci sta suscitando un emozione magari di allerta o di aspettativa… penso a quando si apre un regalo e si prova quella sensazione di aspettativa… è un emozione che noi abbiamo, ecco che fare esercizio di riconoscimento di questi aspetti non è così banale come può sembrare ad una prima abitudine che abbiamo nella nostra quotidianità. E dare un nome alle emozioni è un aspetto Andrea molto importante, perché proprio ci sono delle sfumature che a saperle cogliere ci indirizzano ad un significato proprio di quello che stiamo vivendo.

Ed è importante quindi imparare a riconoscere e dare un nome alle emozioni, e parlando di emozioni so che c’è una canzone che è stata scelta per la nostra puntata di oggi…

 

BRANO EROS RAMAZZOTTI – EMOZIONE DOPO EMOZIONE

Tra i dolci, giovani campioni crescono…

Si è conclusa la 1^ edizione de “Il Più Grande Pasticcere” su Rai2, la finale ha registrato 1.987.000 spettatori (8.49%) e ha visto la vittoria del venticinquenne Antonio Daloisio, che ha battuto in un finale all’ultimo dessert i pur bravi Gianluca Forino e Roberto Cantolacqua. Antonio ha vinto meritatamente, ha ricevuto la grande maggioranza dei consensi anche dalla rete e sui social, ora potrà vedere pubblicato il suo libro di ricette con la sua torta rappresentativa che sarà il suo futuro cavallo di battaglia, “Africa”. Inatteso il finale che ha coinvolto la sempre splendida Caterina Balivo, tutti gli altri partecipanti e ha emozionato anche i giudici. Antonio ha dedicato la sua vittoria alla sua famiglia, ma soprattutto il suo dolce ad un carissimo amico scomparso prematuramente.

Possiamo dire quindi che i maestri giudici Rinaldini, Di Carlo, Biasetto, Massari e altri che li hanno affiancati hanno tenuto a battesimo altri giovani talenti che avranno un bel futuro professionale ad attenderli.

Antonio è il più grande pasticcere

Anche noi di GRUEMP e le centinaia di amici, ci siamo sentiti in qualche modo partecipi di questa avventura tra i dolci perché, conosciamo molto bene e da molti anni il settore e moltissimi dei migliori pasticceri italiani hanno frequentato il nostro corso formativo “Top” sull’intelligenza emotiva e altre competenze trasversali oltre a servirsi dei nostri servizi di consulenza e coaching. In finale abbiamo rivisto con piacere l’amico e maestro Davide Comaschi, campione del mondo in carica nella lavorazione del cioccolato. Siamo ovviamente contenti di aver avuto un alfiere di prestigio tra i giudici come l’amico maestro e campione del mondo Luigi Biasetto. Luigi è stato affiancato dal determinato e preparato maestro Rinaldini e dal bravissimo formatore e consulente Leonardo di Carlo, quest’ultimo un altro professionista che ha saputo investire, da giovanissimo, sulla sua crescita personale con GRUEMP. Fa piacere vedere che a distanza di anni molti professionisti di un settore importante come quello della pasticceria, stiano portando avanti non soltanto un’eccellenza tecnico professionale, ma una vera e propria nuova cultura della qualità personale e professionale, una nuova visione manageriale che necessita di una formazione a 360° per poter raggiungere l’eccellenza.

Anche durante la finale abbiamo sentito dal maestro Biasetto frasi come: “siete in tre a metterci la faccia, le mani il cuore” … oppure “l’arte pasticcera è scienza da una parte ed equilibrio dall’altra, una libera espressione di chi siamo”“ora in finale tocca anche all’uomo che c’è dietro il pasticcere, dovremmo valutare anche questo” e ancora “quando si impiatta un dessert si raggiunge il massimo della concentrazione, è il bello dell’artigianalità”“Dobbiamo saper ricordare da dove arriviamo, le origini, questo ci aiuta a capire meglio dove vogliamo andare”. Tutte Frasi da Coach da allenatori di campioni, del resto Luigi Biasetto è stato per molti anni il coach della Nazionale Italiana ai campionati del mondo e ha aiutato e aiuta ogni giorno decine di professionisti a crescere come pasticceri, cercando di far comprendere loro che con il “professionista” deve cresce anche l’uomo, la persona e tutto il suo sistema di vita e lavoro. L’amico Luigi Biasetto ricorda senz’altro bene tutto il suo percorso di crescita personale e professionale, ricorda i grandi successi ma anche le grandi difficoltà e c’è da credergli quando recentemente ci ha detto: “Ho avuto modo di ripercorrere, anch’io, nelle cinque settimane di trasmissione, parti della mia carriera mettendomi spesso nei panni dei concorrenti e ho potuto sentire spesso il loro stress, il loro impegno, la loro lotta continua nel gestire il pasticcere e l’uomo”. Noi di GRUEMP pensiamo che “I risultati che ottengono i nostri clienti, sono la nostra passione”, quindi gioiamo per il successo di questo nuovo format Tv e per la partecipazione diretta e indiretta di tanti amici. Era ora che anche la pasticceria aumentasse la sua visibilità, mettendo in risalto un lavoro e un settore che merita grande rispetto e attenzione, perché dietro ad un panettone, dietro ad un dolce, dietro ad ogni nostra quotidiana colazione, ci sono migliaia di professionisti, tantissimi posti di lavoro per tante famiglie, un grande fatturato e tantissime opportunità di crescita e lavoro che fanno ancora grande la nostra Italia. Saper imparare dai migliori è una regola d’oro nella vita, nel lavoro, nello sport e in ogni ambito. Noi da vent’anni diamo il nostro contributo a formare persone e imprenditori migliori, alcuni poi diventano anche dei veri e propri “campioni”.

PODCAST: Il Team building

Ci siamo anche oggi in questo lunedì 15 dicembre per iniziare una nuova puntata di Formazione Amica. Ben ritrovati da Andrea Collalto, benritrovato a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-ciao Andrea, buon giorno a tutti!

Damiano Frasson ricordiamo della Gruemp di Padova. Con te Damiano siamo già alla quinta puntata di Formazione Amica, si parla di formazione, si parla ogni settimana di cose che poi servono a tutti noi un po’ anche per vivere meglio la nostra vita quotidiana, per ritrovare quella motivazione, quella spinta in più che ci faccia ripartire e stare bene anche insieme agli altri.

-Si, assolutamente questo è l’obbiettivo che abbiamo, quello di cercare di dare un contributo a focalizzare alcuni concetti che possono essere utili alla nostra quotidianità personale, famigliare, lavorativa, personale e comunque per cercare di ottenere qualche beneficio in più, qualche sensazione propositiva da quello che facciamo tutti i giorni.

E a proposito di stare bene con gli altri, l’argomento di questa puntata è il team building, il concetto di fare squadra. Qui veramente molto spesso ci capita di dover lavorare in team, tutti noi sappiamo un po’ le problematiche, le varie cose che possono succedere quando si lavora con le altre persone e allora chiariamo subito anche perché è importante fare squadra, perché è importante lavorare in team.

-E’ importantissimo lavorare in team perché in realtà noi siamo continuamente coinvolti in condizioni di gruppo, sicuramente la famiglia è il primo gruppo sociale nella quale noi nasciamo e poi via via i vari gruppi che ci vedono coinvolti: a scuola, poi più in la con gli amici, nel lavoro e nel lavoro poi con diverse caratteristiche noi continuiamo ad essere stimolati e partecipi di condizioni di gruppo. L’essere umano è per definizione un animale sociale quindi non possiamo esimerci da questa logica, dalla comprensione dell’importanza di questo aspetto. Certamente poi superare l’idea di un semplice gruppo di persone che fanno le cose insieme e giungere ad un idea più strutturata, più valorizzata, di gruppo, di un vero e proprio team è un aspetto molto importante per la vita di tutti noi.

Io sto notando spesso anche con il nostro gruppo, con la radio, ecc, ma anche in altri ambiti lavorativi, che un po’ diciamo c’è quella difficoltà nel tenere unito il gruppo, perché ognuno ha le proprie cose da fare, spesso non si riesce poi a comunicare più di tanto… come mai si registra da più parti proprio questa difficoltà nel fare gruppo?

-Concordo con te Andrea su questa osservazione, perché lo noto anch’io in varie situazioni dove mi trovo coinvolto, lo vediamo spesso anche nei nostri interventi di formazione e consulenza presso le aziende o anche presso team nell’ambito sportivo dove per paradosso si dovrebbe fare squadra a maggior ragione, ma c’è un po’ questa difficoltà. Potrebbero esserci diverse ipotesi a questo tipo di difficoltà che le persone stanno vivendo in questo momento: senz’altro diciamo che anche l’aumento degli strumenti di comunicazione anche attraverso le tecnologie hanno favorito appunto il fatto che le persone possono essere in contatto con tante altre, ma hanno anche un po’ affievolito direi quell’idea e quella valorizzazione più elevata del concetto di comunicazione diretta, ecco. Il rapporto interpersonale in questo senso ne sta risoffrendo un po’ di queste evoluzioni e poi un altro aspetto può essere quello che in questo momento di particolare complessità e difficoltà, di cambiamento, le persone vivono soprattutto un urgenza a livello individuale, quindi si impegnano di più per alcuni bisogni che ritengono autonomi, soggettivi, personali, e vedono meno l’importanza però di cercare di ottenere i loro risultati e soddisfare anche i loro bisogni nel concetto di gruppo. Un altro motivo potrebbe essere quello che mancano un po’ dei leader, mancano delle persone che si pongano in un atteggiamento positivo, propositivo, dei vari gruppi. L’essere leader ne abbiamo parlato lunedì scorso, è un impegno consistente, non è una cosa semplice spesso, ed ecco allora che questi aspetti mettono un po’ in crisi il concetto di gruppo, dello stare insieme, di fare squadra, di rimanere uniti e focalizzati su obbiettivo comune.

C’era una nostra ascoltatrice, Paola di Verona che ci faceva notare che una delle caratteristiche degli italiani è che uno comincia a fare le cose e poi… armiamoci e partite, nel senso che non c’è proprio quel leader che effettivamente riesce a catalizzare poi l’attenzione di tutti e fare poi il gioco di squadra.

-Diciamo che per noi apparentemente è un po’ un limite culturale che probabilmente abbiamo anche se poi in realtà si scopre spesso anche in questi momenti di difficoltà che di fronte ad obbiettivi molto importanti, coinvolgenti e magari anche fuori dai riflettori dei media le persone rispondono, si uniscono, si aggregano, il nostro tessuto sociale è anche il tessuto un po’ del nostro territorio, che risponde molto al fatto di cercare di stare insieme, uniti, soprattutto nei momenti di difficoltà. Però diciamo che siamo anche il paese dei tantissimi campanili e… troppe province e la suddivisione, la frammentazione continua di una realtà sociale diciamo che non favorisce più ormai quell’idea di squadra, di progetto comune, ecco, in questo senso.

