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PODCAST: ASCOLTO ATTIVO

In attesa della 12^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 16 Febbraio con un argomento Sorpresa, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Buon giorno, buon pomeriggio, benritrovati da Andrea Collalto su Container Radio con una nuova puntata di Formazione Amica. Diamo la buona giornata a Damiano Frasson! Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, buona giornata a tutti i nostri ascoltatori!

Ben ritrovato per l’11° puntata di Formazione Amica. Devo dire che di settimana in settimana stiamo veramente offrendo ai nostri amici in ascolto dei begli spunti di riflessione per i vari comportamenti che poi ci aiutano nella vita, e a anche questa settimana devo dire che trattiamo un argomento di quelli tosti e importanti che viviamo giorno dopo giorno.

-Si, oggi infatti vogliamo toccare “l’arte di ascoltare”. Cercheremo di riflettere insieme sull’ascolto, che è un aspetto molto importante che diamo un po’ per scontato nella comunicazione, ma non è così, anzi riveste una parte fondamentale della nostra comunicazione con gli altri.

Diciamo che saper ascoltare è importante anche poi per dare dei buoni consigli, per interloquire con le altre persone, un po’ come uno scrittore che deve saper leggere prima di offrire i propri scritti ai lettori.

-Si, è proprio così, diciamo che con l’ascolto si riesce a focalizzare meglio quanto ci viene espresso dall’altra persona e quindi anche interagire, interloquire in modo più puntuale e preciso.

Poi tra l’altro una cosa Damiano che ho notato molto è che in questa società che è tutta frenetica, social, si è persa un po’ l’arte di saper ascoltare, e ci sono tante persone, tante solitudini che andrebbero poi ascoltate meglio… parliamo di amici, di famigliari, ecc

-Si, perché in realtà Andrea l’ascolto descriverebbe una capacità potremo definirla di trattenersi volontariamente e attentamente, nel prestare attenzione o partecipazione a qualcuno o a qualcosa che in quel momento sta interagendo con noi con la propria comunicazione, e questo diviene anche motivo quindi di riflessione ed ecco allora che comprendiamo che per esercitare in modo più specifico la capacità di ascoltare è importante riconoscere fin da subito che serve un atto intenzionale, serve prendersi il tempo che occorre, togliersi da quella routine, continuità susseguirsi di eventi che poi trascina dentro le nostro comunicazioni, i nostri rapporti, come abbiamo detto qualche puntata fa, le nostre relazioni.

Quindi è importantissimo saper ascoltare e porsi in ascolto all’altra persona, non solo con il parlato, ma anche con lo scritto, perché parlando di social c’è molto da lavorare anche su quel punto.

-Si, senz’altro, anche nella modalità con la quale noi possiamo far percepire all’altra persona di aver percepito il suo messaggio, anche magari scritto, postato, ma che trasmette una certa percezione, senz’altro è necessario e utile approfondire un po’ di più quello che di solito nei telegrafici twit ormai troviamo.

Ma perché è importante ascoltare Damiano?

-E’ importante per svariati motivi:

  • uno è senz’altro che otteniamo una maggior capacità di dialogo, da una qualsiasi conversazione che abbiamo con un’altra persona, aumentiamo la nostra capacità di interagire con l’alro, quindi andiamo proprio verso quella comunicazione, quello scambio comunicativo che abbiamo spiegato anche nella puntata scorsa e che non è solo una comunicazione unidirezionale: qualcuno parla e qualcuno ascolta, ma in modo passivo, e poi diremo qualcosa senz’altro.
  • Poi evitiamo delle obiezioni improvvise che a volte accadono quando parliamo con gli altri, perché non si è capito bene di quello che stiamo parlando. Aumentiamo la possibilità quindi di fare delle domande o di dare delle risposte più pertinenti, possiamo aiutare la persona ad esprimersi meglio, possiamo riconoscere in modo più specifico che tipo di canale comunicativo utilizza l’altra persona e quindi trovare un modo per sintonizzarsi su quel suo canale per essere anche noi a nostra volta nel momento in cui torneremo ad esprimerci con lei più efficaci.
  • Poi un aspetto importante che non si considera è che migliora anche la nostra capacità di memorizzare, quindi di ricordare le cose importanti di cui stiamo dialogando con qualcun altro. La nostra memoria farà molta attenzione se diventiamo più ricettivi sotto un punto di vista dell’ascolto, e direi non ultimo, ma lo diciamo come sintesi complessiva, ci permette la capacità di ascolto di consolidare, di rendere più pregnanti, più significativi i nostri rapporti interpersonali.