Ma ci sono delle caratteristiche principali che trasformano il gruppo in squadra?

-Diciamo che in una squadra senz’altro ci sono degli elementi che sono molto tipici: ad esempio avere un obbiettivo comune condiviso da tutti è direi un elemento di fondo importantissimo che distingue la squadra da un gruppo che magari si trova a fare delle attività insieme ma non con quell’idea di avere comunque un obbiettivo comune condiviso. E poi un forte coinvolgimento, una co partecipazione, una capacità di rimanere sintonizzati tra tutti i componenti di un gruppo di persone lo trasforma effettivamente in una squadra. Non ultimo la responsabilità individuale e anche una distribuzione di compiti, di ruoli, che dia la possibilità ad ognuno di dare un contributo concreto, fattivo all’ottenimento del risultato… Poi in una quadra ci sono uno o più leader, c’è comunque una leadership anche distribuita, ma c’è anche un forte esempio di coesione, di appartenenza e di spirito comune.

Che poi se ognuno ci mette anche del suo per un obbiettivo comune un po’ anche arricchisce se stesso.

-Questo è uno degli elementi caratterizzanti del fare squadra, del restare in gruppo, perché abbiamo la possibilità anche di sentirci anche un po’ protetti, in una condizione favorevole in cui possiamo cercare di esprimere le nostre qualità, le nostre potenzialità sapendo che c’è intorno a noi un gruppo, una squadra che può magari sopperire a qualche mancanza o che può anche darci la possibilità di mettere in evidenza alcune nostre specifiche abilità. Senz’altro questo è un aspetto molto importante che permette una crescità più ampia, più di grande respiro.

Noi, a proposito di gruppi, viviamo tutti nei social network, quindi un po’ lo prendiamo anche come il nostro gruppo di vita possiamo dire, con le nostre amicizie, che molto spesso non sono altro che contatti…. Ma parliamo un po’ anche di social network e del lavoro di squadra nei social poi.

-Diciamo che come accennavamo poco fa lo sviluppo anche tecnologico è andato in una direzione che tendenzialmente, almeno nell’idea di fondo favorisca la comprensione di questi importanti concetti legati alla squadra, allo stare insieme, socializzare in un modo positivo. Diciamo che con i social, ad esempio anche in ambito formativo si cominciano a sviluppare delle attività, specifiche di gruppo anche con la formazione a distanza, per cercare di far vivere anche attraverso lo strumento tecnologico o i social, alcune sensazioni, alcune percezioni, alcuni apprendimenti che sono tipici diciamo della relazione diretta, ecco. E’ anche vero che, come dicevamo prima, non possiamo nemmeno farci bastare nei social l’idea di essere collegati, tutti concatenati, perché come dicevi tu poi alla fine magari, effettivamente il concetto di amicizia, relazione o contatto diventa un po’ evanescente, e allora ritorniamo un po’ indietro e quindi a quel concetto pur importante, pur utilissimo che c’è di gruppo: la squadra ha bisogno di una forte compartecipazione e comunque ci si arriva, ci si arriverà… in molti ambienti anche scolastici di livello di eccellenza già sono avanzati i lavori che coinvolgono anche gli studenti, ma anche in molte famiglie di livello nazionale delle quali magari si parla poco, ma in realtà si stanno portando avanti dei lavori, dei progetti che vedono veramente l’applicazione pratica anche di questi concetti attraverso l’utilizzo di tecnologie, e la cosa migliore è sempre quella della regola di buon senso che dice: “Perché le cose funzionino bene, anche in una logica di gruppo c’è bisogno dell’uno e dell’altro aspetto”. C’è bisogno dello scambio, dell’immediatezza, della compartecipazione immediata tra il leader e le persone, e poi c’è bisogno anche oggigiorno di sperimentarsi e di saper utilizzare anche aspetti tecnologici a distanza, perché i tempi magari si accorciano, quindi anche alcuni servizi possono essere gestiti con modalità a distanza e questo diventa allora un mix virtuoso, che non polarizza ne l’uno ne l’altra a scapito delle diverse posizioni.

Perché chiaramente anche i social se si usano bene, sono uno strumento importantissimo

-Si, importantissimo, anche perché con l’integrazione che si sta avendo di video, di filmati, di produzioni anche individuali, si riesce a far passare molto di più di quello che poteva essere qualche tempo fa, ed ecco che se c’era un gruppo, per esempio ci sono molti gruppi nei social, che sono aperti e che vedono la partecipazione con dei contributi delle persone per sviluppare idee, per svilupparle anche con creatività… alcuni stimoli che poi sono la finalità originaria del gruppo, ecco questa è senz’altro un buon esercizio di costruire un gruppo, di stare nel gruppo e di esserci anche con soddisfazione, perché poi questo è l’importante, che il gruppo ci dia una soddisfazione, una sensazione positiva, che non sempre accade, eh?

Che poi tra l’altro nei social si vedono realmente i leader, capita di vedere decine e decine di commenti su delle cose, su delle frasi, su dei post… li si vede chi riesce ad utilizzare anche facebook o altri social anche per mettersi un po’ in luce, per far vedere che riesce a fare qualcosa in più degli altri, ad essere un po’ più leader.

-Si, assolutamente si, questo avviene ed ecco allora che una persona che magari ha delle idee, trasmette dei concetti o ricerca di creare degli stimoli per cui le sue amicizie lo seguano, lo seguano in una logica comunque appartenente a quei concetti espressi da quella persona, quel gruppo sociale, che comunque è senz’altro un aspetto positivo… sai, diciamo che nella diretta i gruppi si vedono di più nei loro punti di forza ma anche nei loro limiti, perché le dinamiche relazionali a volte possono diventare anche conflittuali ed ecco allora che chi esprime una certa leadership deve essere abile nella gestione di queste dinamiche proprio perché non vadano a ledere la compattezza del gruppo e poi i gruppi sociali e la rete in questo ne è maestra, che funzionano meglio, sono i gruppi nei quali si entra, si esce, si ritorna, dove non c’è proprio quella appartenenza esclusivista e e per sempre, proprio perché la persona si allena anche a far parte di vari gruppi, diverse realtà, diverse situazioni, cosa che un tempo era meno fattibile, meno… i gruppi di riferimento erano pochi per le persone, erano quelli e spesso rimanevano quelli per tutta la vita, oggi questo è cambiato.

Diciamo che è un po’ quello che succede anche nella vita reale di ognuno di noi quando si frequentano vari gruppi di persone e ci si arricchisce anche internamente.

-Si, ci si arricchisce molto perché lo scambio, la condivisione, la possibilità di vedere e di valutare anche altri punti di vista, lo stare in squadra ci aiuta a risolvere qualche problema più facilmente… si trova un modo di avere un valore, come abbiamo detto prima, si riesce a dare il proprio contributo… devo dire anche si supera meglio lo stress, e questo è un aspetto importante, si supera meglio la difficoltà anche emotiva, perché il gruppo, la squadra, coinvolgono molto sia dal punto di vista emotivo che comportamentale. Quindi se il gruppo è un buon gruppo, se ci sono… non è detto che debba per forza essere numeroso, questo è un aspetto interessante che dovremo sottolineare ai nostri radioascoltatori… non è detto che un gruppo perché è numeroso sia anche efficace… anzi, ci sono spesso molti studi hanno evidenziato che un team superato un certo numero di persone, superate le nove, dieci, dodici persone inizia ad essere veramente una cosa un po’ complessa da gestire… ed ecco perché per esempio nel mondo aziendale ci si suddivide in reparti, ruoli diversi e si cerca di gestire una frammentazione della condizione organizzativa che però abbia alcune caratteristiche chiare, di coesione, nella logica della mission dell’azienda, degli obbiettivi che devono essere raggiunti. Ecco, non dobbiamo confondere il concetto di team, di squadra, con un concetto di socializzazione molto estesa, che è positivo, ma che allora poi crea altre condizioni e con questi presupposti ci porta ad una logica diversa, seppur importante.

Intanto ci è appena arrivata su skype una domanda da parte di Paola di Verona, che ci ascolta ogni giorno dal lavoro e dice: lavorare in team spesso richiede sacrifici per accontentare gli altri: come fare per essere più felici?

-Questo è un aspetto importante che ci sottolinea la nostra ascoltatrice, perché effettivamente il gruppo è di più della somma delle singole parti, quindi per stare in gruppo in modo efficace c’è bisogno di una consapevolezza anche di dover cedere qualcosa anche delle nostre esigenze, dei nostri bisogni, per mettersi a servizio di quello che serve al gruppo per raggiungere l’obbiettivo. Direi che per non avere una forma di frustrazione da questo tipo di aspetto che è tipico del gruppo e della squadra soprattutto, c’è bisogno che la nostra disponibilità sia vista in una logica positiva, perché stiamo contribuendo all’ottenimento di risultato del quale beneficeremo anche noi… ci viene invece difficile quando siamo in un gruppo e dell’obbiettivo non siamo molto d’accordo, con le relazioni con gli altri appartenenti scricchiolano un po’, non ci sentiamo totalmente parte, però d’altra parte appunto per esserci e per essere coinvolti bisogna pur far qualcosa per essere partecipi… e quando non ci sentiamo più parte di questo gruppo possiamo vedere come una difficoltà il fatto di dover perdere qualcosa del nostro tempo, piuttosto che della nostra disponibilità a favore del gruppo. Il gruppo però che funziona ricordiamolo è sempre un gruppo che tiene conto delle esigenze del gruppo ma anche delle singole esigenze delle persone. Anche perché ognuno di noi è diverso e reagisce in maniera diversa, quindi bisogna realmente tener conto anche a livello psicologico delle altre persone… ma… Damiano, ci sono anche degli esercizi? Perché poi i nostri amici stanno aspettando con ansia sempre il momento dell’esercizio.

-Guarda Andrea, direi che sul concetto di gruppo c’è bisogno di fare molta palestra e di fare anche della formazione specifica perché altrimenti può sembrare che nella sua complessità la cosa sia abbastanza semplificata, ma in realtà parte sempre da una riflessione personale sul concetto, quello che noi cerchiamo anche di proporre e quindi… in questo caso avrei pensato ad una breve focalizzazione pratica che ognuno di noi potrebbe fare, che va anche un po’ nella logica della domanda che il nostro ascoltatore ci ha appena fatto. Ci prendiamo un po’ di tempo e facciamo un elenco dei gruppi nei quali ci sentiamo coinvolti. Ricordo ad un corso, una persona ad un certo punto mi disse: “io ero arrivato qui convinto di partecipare fondamentalmente a due gruppi e cioè quello della mia famiglia e quello della mia azienda.” E poi dice “Mi sto focalizzando sulle idee e sono già in una quindicina. C’è qualcosa che non va oppure sto andando bene?” perché proprio il riconoscere quelle piccole entità quando siamo in gruppo è un aspetto importante da non dare per scontato. Poi una volta fatto l’elenco possiamo prendere uno di questi gruppi, magari dove ci siano indicati anche chi sono i componenti e quanti sono, che ci aiuta a consapevolizzare anche la dimensione del gruppo, l’importanza e il tipo di relazione che abbiamo, e indichiamo chi e cosa ci piace di più di questo gruppo, quindi le sensazioni positive che ci da e anche che cosa magari non ci piace o non ci fa stare così bene, perché può essere che in un gruppo, magari formato da poco, al quale partecipiamo con un ruolo non ancora ben definito, per esempio che ci possa essere qualcosa che non è ancora ottimale. Nel momento in cui abbiamo fatto questo, poi possiamo cercare di rispondere a questa nostra riflessione con una domanda: Cosa potrei fare io per questo gruppo? Cosa potrei fare io per dare un contributo positivo a questo gruppo? E facendo questa riflessione che si fa in qualche minuto, estendendola poi in tutti i vari gruppi nei quali noi ci siamo visti coinvolti, ecco che iniziamo ad avere una forma di valorizzazione e di cosa ci fa stare bene, cosa ci fa stare meno bene, cosa potremo fare noi, a che tipo di gruppo, di squadra apparteniamo…

Sicuramente una focalizzazione interessante, un esercizio che ci aiuta poi a capire meglio anche come entrare, reagire all’interno dei vari gruppi, ma… ricordiamo una cosa importante Damiano, che il primo gruppo di cui facciamo parte è proprio la nostra famiglia.

-Assolutamente si, e anche questo è un aspetto molto importante: la nostra famiglia, poi abbiamo la nostra famiglia d’origine, la famiglia che magari poi ci siamo costruiti, poi abbiamo anche nell’ambito della nostra socialità gli amici, ma gli amici quali? Gli amici delle attività del tempo libero, gli amici con i quali magari facciamo delle attività magari formative insieme? O delle attività culturali? I gruppi in effetti sono molti e sicuramente quello della famiglia è direi il gruppo che si struttura già con l’idea di team, perché gli obbiettivi devono veramente essere ogni giorno condivisi, e anche aiutare i ragazzi, i giovani da parte dei genitori, aiutarli a comprendere questa logica di team, di darsi una mano, di essere partecipi, di fare tutti qualche cosa… di non lasciare l’idea del gruppo solo li ai genitori che sono già senz’altro molto impegnati in tante attività… ecco, rendere partecipi anche i ragazzi è un aspetto educativo che ha anche una valenza pedagogica e formativa importante.

BRANO MUSICALE – SPAGNA – IL BELLO DELLA VITA

PODCAST: La Leadership

E ci siamo anche in questo lunedì 8 dicembre, buon giorno di Festa a tutti, ben ritrovati da Andrea Collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, bentrovati ai nostri radioascoltatori.

Ci ritroviamo quindi anche in questa settimana con Formazione Amica, una nuova puntata e anche quest’oggi si parlerà di un tema molto importante che sicuramente tocca un po’ tutti noi, perché capita nella vita di voler diventare leader, di voler metterci del proprio per riuscire poi a far vedere anche agli altri che riusciamo a farcela, vero Damiano?

-Si, oggi vogliamo toccare questo tema, la Leadership, che abitualmente è un tema che si ritiene soltanto interessante per le persone che hanno un ruolo di responsabilità, magari nel lavoro come nella società, ma in realtà è un tema che tocca tutti quanti noi.

Assolutamente si, perché poi comunque anche in tutti gli ambiti della vita devo dire, tante volte bisogna veramente prendere come si suol dire le “redini” in mano.

-Si, prendere le redini in mano delle situazioni è senz’altro un atteggiamento che una persona che vuole esercitare in un certo senso la leadership, che è l’esercizio comportamentale del leader, prende di solito le situazioni in mano e cerca di determinarle.

Allora: definiamo subito che cos’è un leader.

-Un leader potremo definirlo Andrea una persona che ha la capacità di gestire le proprie relazioni interpersonali attraverso la comunicazione, cercando di sviluppare su se stesso e sugli altri un influenza positiva per raggiungere insieme un obiettivo. Questa è la definizione più semplice che possiamo dare, la più comprensibile tra le tante che ci sono.

Diciamo anche ai nostri amici: attenzione quindi, leader non vuol dire dittatore.

-No, esattamente, questo è già un concetto che ci aiuta a comprendere alcune poi declinazioni della leadership che sono legate ai comportamenti utilizzati, la leadership appunto espressa che non significa appunto una leadership imposta.

Ma leader si nasce o si può anche diventare un po’ alla volta?

-Questo è un dilemma sul quale si dibatte spesso, mi sono trovato anch’io in alcune situazioni a discutere su questo tema, perché potremo dire che senz’altro ci sono delle predisposizioni un po’ naturali che possiamo avere… crescendo, le situazioni di vita, le situazioni che ci hanno magari visti protagonisti e quindi ci siamo magari un po’ allenati, preparati ad avere un ruolo, una qualche responsabilità fin da quando siamo piccini, nell’attività del territorio… poi cresciamo, nella scuola, tutti ricordiamo che c’era il nostro responsabile tra i ragazzi che teneva magari il coordinamento con gli insegnanti, il capoclasse, e allora magari ecco c’è anche l’idea di avere delle predisposizioni senz’altro che possono creare i presupposti per essere poi da adulti anche leader, però io credo che poi nella volontà di determinare le situazioni, nel voler focalizzare questa competenza, che ricordiamo è un importante competenza trasversale, si possa anche diventare leader.

Quindi anche un po’ alla volta si può imparare a diventare leader… ma perché ci è utile diventarlo?

-Ci è utile diventare e sentirci più leader, perché potremo in un certo senso dire che un leader è una persona che ha un idea di governo, di guida, quindi di gestione, di volersi prendere in un certo senso più responsabilità di qualcun altro nel cercare di determinare le situazioni. Ed ecco allora che noi, come dico spesso nei corsi che tengo, dovremo prima di tutto imparare ad essere un po’ più leader di noi stessi prima di tutto, quindi il saperci guidare meglio, affidare a delle indicazioni tra quelle che abbiamo più chiare, più nitide, per poter essere anche poi eventualmente pronti per poter dare un esempio anche a qualcun altro che in quel caso ci riconosce un ruolo, ci riconosce delle capacità, ed ecco che questo mette in moto un circolo virtuoso di riconoscimento di queste reciproche capacità e poi ecco far si che nei gruppi nei quali siamo, dobbiamo senz’altro oggi avere il più possibile un ruolo da protagonisti, partecipe, quindi è un modo anche per dichiarare a noi stessi la volontà di impegnarci con una certa intensità nelle cose che facciamo, potremo dire sentirsi leader.

Ok, io divento un leader, ma le altre persone come fanno ad accorgersi che io voglio diventare un leader?

-Beh, diciamo che di solito una persona che ha l’idea di sentirsi un po’ più leader tra gli altri di solito è molto proattiva, è molto creativa, diciamo che si mette in testa alle situazioni, si prende la responsabilità più volentieri di altri, vede la responsabilità come una sfida per crescere, si mette alla prova, solitamente è più creativo di altri sulle situazioni concrete, quindi di solito ci si accorge da questi tratti caratteristici.

C’è Sonia che ci ha mandato una domanda e dice: In un contesto lavorativo dove regna una mentalità di controllo e sfiducia, ma che ha come obiettivo il cambiamento, come si fa a rendere tale cambiamento autentico e non solo a parole? Come si fa a trasformare una motivazione di tipo estrinseco ad una motivazione di tipo intrinseco?

-Capita, questa risposta meriterebbe un intera puntata, però potremo dire che senz’altro in un contesto lavoratovi di questo tipo c’è l’esigenza di fare una leadership distribuita, nel momento in cui c’è un cambiamento, che va un po’ da se che si deve attuare, chi ha la responsabilità di attuare questo cambiamento dovrebbe cercare di rendere maggiormente consapevoli anche le altre persone dell’esigenza di questo cambiamento e porsi alla guida definendo piani specifici, cercando di distribuire dei ruoli anche alle altre persone, cercando quindi di dare una possibilità a tutti di contribuire in modo concreto a questo cambiamento. Potremo dire di mettere in gioco in questo caso l’autorevolezza di chi ne avrà la responsabilità di questo cambiamento, e l’esigenza di una forma che è a metà tra una leadership democratica, mediatrice, e anche in un certo senso esemplare; sicuramente poi l’esempio trascina, modifica più di altre cose. A volte le persone non hanno la consapevolezza di quanto sia importante essere partecipi e dare quel proprio contributo di leadership nel vivere le situazioni.

Di fondo diciamo che c’è sempre il dialogo comunque in ogni caso.

-Si, c’è il dialogo, infatti abbiamo detto nella definizione che è attraverso la comunicazione con gli altri che noi riusciamo a mediare, negoziare, esprimere la nostra leadership.

Damiano, ma ci sono dei principi di fondo per quanto riguarda la leadership?

-Ci sono vari aspetti, perché la leadership è una competenza come abbiamo detto molto varia che ha anche diverse sfaccettature, però potremo per così dire, individuare almeno 4 principi un po’ cardini, diciamo. Il primo principio è l’insegnamento, un termine che vuole esprimere il fatto che serva a dare delle indicazioni. Appunto parlavamo poco fa del contesto di lavoro, c’è comunque la necessità che qualcuno magari solitamente che ha più esperienza su determinate tracce operative, che sappia dare delle indicazioni che vanno anche in funzione di alcune regole comportamentali ed organizzative che ci sono e che devono essere per così dire rispettate per il buon funzionamento delle cose. Quindi insegnamento, o indicazione. Poi l’orientamento, perché poi le indicazioni devono essere funzionali al fatto di raggiungere determinati obbiettivi, quindi nell’orientamento potremo comprendere anche la capacità di pianificare nel tempo al fine di raggiungere un obbiettivo. Ed è il secondo aspetto l’orientamento. Il terzo è la motivazione, perché necessariamente una persona che si pone in un ruolo di leader deve supportare, sostenere gli altri nelle loro attività, gli altri si aspettano che sia la persona che più esperienza che li supporta in questo, e il quarto principio di fondo, è il fungere da riferimento nei momenti di difficoltà, che potremo chiamare come una forma di protezione. E anche questo è un aspetto importante, perché quando ci sono le difficoltà si va dalla persona alla quale noi attribuiamo l’idea di essere di riferimento. Nel momento in cui noi la vediamo come riferimento è come gli attribuissimo il ruolo di leader, ed ecco allora che la persona leader dovrebbe sapere quindi proteggere, ascoltare, comprendere, saper interpretare le esigenze delle altre persone…

E tante volte anche risolvere i problemi

-E tante volte si… riprendere il toro per le corna e cercare di determinare le situazioni ascoltando anche gli altri, prendendo spunto anche da quella che è l’idea delle altre persone e poi cercare di risolvere le questioni.