Quindi abbiamo capito che ascoltare è veramente importante per vari aspetti anche della nostra vita e delle relazioni con gli altri, ma parlavi di metodo attivo e passivo, come si differenziano?

-Si, diciamo che si tratta un po’ della distinzione di fondo sulla quale ingenuamente noi ricadiamo, perché noi riteniamo  che udire sia ascoltare, in realtà è qualcosa di più l’ascolto nel senso in cui lo stiamo esprimendo in questo nostro incontro, e cioè l’ascolto attivo. Allora, di solito ascoltare un’altra persona  abbiamo l’idea che sia quell’atto istintivo con la quale noi udiamo, anche senza impegnarci più di tanto, sentiamo quello che ci sta dicendo e ci da l’idea che la stiamo ascoltando. Ma quando parliamo di ascolto come competenza, dobbiamo fare un passo in più. L’ascolto attivo quindi è un ascolto più maturo, più consapevole, partecipato, attento, e che chiamiamo attivo proprio per definire questa nostra volontà di interagire con attenzione nel coinvolgimento un po’ psicofisico generale che ci da il fatto dell’atto di comunicare con gli altri.

Quindi è quando partecipiamo in modo veramente attivo anche all’ascolto e poi alla discussione che sicuramente ne consegue…

-Infatti, possiamo considerare che l’ascolto attivo prende vita un po’ su questi piani. Sul piano dell’osservazione di ciò che ci dice l’altro, perché l’altro comunica, e anche noi comunichiamo anche da un punto di vista paraverbale, dal nostro tono di voce, con le pause, con il ritmo, ecc e quindi l’osservarlo mentre comunica ci aiuta a percepire la congruenza, il senso anche più ampio di quello che ci sta dicendo. Poi c’è anche un piano percettivo che riguarda per esempio come noi ci sentiamo mentre l’altra persona ci sta comunicando l’oggetto del dialogo che stiamo vivendo e poi diciamo anche del saper porre le giuste domande, le giuste interazioni e dare il giusto feedback per approfondire quello che è nello specifico l’argomento. Quindi capacità di percepire, osservare in modo attento e di percepire noi stessi e l’altro mentre stiamo comunicando. Questo potremo dire è un po’ il nucleo dell’ascolto attivo.

Per quanto riguarda l’ascolto passivo invece, gli errori che si fanno principalmente quando si ascolta?

-Hai detto bene errori, perché in realtà possiamo considerarle delle ingenuità che arrivano dalla comunicazione, quindi quando in realtà noi abbiamo un ascolto che potremo definire non attivo, e quindi un ascolto possiamo dire passivo, noi entriamo nell’errore di giudicare quello che ci viene detto, o peggio critichiamo l’altra persona, mentre l’ascoltiamo sentiamo quella vocina dentro di noi che ci dice: ah, vabbè, senti questo cosa mi sta dicendo, boh, non mi interessa, ma va che tipo strano… e nel portare l’attenzione ad una forma di giudizio che è del tutto soggettiva sicuramente non miglioriamo il nostro ascolto e poi per esempio interpretiamo un altro errore: interpretiamo il messaggio che ci arriva o l’argomento di cui stiamo discutendo se è posto da un’altra persona in base alle nostre credenze, alle nostre opinioni, quindi tendiamo a trasformare il significato di quello che ci viene detto in base a come vediamo noi le cose. Da un lato è un aspetto naturale, ma dall’altro non può diventare il parametro con il quale misurare esclusivamente quello che ci viene detto, quindi magari tendiamo a trovare delle soluzioni per lui, magari l’altra persona ti sta comunicando il bisogno di una qualche forma di comprensione, anche semplicemente e noi diventiamo un po’ sbrigativi, diciamo non preoccuparti, stai tranquillo. Sembra una forma di incoraggiamento quasi, ma in realtà è una forma di non attenzione a quello che è l’esigenza di quello che la persona ti sta esprimento… un altro errore che facciamo è che può sembrare un ascolto troppo attivo, invece è non adeguato, facciamo delle domande specificatamente indagatrici. Prendiamo un punto di quello che si sta dicendo, continuiamo a battere su quello, chiediamo delle cose e in realtà non è quello che la persona ci voleva esprimere… quindi direi che l’errore di fondo se lo vogliamo sintetizzare, è quello proprio di non fare attenzione, di vedere le cose dal nostro punto di vista e di non mettersi in un vero concetto di interazione, di percezione di quel senso e quel significato di quello che l’altro ti sta eprimendo.