Ma ci sono anche degli esercizio che possiamo fare per aumentare anche la nostra leadership?

-Diciamo che per aumentare la nostra leadership abbiamo bisogno di sperimentarci in contesti che ci diano la possibilità di allenare tutte queste capacità. Ecco che magari quando si ha l’occasione nel lavoro, quando si ha la lo spazio per poter prendersi un po’ di responsabilità in più e sperimentarsi, questo ci aiuta a poter appunto fare più pratica della leadership, poi ci sono anche delle formazioni specifiche che si possono fare per migliorare appunto questa competenza, ma pensavo come al solito ad una piccola esercitazione che si potrebbe fare che probabilmente non aumenterà la leadership dei nostri ascoltatori, ma quanto meno potrebbe dare delle letture per comprendere quanto si sentono in una condizione di leader in questo momento della loro vita.

Pensavo che potremo utilizzare l’indicazione come d’abitudine nelle nostre puntate, quindi potremo dare l’indicazione di prendere il nostro solito foglio bianco, lo dividiamo in metà verticale e poi lo dividiamo in quattro sezioni a livello orizzontale. E così formiamo otto rettangoli nel complesso su questo nostro foglio. Sulla colonna di sinistra andiamo a recuperare quelli che sono i quattro criteri che dicevamo prima, principi di fondo della leadership e quindi in ognuno di questi quattro quadranti, dall’alto verso il basso possiamo scrivere: insegnamento – cosa sto insegnando in questo momento e a chi, in quale contesto. Poi in quello sottostante ci scriviamo orientamento – chi ritengo che sto guidando in questo momento e verso quali obbiettivi. Poi nel terzo rettangolo scriviamo motivazione – chi sto motivando e con quali motivazioni. E al quarto scriviamo produzione – per chi ritengo di essere un punto di riferimento e su che cosa. Allora in questi primi quattro step andiamo poi a fare le nostre riflessioni e a scriverci in ognuno dei riquadri questi aspetti, rispondere in un certo senso a queste domande, che ci danno la possibilità di comprendere quanto siamo, come siamo, su alcune situazioni. Si può prendere anche una situazione specifica del lavoro, della famiglia, o dell’ambito del nostro tempo libero, della nostra socialità. Nella colonna di destra in tutti e quattro gli step scriviamo la stessa domanda: quali comportamenti/o azioni sti esprimendo. Quindi con quali comportamenti o azioni io sto esprimendo queste indicazioni, questo insegnamento. Con quale comportamento o azioni sto esprimendo io mio orientamento, con quale comportamento o azioni io sto esprimendo la mia motivazione e idem con quale comportamento o azioni io sto esprimendo una forma di protezione e di riferimento. Fatto questo esercizio, che ci porterà un impegno di pochi minuti, poi possiamo girare il foglio e ci scriviamo tre semplici domande alle quali rispondere dandoci una autovalutazione da 1 a 10 rispondendo a quanto leader mi sento in questo momento, in questa situazione, quella espressa nel foglio di lavoro che abbiamo davanti… quanto leader mi ritengono gli altri, quanto leader vorrei essere. E così cerco di dare una autovalutazione a questa competenza di leadership che ho descritto, che ho analizzato.

Ottimo direi, ci aiuta a scoprire un po’ meglio come siamo come leader.

-Si, ci aiuta a scoprire un po’ quali aspetti ci sono in campo e come noi abbiamo focalizzato questi concetti.

Devo dire che ogni settimana Damiano, hai sempre degli esercizi che ci auto-aiutano a capire come siamo e come ci possiamo poi comportare.

-Si, diciamo che la caratteristica un po’ anche della formazione che propongo con Gruemp è quella di aiutare appunto le persone a fare delle riflessioni specifiche, di orientarsi il maggior possibile verso un tema di autonomia, quindi è ovvio che c’è inizialmente maggior bisogno dell’aiuto del formatore, del coach per focalizzare le cose, per dare i giusti registri ai concetti, però poi perché le persone cerchino di portare questi aspetti nella loro quotidianità in modo più agevole e più autonomo possibile.

BRANO MUSICALE – RENATO ZERO – IL MAESTRO

 

 

 

Costruire i si alle regole

Quando si parla di educazione l’argomento regole è da sempre uno dei temi centrali, anzi per molto tempo tutta l’attività educativa veniva ridotta alla sola azione di far acquisire al minore quell’insieme di regole che gli permettessero di comportarsi secondo le aspettative del contesto in cui era inserito (famiglia, scuola, lavoro). Ora le cose sono cambiate e le regole si inseriscono in una dinamica relazionale fra adulto e minore molto più complessa.

É probabilmente per questo motivo che oggi ci sembra così difficile far rispettare le regole. Le nuove generazioni ci appaiono spesso prive di criterio e di rispetto. La differenza fra ieri e oggi sta probabilmente nel diverso rapporto fra genitore e figlio. Fino a qualche generazione fa’, ai tempi delle grandi famiglie patriarcali, ancora presenti fino alla fine degli anni ‘60 -’70, l’adulto si dava come compito quello di trasferire alle nuove generazioni quell’insieme di valori che costituiscono l’edificio della cultura famigliare, ebbene le pareti portanti di questa casa erano le regole, che davano per l’appunto concretezza ai valori.

Dunque educare alle regole equivaleva a costruire muri che separavano il giusto dallo sbagliato. Non era richiesta l’opinione del minore, questo poteva solo scegliere se accettare l’esistenza del muro oppure provare a buttarlo giù.

Family laughing around a good meal in kitchenOggi, invece, i giovani letteralmente non danno nessuna importanza a quel muro e si limitano a saltarlo, oppure a scriverci sopra con una bomboletta spray. La nostra è l’epoca della famiglia relazionale composta generalmente da padre, madre e figlio, dove il bene più importante non è più la cultura famigliare, la tradizione, ma le buone relazioni fra le persone che la compongono, perché sono poche, fragili e caratterizzate da un equilibrio spesso precario.

Qui le dinamiche sono molto diverse, e prima di rischiare il contrasto per difendere una regola ed il valore ad essa collegata, magari mettendo a repentaglio una buona relazione, un genitore (o spesso un figlio) ci pensa più di una volta. Ecco perché le regole vengono sacrificate sull’altare delle buone relazioni.

Non è certo il caso, di voler tentare un ritorno al passato, del resto impossibile, si tratta piuttosto di comprendere che, se un tempo il minore doveva semplicemente seguire le regole che gli venivano date, così da interiorizzare i valori, oggi il processo è diverso. I ragazzi per far proprio un valore, e seguirne le regole conseguenti, hanno bisogno di comprenderlo ed assimilarlo all’interno di una relazione importante, se manca questa, per loro la regola non ha senso. Per questo non basta più dare delle regole, ma diventa necessario un buon percorso relazionale insieme al minore perché questo possa poi dire sì alla regola. Perciò agli adulti, che vogliano avere un ruolo educativo, non resta che rinunciare ad alzare muri per difendere i propri valori e le proprie regole e costruire invece strade fatte di relazioni da percorrere insieme a figli, allievi, apprendisti verso valori e regole da vivere insieme.

Noi di GRUEMP abbiamo progettato un nuovo corso “Educare alle regole”, rivolto a genitori ed educatori per aiutarli a comprendere l’importanza di questo argomento e per riuscire ad essere più efficaci con i figli e i ragazzi nell’educarli alle regole.

Damiano Frasson presenta la formazione esperienziale

Formazione e Coaching sono stati gli argomenti dell’intervista fatta a Damiano Frasson, dal giornalista Andrea Collalto di Radio Container. Sono state approfondite tematiche quali:

  • La formazione esperienziale degli adulti
  • Il coaching e lo Sport-Coaching
  • L’eduzione dei figli attraverso scuola e famiglia
  • Il vasto tema dello sviluppo personale e di quanto utile è al giorno d’oggi

Ascolta il podcast dell’intervista e lascia un tuo personale commento.

L’IMPORTANZA DI CONIUGARE BUSINESS E FINANZA

Se un tempo le PMI potevano permettersi di attraversare il mare, supportate dal punto di vista finanziario quasi esclusivamente dal sistema bancario tradizionale, o talvolta dall’aiuto benevolo degli stessi fornitori, per il futuro non sarà più così.
Altre opportunità finanziarie potrebbero sponsorizzare le “nuove rotte imprenditoriali”. Anche le banche d’affari e d’investimento private contribuiranno al recupero di competitività delle aziende italiane di piccole e medie dimensioni.
La “Finanza Privata” rivolgerà però il suo sguardo soprattutto a quei business che verranno gestiti in modo trasparente ed esclusivamente manageriale. Al giorno d’oggi, gli strumenti di sviluppo e controllo della gestione di un’azienda, non sono più appannaggio solamente delle grandi imprese.

Nel nuovo modo di agire saranno però all’ordine del giorno le seguenti importanti considerazioni:

  • Le transazioni finanziarie andranno sempre di più al supporto di quei modelli di business identificati veramente come credibili e sani e le imprese che li progetteranno e li svilupperanno dovranno essere credibili e sane di conseguenza. I consigli di amministrazione dovranno essere costituiti da membri effettivamente operativi e gli organigrammi aziendali saranno sempre più funzionali ai processi.
  • Le operazioni sul capitale potranno rappresentare l’occasione per aumentare i mezzi propri delle società aprendo, nel contempo, opportunità di visibilità e di relazioni spesso fondamentali per lo sviluppo globale delle aziende.
  • L’accesso al debito potrà essere ricercato maggiormente anche su base internazionale grazie agli investitori esterni. Operatori che transiteranno sui nuovi canali e sulle relazioni che si apriranno fra il mercato dei capitali e delle imprese. Anche per le PMI sarà più facile quotarsi nella borsa italiana, come sta già avvenendo per molte realtà appartenenti a questo ambito.
  • Ogni transazione finanziaria, che vada a supporto del business per motivi di sopravvivenza, innovazione e sviluppo, dovrà basarsi su un’attenta progettazione derivata da analisi approfondite, complete ed esaustive che devono essere descritte in un accurato Business Plan o Piano di sviluppo Industriale. Tale definizione dovrà diventare l’occasione di una importante riflessione filo strategica e/o strategicotattica per la compagine societaria e per il management che, ovviamente, desideri mettersi in discussione.

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Gli orientamenti e le considerazioni che stiamo condividendo, a beneficio delle imprese esistenti, sono validi anche per quelle iniziative imprenditoriali che si trovano in una fase di START UP della loro introduzione nel mercato. Probabilmente per queste nuove aziende “maneggiare la bussola” può essere più semplice. In molti casi la barca da condurre è più leggera e bisogna stare attenti a non appesantirla troppo durante il viaggio; l’equipaggio molto probabilmente è più evoluto, i giovani imprenditori avranno senz’altro molte idee valide e innovative ma dovranno essere accompagnati da mentori capaci, naviganti esperti che abbiano già solcato certi mari.

Oceani tempestosi, ammutinamenti, inutile zavorra, pescecani in agguato e chissà quali altre sorprese può riservare nel futuro ogni viaggio imprenditoriale. E così, in fondo in fondo, fare impresa resterà come sempre una grande sfida per “capitani e uomini coraggiosi”.

La consapevolezza

attraversa ancora una volta audacemente le onde dell’incertezza
mentre il viaggiatore cerca un altro approdo sicuro
nel quale esplorare il nuovo territorio
alla ricerca degli altri frutti
dell’eccellenza.      

(Claudio Frasson)

Educare allo sport … per guadagnare più sport

Lo spettacolo che si è visto durante la finale di “Coppa Italia” di quest’anno 2013 è scandaloso e mostra la china pericolosa a cui si è arrivati nel nostro paese. Io personalmente non credo che le forze dell’ordine siano arrivate al punto di prendere specifici accordi con gli ultras, ma comunque in ogni caso il fatto che non sia più in grado di garantire un normale svolgimento di un evento sportivo, è emblematico, infatti anche alla fine della partita c’è stata invasione di campo. Gli eventi che hanno preceduto la partita sembrano apparentemente scollegati, chi gira con una pistola in tasca e la estrae appena vede un tifoso di un’altra squadra o dopo che ci si è azzuffati per qualche “sfottò”, non è precisamente normale.

Giocatori che trattano e rabboniscono tifosi è una cosa che si vede troppo spesso, armi improprie che passano i controlli sono un pericolo per il 99% di tifosi tranquilli. Bandiere di società o maglie abbandonate davanti alle curve in segno di resa offendono città intere. Le curve e moltissimi Ultras sfogano soltanto le loro frustrazioni o peggio reggono il gioco ad altri “giochi delinquenziali”. Invasioni di campo, atti vandalici, violenze, aggressioni quasi ogni domenica rendono ormai il calcio un “colosseo del 21° secolo”.

A noi qui non compete entrare nel merito delle scelte politiche, o istituzionali, ma è utile ricordare che tutto parte dall’educazione e dalla formazione che hanno le persone. Ad alti livelli è diventato uno Show Business e purtroppo il fenomeno deformato sta contagiando anche le categorie minori e i settori giovanili soprattutto del calcio che è lo sport più diffuso. Servirebbe investire risorse a tutti i livelli per mettere un argine al degrado dei significati, dei valori e dei comportamenti che si vivono nei contesti sportivi. E’ importantissimo educare e formare dirigenti, allenatori, genitori, giovani atleti di ogni sport sulle gravi conseguenze che si possono creare nella società tutta se si vive lo sport come un momento di “sfogo” o di “prevaricazione verso gli altri” per imporre con forza e violenza le proprie “Bandiere”. Immolare lo sport sull’altare dello Show Business è molto pericoloso e può generare effetti dannosissimi a lungo termine. Quando si mescolano ideologie e fisicità, politica e malcontento sociale, quando si trasforma il concetto di sfida, in combattimento, il rischio che si arrivi alla Guerra è alto.

Gruemp ha dedicato da tempo un titolo all’area di servizi dedicati all’ambito della formazione e del Coaching sportivo e cioè “FORMATI PER PER LO SPORT”; un titolo che a seconda di dove si pone l’accento sul termine “formati” assume un significato diverso, o si è già formati e si vuole migliorare o si è poco formati e serve iniziare ad esserlo. Non è possibile più pensare allo sport e ai suoi molteplici attori coinvolti ne troppo lontani e magicamente immuni dalle regole del mercato e del Business, ma nemmeno troppo fuori dalle leggi e dalle regole di convivenza civile. Il rischio di favorire lo sviluppo di pericolose “zone franche” dove le leggi si possono aggirare facilmente è un rischio gravissimo che altri paesi d’Europa hanno saputo frenare e ridurre moltissimo. Come sempre serve che ognuno faccia la sua parte e in certi casi chi gestisce e organizza lo sport in Italia dovrà iniziare a prendere delle linee e delle decisioni chiare e nette a vantaggio di tutti, anche nell’interesse delle tante persone che investono e lavorano in questo grandissimo mercato. Educare allo sport per guadagnare più sport…potrebbe essere uno slogan interessante.

 

Barbara Codogno commenta il libro “Allenare le competenze trasversali” di Damiano Frasson

Questo scritto da Damiano Frasson è un “grande” libro perché riesce a intercettare diversi livelli di lettori, offrendo un sempre alto livello di lettura. Se ad un primo approccio possiamo definirlo un serissimo manuale per professional, per quanti cioè sono dedicati a una tipologia specifica di intervento, avanzando con la lettura del testo – piacevolissima – ne scopriamo invece i tanti livelli di approccio e che rendono questa lettura una avventura davvero vincente.

Senz’altro denso di un apparato umanistico intrinseco, l’analisi scientifica – condotta rigorosamente dall’autore, con tanto di accuratissimo processo di analisi e di confronto dei dati, avvallati da una serie di testimonianze esperienziali, come esige la letteratura scientifica – approda a un pensare filosofico che non deve passare inosservato.

Presentazione del libro "Allenare le competenze trasversali" scritto da Damiano Frasson (Formatore e titolare GRUEMP) edizioni Franco Angeli

Presentazione del libro “Allenare le competenze trasversali” scritto da Damiano Frasson (Formatore e titolare GRUEMP) edizioni Franco Angeli

Le esperienze trasversali vengono lette come “una buona pratica” da raggiungere con “l’allenamento”, e in questo dire si respira tutto il mondo filosofico orientale, a cui dalla fisica quantistica alle neuroscienze, l’occidente scientifico sta necessariamente guardando per poter trovare un equilibrio tra uomo e mondo. In Frasson c’è di più. Non c’è solo la necessità di giungere all’equilibrio – inteso come luminoso momento di conoscenza – ma v’è l’oltrepassamento; la sfida è proprio quella dell’utilizzo delle competenze trasversali. Utilizzo che segna la “via” del miglioramento. Un obiettivo, questo, moralmente importante.

L’efficacia della metodologia proposta non risiede unicamente nei risultati che vengono raggiunti, anche se l’obiettivo deve necessariamente risultare nella sua importanza. Ma è piuttosto nell’andare verso, in questo restare allenati, a mio avviso, la peculiarità più importante. Perché Frasson ti fa percepire chiaramente che non cresci quando sei arrivato, ma cresci mentre stai andando. E forse è per questo che l’allenamento richiede una stretta vicinanza tra formando e formatore. Un formando che non si esime mai dal processo di crescita, anzi, con generosità processa continuamente le sue competenze trasversali attivando un circolo virtuoso di miglioramento.

Visto che Frasson usa la metafora e la narrazione come metodologia creativa di allenamento, mi permetto di sigillare questa mia recensione – fatta quindi da una persona non professional – con un’immagine che io stessa ho maturato, dopo l’apprentissage formativo derivatomi unicamente dalla lettura di questo libro, illuminata dall’esperienza clou denominata “Corsa nella luce”. A un certo punto ho visualizzato un albero, dalle parole che leggevo sulle pagine uscivano dei rami forti e gentili allo stesso tempo. Ogni ramo era costellato da gemme verdi. Gemme che avevano una grande energia, che io sentivo con sicurezza, sarebbero sbocciate riempiendo l’albero di foglie verdi e rigogliose.

Ecco, io credo che chi si approccia a Gruemp, chi sceglie Frasson come “maestro”, mi piace questa parola antica e piena di saggezza e la trovo appropriata per Frasson nel suo ruolo di formatore, si senta come quelle gemme: acquisisca cioè la consapevolezza di avere in sé stesso un grande albero rigoglioso di verdi foglie e potenziali splendidi frutti.

barbaracodogno

(Articolo scritto da Barbara Codogno giornalista e opinionista del Corriere del Veneto)

 

 

 

FormazioneAmica: “Il Team Building”

L’essere umano, è per definizione un animale sociale, spesso però possiamo verificare come non sia per niente socievole.

Viviamo tutti un graduale processo di socializzazione e ne impariamo l’importanza fina da piccoli, stando nel gruppo famigliare, in quello scolastico, nei gruppi sportivi, nel tempo libero con gli amici fino ad arrivare ai gruppi di lavoro. Nonostante le persone siano costantemente inserite in relazioni e situazioni di gruppo, come mai hanno così grande difficoltà a saper stare in gruppo in modo positivo e ancora di più quando si chiede loro di fare squadra?

Ci potrebbero essere molte risposte possibili: una può essere che le persone adulte a un certo punto della loro vita pensano di poter bastare a se stesse, di poter fare a meno degli altri, di non avere bisogno di aiuto.

Questa prospettiva errata da tutti i punti di vista, appare come una grossolana ingenuità umana, una forma di inconsapevolezza, di immaturità o frutto di un’illusione spesso dovuta ad un eccesso di “benessere economico”. Siamo, infatti, sempre inseriti in un gruppo, piccolo o grande che sia, siamo sempre in relazione con qualcosa o con qualcuno, ma ci vogliamo illudere di non ricevere alcun tipo di influenza da queste relazioni o di poterle gestire solo a nostro personale vantaggio.

Nel mondo di oggi dove tutto si è connesso con la globalizzazione, portare con sé ancora l’idea di poter vivere isolatamente chiusi nei propri egoismi sperando di poter soddisfare i nostri bisogni, pur leciti, senza interagire più di tanto con gli altri, è un grave errore nella prospettiva di vita. Ci dimentichiamo troppo spesso che abbiamo bisogno gli uni degli altri, niente che valga veramente la pena di essere fatto completamente da soli.