Quindi quando si ascolta bisogna porsi anche dall’altra parte, verso l’altra persona, in modo che quando si riesce a recepire quello che ti dice, si possano ascoltare entrambe le “campane” in pratica, ragionare con la propria testa ma anche ascoltare bene il ragionamento dell’altra persona.

-Si, esatto, perché in realtà l’altra persona, e questo accade anche a noi, che stiamo parlando dell’ascolto, quindi ci riferiamo ad un soggetto altro da noi, ma in realtà sono cose che accadono tutti i giorni, quando ci esprimiamo normalmente e vorremmo la comprensione, lo facciamo perché desideriamo esprimere qualcosa di noi che ci da particolare interesse e che vorremmo fosse compreso dagli altri. Quando gli altri, quindi quando noi non riusciamo a dare un feedback corretto o non riusciamo a far comprendere questo fatto che stiamo comprendendo effettivamente, che stiamo comprendendo la persona, in realtà la depistiamo in un certo senso, la lasciamo andare un po’ per la sua strada ma non è detto che poi noi abbiamo capito bene… è semplice verificare questa cosa: si può ascoltare una persona per qualche minuto, in modo normale, ma pensare che questa persona ci dicesse poi alla fine: cos’hai capito di quello che ti sto dicendo? Il più delle volte scopriremo che non sapremmo dirvi se non a caratteri molto generali il titolo di quello che si sta dicendo, perché non abbiamo proprio tutta l’attenzione. E se questo è capitato, ci metterebbe un po’ in guardia sul quanto noi siamo effettivamente in una condizione di ascolto volontario e di disponibilità.

Beh, sicuramente qui più di qualche studente ha sorrido con questa tua uscita…

-Si, magari gli capita con il prof che spiega le cose, poi interagisce poco e magari ti dice ragazzi cosa avete capito… sentirebbe una scena muta.

Ma Damiano, ci sono delle regole per ascoltare bene le altre persone?