Un gruppo è più della somma delle singole parti, e per ricordarlo ci basti rifarci al celebre motto dei quattro moschettieri del romanzo di Dumas: “Tutti per uno e uno per tutti”; l’esempio di un vero spirito di squadra.

La squadra è dunque l’evoluzione del concetto di gruppo, è un suo qualificato sviluppo formale e sostanziale che nel gergo delle scienze umane viene chiamato Team Building, saper costruire una squadra.

Per approdare all’idea di Team, di Squadra, serve però avere chiare le esigenze e caratteristiche distintive di ogni singola individualità facente parte del gruppo, poi serve maturare un’idea condivisa dello stare insieme e dei motivi che coagulano persone diverse passando infine al gestirsi e intendersi squadra che desidera raggiungere obbiettivi comuni, sfidanti e/o eccellenti.

Quali caratteristiche allora sono presenti in una squadra?

  • Un obiettivo comune condiviso da tutti;
  • Un senso di sfida nel voler raggiungere un miglioramento significativo;
  • Un forte coinvolgimento, compartecipazione, sintonia tra tutti i componenti;
  • Le responsabilità e i ruoli dovranno essere definiti e distribuiti;
  • Il desiderio di crescere come squadra, nella squadra, con la squadra ;
  • La leadership che deve essere riconosciuta, accettata, rispettata, seguita.

Per gestire questi e molti altri aspetti che caratterizzano la vita di una squadra, sia nell’ambito interpersonale, sia in quello lavorativo, sia nello sport, serve saper gestire e gestirsi nelle dinamiche conflittuali che possono emergere nel gruppo e che potrebbero minare la coesione del team.

Per questo motivo è importante anche saper fare rendere al meglio le differenze individuali mettendo la diversità e le rispettive potenzialità, al servizio del gruppo.

  • In squadra i problemi si risolvono più facilmente;
  • In squadra tutti sono importanti;
  • In squadra tutti possono dare un contributo;
  • In squadra lo stress si supera meglio;
  • In squadra ci si motiva reciprocamente;
  • In squadra si rema tutti dalla stessa parte.

Perché una squadra possa vincere le sfide prefissate serve fare accadere tutto questo. Vista l’importanza e la complessità del tema, ecco spiegato il motivo per cui i corsi di formazione esperienziale sono utili e molto impattanti su questi temi e perché sono altrettanto utili anche formatori e coach in grado di insegnare alle persone come poter riuscire a fare gruppo e squadra positivamente.

Serve ritrovare un più concreto valore del saper stare insieme, nonostante le nostre vite siano permeate dall’idea di essere collegati con tutti attraverso i moderni social network. Considerarsi semplicemente collegati, non può bastarci, serve molto di più per sentirsi appartenenti a un gruppo e poter riuscire a definirsi squadra.

Per stare in gruppo e saper fare squadra serve imparare ad accettare la condivisione, è necessario imparare a confrontarsi e comunicare, bisogna saper comprendere i bisogni degli altri, imparare ad assumersi la responsabilità del proprio ruolo e del proprio contributo, imparare ad accettare la leadership e collaborare.

Guarda il video dell’argomento: http://www.youtube.com/watch?v=SOKmmT3ki7U

Scarica qui di seguito il PDF dell’argomento: GRUEMP_FormazioneAmica_Team_Building

Quando lo Sport aiuta a crescere, la lettera

La lettera che segue non è una dimostrazione, un “prototipo” creato per qualche lancio pubblicitario, sono le parole di un allenatore di una squadra di calcio per ragazzi. Ve la propongo per svariati motivi. Il primo è che l’allenatore sottolinea a più riprese come la parte umana sia legata a quella professionale, poi perché parla di “sconfitta” personale, concetto spesso poco considerato nel mondo sportivo dove si guarda alla vittoria, agli obiettivi perdendo spesso il senso completo di ogni sport, che va ben oltre un goal. Lo sport di squadra diventa un momento importante per la crescita dei nostri figli, momenti in cui imparano a lavorare in gruppo, a condividere, a prendersi responsabilità ma soprattutto a crescere come delle persone complete. Ecco che quell’aspetto umano che emerge dalla lettera dell’allenatore diventa importante.

 

http://www.calcioweb.eu/request_ios.php?news_id=80846

 

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FormazioneAmica: “La motivazione”

Parlare e scrivere di motivazione di questi tempi è impresa ardua, ma di motivazione e soprattutto di nuove motivazioni c’è un grande bisogno. La motivazione ci può spingere ad agire ma ci può anche portare a evitare di agire.

La motivazione fa parte di noi, della nostra vita, di come noi comunichiamo, di come definiamo i nostri obbiettivi, di come ci organizziamo per raggiungerli. La motivazione ha a che fare con la nostra percezione di soddisfazione e insoddisfazione. Quando ci troviamo in un momento nel quale ci sentiamo soddisfatti ci sentiamo bene, ma dopo che siamo stati per qualche tempo in quella che viene chiamata zona di confort, sentiamo qualcosa che ci spinge ad andare oltre. A volte invece quando siamo soddisfatti, ci culliamo negli allori, ci facciamo bastare ciò che otteniamo e qualche volta ci addormentiamo nello status quo, conseguentemente la nostra motivazione diminuisce o sparisce addirittura.

Non possiamo nemmeno essere sempre motivati al 100%, ecco perché è importante imparare a sapersi creare e gestire la propria motivazione, puntando a non scendere mai troppo e a farne fare buon uso in funzione delle nostre esigenze di vita. Il modo un cui ci motiviamo dipende anche dalla nostra autostima, dai tipi di obiettivi che ci prefiggiamo e da cosa pensiamo di noi stessi, delle nostre potenzialità, del mondo e degli altri. Avere motivazione significa avere dei motivi per agire, e perché questi siano stimolanti, dobbiamo avere chiaro chi siamo, dove stiamo andando, come vogliamo vivere e lavorare, con chi volgiamo vivere la nostra vita e in quale contesto o ambiente desideriamo dare il meglio di noi. Riuscire a porsi obiettivi stimolanti senza riuscire a progettare un conseguente piano d’azione per raggiungerli, è come voler scagliare una freccia senza direzione, o spedire una lettera o una e-mail senza indirizzo. Serve dunque anche una buona dose di realismo e concretezza per riuscire a porsi obiettivi raggiungibili e misurabili, da ottenere a breve, a medio, a lungo termine. Quando ci aspettiamo che siano gli altri o gli eventi della vita a motivarci, corriamo il pericolo di perdere consapevolezza di noi stessi e fiducia nelle nostre risorse personali, favorendo così il nascere di alibi e giustificazioni, che diventando poi abitudini che impediscono a noi di raggiungere ciò che sappiamo di voler ottenere. Motivarsi da soli si può imparare, infatti si definisce la capacità di auto-motivazione, come una competenza trasversale; una competenza si sviluppa con conoscenze adeguate ed esperienze conseguenti che mettono in moto azioni concrete che rendono la competenza manifesta e dunque acquisita. C’è chi preferisce prevalentemente motivarsi tanto e subito come si può fare per accendere un fiammifero, c’è chi vuole invece motivarsi poco e con calma, come stesse riempiendo un secchio d’acqua attingendo da una fontana. C’è poi chi cerca di auto-motivarsi in qualsiasi modo gli sia più utile in funzione dei suoi obiettivi, ma per farlo serve avere una grande conoscenza di se stessi, prima ancora di acquisire tecniche o strumenti utili per la propria motivazione. Vogliamo porre l’attenzione su un ultimo aspetto importante: non è possibile motivare adeguatamente gli altri se prima non si è imparato a motivare se stessi. Chi ha difficoltà a motivare se stesso, nei vari ambiti della vita, dovrebbe prestare molta attenzione nel motivare gli altri perché può correre il rischio di dare stimoli inadeguati o di richiedere ad altri ciò che lui stesso non riesce a fare.

Guarda il video dell’argomento: http://www.youtube.com/watch?v=elSibWlW-cA

Scarica qui di seguito il PDF dell’argomento: GRUEMP_FormazioneAmica_La_Motivazione

Il gioco tra “Azzardo” e “Opportunità”

Negli ultimi anni stiamo assistendo all’incremento del gioco d’azzardo e delle scommesse su tutto, con il conseguente effetto di creare forti problematiche sociali che, nei casi più gravi, purtroppo in aumento, sfociano in vere e proprie malattie che vanno sotto il nome di “ludopatie”.

Evitiamo qui di fare un sermone su questioni etiche, morali, sociologiche, ma vale la pena ricordare che la letteratura scientifica ha già ben evidenziato come, ad un aumento esponenziale delle proposte di gioco (video poker, slot, lotterie, gratta e vinci, etc.) che favoriscono una “potenziale dipendenza”, corrisponda un altrettanto elevato incremento di chi, anche inconsapevolmente, emerge come potenziale “preda” o “vittima” predestinata, addirittura in conseguenza di elementi del proprio codice genetico. In altre parole queste persone, se non venissero così fortemente e costantemente sollecitate, non si lascerebbero prendere compulsivamente da questo condizionamento con i problemi conseguenti.