-Beh, diciamo che ci sono delle buone abitudini, dei buoni comportamenti che potremo avere, senz’altro avere la consapevolezza che bisogna attivarsi appunto nell’ascolto, avere una partecipazione concreta, dinamica nell’arco comunicativo e quindi nell’ascolto. Un aspetto molto importante per esempio è verificare il contesto e l’ambiente, se sono adatti a quello che stiamo ascoltando. Non ci capiterà sempre che magari stiamo parlando, dialogando nei vari contesti… se si è nel lavoro si parlerà magari di lavoro, se si è tra amici si parlerà del più e del meno, però a volte in momenti comunicativi particolarmente significativi, scattano le condizioni non ideali. Ecco, una condizione ambientale che magari non sembra proprio adatta ad un ascolto profondo, perché magari la persona ti sta esprimendo un suo disagio, una sua forma di malessere per così dire… in quel caso è importante ascoltare un attimo, far capire che c’è la volontà di ascoltarla e cercare di creare le condizioni per un ascolto in un contesto un po’ più tranquillo, adatto, questo a volte è un aspetto importante da non sottovalutare. Poi non aver fretta di arrivare alle conclusioni, evitare il pregiudizio, che ci scatta un po’ in automatico… quando si incontra una persona e ci si parla, nei primi 10 – 15 secondi ci facciamo un idea di questa persona se ci piace o non ci piace, però è un approccio un po’ banale proseguire nella comunicazione secondo questo presupposto… superficiale… poi sapere che quello che la persona mi dice è una sua prospettiva, e che quindi anch’io ho una mia prospettiva che comprende di accettare che anche l’altra persona ha la sua prospettiva in base a quella che è l’idea. Un’altra regola potrebbe essere quella di considerare che le emozioni, che magari emergono durante la comunicazione non sono un aspetto di ostacolo, possono coinvolgerci di più, magari sono più impegnative da gestire, ma sono un aspetto positivo che può emergere, che ci fa magari cementare quella volontà di ascolto in quel momento nel quale siamo coinvolti con l’altra persona, e quindi potremo dire che un buon ascoltatore esplora i mondi possibili, parte dal presupposto che quando parla con qualcuno qualcosa da imparare ce l’avrà sempre: se non sull’argomento dell’oggetto della discussione, ma minimo potrebbe imparare a conoscere un po’ di più l’altra persona con la quale sta dialogando. Queste sono delle piccole, semplici linee di comportamento, di atteggiamento che migliorano senz’altro prima la nostra sensibilità e poi la nostra capacità di ascolto.

Quindi bisogna veramente porsi completamente all’altra persona e poi nascono sempre dei dialoghi costruttivi alla fine, perché c’è sempre da imparare l’uno dall’altro…

-Diamo troppo per scontato come dicevi anche all’inizio, per la frenesia, per la fretta, per l’urgenza, per tutte le cose che dobbiamo fare, però credo che si possa considerare veramente ogni giorno che tutte le persone ci possano dare qualche interesse, esprimere qualcosa, a volte anche che non ci piace, quindi ci aiutano a focalizzare quello che noi non vorremmo esprimere, o come noi non vorremmo essere nel momento in cui percepiamo che c’è un’altra persona che magari ci sta esprimendo qualcosa e anche in un modo che noi non sentiamo adeguato… ecco, in questo caso se riteniamo che la persona non stia parlando di noi, non ci stia giudicando, potremo ascoltare in modo attivo, sereno, e dire: ah, caspita, io non vorrei avere quel tipo di comunicazione, non vorrei arrivare al punto di esprimermi magari con quell’aggressività, tensione, o ansietà… oppure potrei chiedermi: anch’io a volte comunico con questa ansietà? Perché vedi Andrea, c’è di bello che se una persona si mette nell’atteggiamento di ascoltare in modo attivo, spesso riscopre nell’altro degli aspetti di se… e quindi l’altro ci fa in questo senso proprio da specchio… questo ci aiuta, è utile per riflettere.

Teniamo come prima l’esempio pratico dei professori a scuola, tante volte diciamo che anche gli studenti sembrano svogliati, ma magari è perché l’argomento non viene posto nel modo che li stuzzichi nella maniera giusta diciamo…

-Su questo aspetto si è tanto parlato in tutti gli ambiti per la buona scuola, al di la degli aspetti strutturali, istituzionali ecc, però di sicuro            con i tempi che sono cambiati, dovrebbe cambiare moltissimo anche l’approccio di insegnamento, perché l’ascolto è il primo atteggiamento che ci permette di imparare e quindi di apprendere. Certo che, se hai un emittente che pensa ancora di venire in aula, leggere delle slide, far leggere delle righe, tu cos’hai capito, spiegare in un soliloquio per un ora le cose, credo che i ragazzi oggi, nativi digitali, hanno veramente delle difficoltà, perché riscontrano un contesto molto più dinamico quando sono da soli con il loro ipad, o con gli amci, in rete, quando giocano o quando fanno attività in altri contesti, rispetto invece a quello che rischiano di trovare nel contesto dell’insegnamento scolastico.