Inoltre è necessario tener presente alcune conseguenze negative dovute all’applicazione massiccia di strategie derivanti dagli studi psicologici che afferiscono al filone del “comportamentismo classico”, i cui effetti pratici possono essere potenziati dallo sviluppo delle nuove tecnologie. Infatti la diffusione di queste tramite internet e i social media, ecc… hanno favorito, in presenza di un uso indiscriminato, l’assoggettamento di moltitudini di persone in ogni parte del mondo a criteri, mode, usi e consumi. Quello che però ci importa chiarire qui brevemente cos’è? Il fatto che non tutti i giochi sono rivolti a creare o favorire una dipendenza dei giocatori, anzi. Non tutti i giochi puntano sullo stimolare bisogni latenti delle persone favorendo l’adozione di una cultura dell’azzardo legata ad una fortuna che spesso non è cieca, ma anzi sa benissimo statisticamente quando manifestarsi e quando no. I giochi propositivi che ricordiamo tutti vengono dalla nostra infanzia e ci hanno accompagnati a conoscere il mondo, a fare scoperte, a socializzare a crescere ed imparare l’importanza delle regole. Anche nella formazione oggi, si parla proprio di approccio “ludico esperienziale” per definire quelle metodologie attive di coinvolgimento formativo che aiutano persone in formazione a maturare senso critico, spirito di gruppo, intelligenza emotiva, capacità di gestione dei conflitti e molto altro.

mamma-e-figlia-giocanoIl gioco assume così un valore di metafora con la quale confrontarsi, un’esperienza di condivisione ricca e molteplice, che permette un incremento della consapevolezza di sé in rapporto con gli altri, favorendo anche quella dinamicità relazionale necessaria per acquisire competenze di autoregolazione di se stessi nei diversi contesti di vita. Oggi si iniziano a creare, oltre agli abituali videogiochi, anche alcuni di più specifici, con finalità dichiaratamente formative da poter utilizzare con le nuove tecnologie multimediali. Questi nuovi “giochi” forse diverranno in futuro strumenti di educazione utili alle nuove generazioni per sviluppare le proprie potenzialità valide anche per difendersi da abusi e sviluppi pericolosi. Attenzione quindi a sottovalutare le enormi potenzialità del “gioco” visto in senso ampio ed educativo ad ogni livello, la sua utilità e potenzialità generatrice si perde nella notte dei tempi e come tutte le attività umane non è di per sé buono o cattivo, ma sono le finalità, l’utilizzo e i valori che lo creano e sviluppano che lo fanno diventare utile, positivo o meno utile e persino dannoso. Per farsi qualche buona idea sui più moderni orientamenti educativi e formativi segnaliamo un evento molto interessante che si terrà a Padova dal 3 al 5 ottobre prossimi “Il Festival Dell’apprendimento”. http://associazioneitalianaformatori.it/th_event/festival-apprendimento/ 

CONDIVIDERE PER CRESCERE: “mi piace”

Ci sono quelle frasi, magari un po’ studiate, create per colpire che comunque fanno riflettere, catturano l’attenzione. Leggendo il nuovo numero della rivista Filostrata di Gruemp, la mia attenzione si è fermata su “Condividere per crescere…” parte di un titolo di un articolo interessante, ma non solo per il valore formativo, il tema è sicuramente più vasto. Perché, come spiegato nel testo di Damiano Frasson “Il tema della condivisione è oggi strettamente intrecciato ai temi delle problematiche economiche e sociali che stiamo vivendo”. Condividere non è solo un cliccare un “mi piace” su Facebook, ha un valore profondo, che tocca il nostro rapporto con gli altri e anche con se stessi.
Vi “copio&incollo” qui alcune delle frasi dell’articolo, su cui potreste riflettere e magari commentare.

  • Condividere significa superare il senso di distacco-divisione dagli altri e da sé stessi. La condivisione e la cooperazione sono considerate vie d’accesso importanti per una felicità dei singoli e dei gruppi, favorendo l’instaurarsi di un clima sostenibile tra le persone, cittadini e istituzioni, tra i vari sistemi sociali, culturali e il mondo.
  • Condividere significa avere attenzione per gli altri, perchè la storia personale o professionale si costruisce insieme agli altri.
  • Condividere è l’impegno di dare, in base ai piccoli gesti quotidiani e non soltanto con azioni eclatanti.
  • Condividere per crescere può essere un nuovo mantra per le persone fortemente ancorate ai valori positivi della vita ma anche consapevolmente moderne e interattive con un mondo in continuo cambiamento.

Per costruire un Team…“Uno per tutti e tutti per uno”

Il famoso motto dei quattro moschettieri è chiaro e non lascia dubbi: “Uno per tutti e tutti per uno”. Si sente ormai dappertutto affermare che per raggiungere risultati serve costruire una squadra, un team, come ciò fosse una cosa nuova. Forse si sta semplicemente affermando, finalmente, la una consapevolezza più generalizzata che da soli, individualmente, egoisticamente possiamo fare poco di importante nella nostra vita, perché sempre abbiamo bisogno del rapporto con gli altri. Una squadra serve sempre, una squadra aiuta ad ottenere risultati, una squadra si può costruire. Per saper fare squadra serve però conoscere bene i molteplici fattori che la strutturano, le dinamiche che si sviluppano, gli aspetti organizzativi che possono determinarne l’efficacia. Oggigiorno in epoca di società liquida e in tempi di radicali cambiamenti, le persone, gli imprenditori, i manager, i politici, gli economisti, stanno maturando una nuova disponibilità ad affrontare questo tema nevralgico del “saper fare squadra”. Dallo sport e dalla formazione esperienziale, il management ha sempre attinto per poter formare le persone su questa competenza trasversale. Sono ormai a disposizione di chi vuole fare formazione sul teambuilding moltissimi approcci, strategie e metafore per questi importantissimi apprendimenti. Costruire e gestire una squadra è affare complesso e molto impegnativo che mette alla prova persone, aziende, famiglie, istituzioni e tutta la società. Formatori esperti possono essere di grande aiuto per favorire riflessioni sul quando, sul come e sul perché fare squadra, ma soprattutto sanno proporre strumenti applicativi concreti da adottare nei diversi contesti organizzativi. Si fa presto a dire “facciamo squadra” oppure “serve una squadra”, poi però bisogna avere desiderio, coraggio e volontà di confrontarsi con gli altri accettando le regole del gruppo, condividendo valori, obbiettivi, ruoli, strategie, leadership, relazioni, successi e insuccessi.

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Come apprende l’adulto…l’Andragogia in Breve

Per molti secoli, la fase adulta della vita era associata ad un momento di stabilità, certezza e indipendenza.. da qualche decennio invece, anche nel mondo degli adulti, si è generata una sorta di instabilità (professionale e familiare), che prima si manifestava solamente nei momenti di sviluppo. È proprio in questo contesto che prende forma l’andragogia: lo studio sistematico di come hanno origine e si sviluppano, nell’adulto, i processi di apprendimento.

Volendo delineare alcuni aspetti focali dell’andragogia, per portarne alla luce le caratteristiche più significative, possiamo dire che questa considera l’adultità come un concetto multidimensionale (influenzato da differenti variabili), si appoggia a differenti teorie di riferimento quali, per esempio, la teoria dell’experiential learning di Kolb. Altro tratto dominante dello studio andragogico è il fatto considera come importante lo spazio per la condivisione di processi e apprendimenti, pone la storia della persona che apprendere come la più grande potenzialità e il più rilevante ostacolo all’apprendimento. Per creare un intervento di formazione che sia in stile andragogico è fondamentale l’attenzione agli stili cognitivi individuali, alle caratteristiche emotive dei partecipanti e ai differenti contesti di apprendimento; altro aspetto importante è la motivazione che viene data all’adulto, prendendo in considerazione ciò che una persona è nel momento in cui si accosta alla formazione e, soprattutto, gli obiettivi di miglioramento che vuole raggiungere.

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L’approccio formativo Andragogico risulta essere particolarmente pragmatico e molto utile nel rendere principali protagonisti dell’intervento formativo proprio i formandi (le persone in formazione), ponendo in un ruolo di “facilitatori dell’apprendimento” i formatori. Un adulto in formazione si sente “centrale” ad ogni processo formativo a lui dedicato, se viene coinvolto sia nell’analisi dei bisogni, sia nella progettazione/realizzazione delle fasi di apprendimento e valutazione. Utilizzare un metodo Andragogico, favorisce  l’impegno post apprendimento e la messa in pratica (autodirezione), nella propria realtà di vita, da parte dei formandi; con l’ulteriore ripercussione positiva che essi sentiranno più “propri e meritati” i successi e i miglioramenti di crescita ottenuti come risultati della formazione fatta. Questo stile formativo è uno dei punti di riferimento anche dei corsi per lo sviluppo personale e per lo sviluppo manageriale della formazione GRUEMP.

 

Giovani promesse crescono… Vincenti

Non ci sono più i giovani di una volta! Questa frase ha senso se si considera che ogni giovane è tale nella sua era e se si considera che il mondo cambia continuamente come gli stili di vita di ognuno di noi. Quando si afferma che non esistono più i giovani di una volta però spesso ci si riferisce, generalizzando, al fatto che i giovani di una volta erano più impegnati, forse più seri, più educati, più volonterosi, più ligi a impegni e responsabilità di giovani o adolescenti. Forse gli adulti che affermano questo non si ricordano di com’erano da giovani, forse alcuni padri o alcune madri faticano ad accettare che non sono i giovani di una volta che sono spariti, è che sono diventati i grandi di oggi. Da questo punto di vista non ci sarebbe da stare tanto allegri, visti gli esempi che vediamo nell’attuale società. Ci sono ancora molti ragazzi, ma veramente tanti che vivono la loro giovinezza con positività, con impegno, con dedizione per lo studio, che si dedicano allo sport per maturare come persone in senso più ampio. Esistono ancora molti ragazzi che sanno cos’è il sacrificio e che pur tra le loro mille difficoltà accettano la sfida di sapere che la vita non regala nulla, nemmeno una vittoria nel loro sport preferito. Ci sono ancora ragazzi che più di tanti adulti accettano le sfide che la vita propone loro, si allenano duramente, accettano le sfide e le vincono. Ci sono ancora tanti ragazzi che accettano il confronto con adulti che li ascoltano, che li sostengono e soprattutto che danno loro un esempio positivo. Se ci sono ancora tanti di questi giovani oggi, significa che allora ci sono anche tanti genitori in gamba che fanno del loro meglio perché le future generazioni siano un po’ migliori delle passate, ci sono ancora tanti educatori, allenatori, formatori e coach che si dedicano ad indicare loro la strada “migliore” da seguire, senza sconti e senza favoritismi, la strada dell’impegno della competenza e del merito. A questo proposito sono doverosi i complimenti a Michele e Martina freschi campioni regionali in Lombardia di Danza sportiva Latino Americana, atleti della scuola di Ballo Lukita, allenati dagli straordinari maestri Luca Bognanni ed Anita Imberti che, dopo una vita passata in giro per il mondo a raccogliere trofei ed applausi, da oltre dieci anni si dedicano a trasmettere la loro passione a tanti altri giovani e meno giovani.
Vincere insegna a vincere.  – Damiano Frasson – Motivatore & Sport Coach GRUEMP

TRA SOSTANZA E APPARENZA

Bisogna sapersi vendere: quante volte abbiamo sentito questa frase e quante volte abbiamo riflettuto sulla nostra inadeguatezza o meno, che si cela dietro a queste parole. Una persona può essere la più qualificata di questo mondo, per laurea, esperienza e formazione, ma non essere in grado di comunicare le proprie capacità, a volte partendo da una timidezza di fondo, da un non sapersi porre con una certa sicurezza ed autorevolezza. Dall’altra ci sono quei personaggi, ed il termine non è scelto a caso, dal famoso “know how” assolutamente nullo ma muniti di quella spavalderia (fatta di macchinone, vestito griffato, capello con il taglio giusto, ipad, iphone e tutto quello che contempla un “i” davanti alla mano) che creano un’empatia, quella che serve per il famoso “sapersi vendere”. Senza stare a parlare di meritocrazia o errori culturali di fondo, bisogna ammettere che l’attuale società  sembra premiare i secondi a discapito dei primi. Difficile cambiare il modo di pensare, sempre più legato all’immagine, al mondo dell’effimero, e sempre meno alle reali competenze e professionalità. Bisogna reagire all’invasione dell’apparenza. A cambiare le carte in tavola devono essere proprio quelli che “non si sanno vendere” ma che hanno tante competenze e quel famoso “reale know how” invidiabile ai più che devono imparare a valorizzarsi. Essere bravi, intelligenti e preparati non basta più. Serve qualcuno che ci aiuti a trovare le nostre risorse, a motivarci adeguatamente, a mettere ordine ogni parte delle nostra vita, che dia un senso ai tasselli che la compongono, nella sua accezione più completa. Il personal o business coaching, può essere quell’ago della bilancia indispensabile per rispondere in maniera affermativa a quel “Bisogna sapersi vendere”…perchè se Vuoi Vendere? Comunica !   – E. Bollettin

IL VENTO DEL CAMBIAMENTO… E’ UNO TSUNAMI!

Siamo di fronte ad una svolta epocale, decine di italiani non abituali alla politica saranno seduti in parlamento alla camera e al senato. I segnali della voglia di un cambiamento erano evidenti, l’esigenza di non poterlo più rinviare pure, ma la politica tradizionale non si vuole ancora arrendere ai tempi che cambiano, ad un mondo globale che non è più nemmeno lontano parente di quello del secolo scorso. Da anni si parla di società liquida, di risparmio energetico, di maggiore trasparenza, di far maturare un’etica anche in economia, di ascoltare le persone con le loro esigenze, del fatto che le tecnologie hanno cambiato gli stili di vita, ma fino a quando non ci si trova costretti dagli eventi, in Italia ci si difende dal cambiamento e lo si evita fino allo stremo. Noi che ci occupiamo di sviluppo personale, di motivazione delle persone e di managerialità, vediamo da vent’anni questa realtà e aiutiamo per questo con grande vigore e convinzione persone e aziende a cambiare e riorganizzarsi, a migliorarsi, a diventare più efficaci più dinamici, più aperti, più flessibili e innovativi. Per una persona come per un’azienda, sentire l’esigenza di un cambiamento, verificare che intorno a sé tutto cambia e sperare di poter resistere sulle stesse posizioni all’infinito è un errore colossale. Per affrontare il cambiamento servono idee nuove, ce ne saranno? Dopo le idee serve anche il coraggio di proporle e sostenerle, ci sarà? Poi serve anche la capacità di spiegarne i vantaggi e accettare la sfida del dialogo per apportare aggiustamenti necessari, altrimenti a cosa serve la negoziazione? Ma più di tutto questo forse serve prima capacità di fare autocritica e mettersi in discussione valutando i propri punti forti e i punti deboli, ma per farlo serve superare l’autoreferenzialità e l’illusione di possedere l’unica soluzione giusta. Facciamo attenzione e diamo tutti il nostro contributo positivo al cambiamento in ogni ambiente, azienda, famiglia, indipendentemente da come proseguirà la vicenda politica Italiana, solo così possiamo dare un contributo concreto essendo i primi protagonisti di ciò che vivremo noi e le future generazioni. Favoriamo il vento del cambiamento partendo dalle nostre vite altrimenti altri tsunami rischiano di travolgerci. 

Un corso per diventare genitori 2.0

Al Biri esperienza intensiva per imparare a dialogare con i figli della tecnologia

Il corso intensivo di oggi all’Hotel Biri, organizzato dall’azienda padovana di formazione e consulenza Gruemp dal titolo “genitori interattivi” è atipico sia nel titolo che nel contenuto.
(Tratto da: Il mattino di Padova, scritto da Riccardo Cecconi)

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Padova, dove il talento si trasforma in capitale umano e…business

Dopo El sharawy detto il Faraone, un altro talento nasce al Padova Calcio?
Risponde Damiano Frasson, formatore, motivatore e Mental Coach

Pare proprio di sì, si chiama Andrea Raimondi l’eroe dei derby. Dopo essere entrato a freddo nel derby tra Padova e Verona e segnato il gol vittoria allo scadere, si ripete anche nel derbyssimo contro il Cittadella, siglando la doppietta vincente in soli 8 minuti di gioco a fine partita.

Per la cresta del giovane talento oggi del Milan, viste le sue origini italo egiziane il nomignolo affibbiatogli a Padova il “Faraone” è stato semplice e immediato. La cresta di capelli che oggi lo porta in testa tra i cannonieri Italiani ne conferma l’idea di comunicazione e il nuovo talento. E Raimondi, ragazzo dell’Arcella ? I suoi fans si stanno sbizzarrendo, il suo profilo Facebook cresce di giorno in giorno e a Padova città dove cultura, marketing, web e sport si fondono alla meraviglia, si è già trovato lo slogan: “Mi chiamo Mond, Rai Mond” prendendo a prestito la famosa frase di presentazione del famoso agente 007. Rai Mond la mette sempre sotto al 7, dell’incrocio dei pali. Occupandomi di formazione, Mental coaching, motivazione e management voglio girare ai lettori del blog una domanda: questi giovani talenti che vediamo emergere non solo nel calcio, sono pronti, formati come uomini e non solo come Atleti per reggere e vincere le sfide che li attendono nello sport e nella vita?

Atleticamente senz’altro godono di buona preparazione, dal punto di vista tecnico tattico in Italia abbiamo tra i migliori allenatori del mondo i tantissime discipline, nutrizionisti, alimentaristi e fisioterapisti circondano ormai tutte le squadre e gli ambienti sportivi anche amatoriali. Ma la testa dell’atleta? Il suo sviluppo personale e motivazionale chi lo cura? Chi cura l’immagine, la comunicazione e forma questi ragazzi a districarsi dagli squali della comunicazione dei media di oggi?

Ad altissimo livello i migliori hanno il loro personal coach, l’atleta che giunge a risultati importanti viene circondato da un folto gruppo di collaboratori che lo aiutano a gestirsi come una vera e propria azienda. Il recente esempio di Del Piero ne è un esempio, ormai il numero 10 sulle spalle di Del Piero è diventato un brand internazionale. Intorno a Del Piero, Messi, Balotelli, Totti, e molti altri ruotano interessi stratosferici e loro stessi diventano testimonial e azionisti di importanti aziende o campagne di promozione commerciale. Anche per loro tutto partì da un momento di gioco, di entusiasmo, di coinvolgimento con i tifosi di una qualche squadra.

Oggi però assume un’importanza sempre più decisiva saper anche coltivare il talento personale trasformandolo in capitale umano prima che in Business. Servono attività di coaching manageriale, di formazione alle Pubbliche Relazioni, e un percorso specifico di mental coanching.

Padova in questo senso appare ormai pronta per fare da “incubatore di talenti”, ma le squadre sono pronte a formarli in modo completo? I nostri talenti emergenti hanno chiaro che l’istinto, il talento non sono tutto e che per diventare veri campioni bisogna applicarsi con la mente oltre che con il corpo?

FORMAZIONE e SPORT – Cosa è utile fare oltre alla preparazione atletica

L’anno olimpico, ha riportato sotto i riflettori lo sport con le sue molteplici discipline, i suoi campioni, i metodi di allenamento e i risultati conseguenti. Ogni quattro anni giovani e adulti hanno l’opportunità di assistere alla migliore rappresentazione mondiale della grande metafora della vita che è lo sport.
Cosa possiamo imparare da questo evento? Cosa possiamo attingere di utile per la nostra vita? Alcune risposte potrebbero apparire persino scontate come imparare che con il sacrificio si ottengono risultati importanti, che ogni persona ha potenzialità diverse, impariamo l’importanza del concetto di squadra, impariamo che si è in gara prima di tutto con se stessi prima ancora che con gli altri, impariamo l’importanza della mente oltre che al fisico, e ancora: facciamo parallelismi con situazioni della nostra vita, ci si ispira allo stile di questo o quell’atleta che ci assomiglia e magari fa ad altissimo livello la disciplina, che noi facciamo amatorialmente etc. Si può constatare spesso che, queste ed altre riflessioni, non sono per nulla banali o da dare per scontate, ne da parte delle persone in genere, tanto meno da parte della stragrande maggioranza degli atleti, allenatori o dirigenti sportivi. Lo sport assume da secoli per il genere umano una valenza pedagogico educativa e ormai anche una più ampia valenza formativa, ed ecco allora perché anche noi di GRUEMP, pur occupandocene già da qualche tempo, abbiamo voluto dedicare uno specifico spazio allo Sport.

Un atleta impara con criteri prevalentemente addestrativi la sua disciplina sportiva, ma saprà sviluppare autodisciplina anche nella sua vita? Cosa lo blocca nel dare performance in linea con le sue potenzialità? Riuscirà a dare performance ottimali in altri ambiti quando smetterà le gare? Un allenatore riesce a trovare le leve necessarie per trasformare un gruppo in squadra? Un allenatore riesce ad esprimere con flessibilità e disponibilità relazionale una leadership autorevole e non solo autoritaria? Ed infine i dirigenti di società sportive che devono confrontarsi con la redditività di centri, polisportive, aziende sono disponibili ad organizzare l’attività sportiva di qualsiasi livello come si dovrebbe fare in un’azienda? Da ultimi, ma non ultimi, i genitori sanno essere di supporto alla spinta educativa che lo sport praticato dal figlio può dare al loro essere adulti del futuro? GRUEMP con la formazione o altre attività di coaching dell’area FORMATI PER LO SPORT, può dare a tutte queste domande utili e interessanti risposte. Ciò che già proponiamo da molti anni nell’area Avventura Vincente ha dimostrato di poter dare risultati ad atleti, manager, genitori, dirigenti di qualsiasi età e professione. Le nostre proposte portano sempre con sé una caratterizzazione motivazionale e manageriale per fare sì che le competenze sviluppate si potenzino tramite l’apprendimento di un mix di  conoscenze, strategie e metodi pratici, semplici, e soprattutto trasferibili autonomamente nella propria vita. Lo sport ci offre lo spunto per affrontare in modo più dinamico, consapevole e determinato la nostra vita superando le inevitabili difficoltà che troveremo sul nostro percorso, sapendo che in questa gara, spesso non siamo soli, e ognuno è giusto che provi a vincere qualcosa in un qualche modo.

dott. Damiano Frasson formatore, motivatore, sport & mental Coach