Un po’ quello che succede anche in famiglia tante volte…

-Si, senz’altro, perché anche in questo senso è un aspetto che, nella nostra capacità di ascolto, quando siamo con le persone con le quali abbiamo maggior interesse di capirci bene, in famiglia, questi aspetti intervengono immediatamente direi e limitano a volte la comprensione semplicemente perché magari non ci si è dati l’opportunità di prendersi quei dieci minuti, spiegare le cose, andare un po’ in profondità… comprendere le rispettive esigenze e quindi avere un approccio all’ascolto più significativo è senz’altro una grande strategia di miglioramento dei rapporti interpersonali… e non ne parliamo nel lavoro, dove tutto è di corsa, frenetico, tutto si riduce a numeri, budget, aspetti tecnici tecnologici, organizzativi, ma in realtà questi aspetti vivono anche dell’interazione che le persone poi maturano ed esprimono nello stesso ambiente di lavoro. Quindi vedi questo aspetto di ascoltare attivamente: le persone dal mio modo di vedere, dal mio osservatorio, commettono dei danni in questo senso, perché pensano che per ascoltare bene ci voglia un mucchio di tempo… non è così… se noi impariamo ad ascoltare bene e diventiamo competenti nel nostro ascolto, noi diventiamo competenti sempre, e quindi ascoltiamo anche comunicazioni e dialoghi molto brevi e con grande efficacia.

E’ una cosa che ti viene in automatico alla fine…

-Certo, perché è una competenza che viene appunto definita come competenza trasversale, l’attenzione a tutti i segnali verbali, paraverbali e non verbali immessi dall’interlocutore. Disponibilità a lasciare spazio alle persone e concentrazione all’interlocutore, senza incalzarlo con troppe domande, evitando il pregiudizio ed interagendo con un buon feedback. Quando tu hai acquisito una buona padronanza, una buona competenza rispetto all’ascolto e quindi anche alla comunicazione, puoi ascoltare in modo molto efficace anche aspetti informativi, se ti capita nel lavoro, richieste che ti vengono fatte in base al ruolo che ricopri, e sai di poter essere più efficace perché sei stato… attento, ti sei coinvolto… se non hai capito hai il coraggio di dire: scusa, non mi è chiaro, me lo puoi ripetere meglio? L’ascolto attivo fondamentalmente poi è questo tipo di attivazione costante nel tempo e quindi non è che ci impegna di più del tempo normale. Per esercitarci allora si, magari c’è bisogno di prenderci quei dieci minuti, per fare un po’ di pratica. Nei corsi di formazione che io tengo uno spazio dedicato all’ascolto c’è sempre, in tutte le esperienze che riguardano la comunicazione, le competenze trasversali, c’è sempre.

A tal proposito io ti faccio la domanda classica che facciamo durante tutte le nostre puntate di formazione amica; passiamo alla prova pratica diciamo, un esercitazione che possono fare i nostri amici, che possiamo fare anche noi poi per impegnarci ad ascoltare meglio.

-In questo caso potrebbe essere una prova di dialogo: ci è utile cercare di sperimentarci, di provare. E allora pensavo che potrebbe essere interessante chiedere ad una persona di nostra conoscenza, della quale abbiamo un minino di rapporto che magari ci interessa migliorare, famigliari, un amicizia un po’ specifica, un collega di lavoro con cui abbiamo magari un dialogo, una forma di sintonia.. di prenderci un dieci minuti di tempo e di chiedere a questa persona se ha qualcosa di interessante che vorrebbe esprimerci, che vorrebbe dirci, di cui vorrebbe parlarci. Trovare un posto adatto perché si svolta questo dialogo e lasciare che questa persona si esprima facendo attenzione ai suoi comportamenti e a quello che ci dice, cercando di fare delle domande, cercando di dare feedback e cercando poi di arrivare nel giro di una decina di minuti ad una conclusione, magari chiedendo: ti fa piacere se provo a ridirti un po’ le cose che mi stai spiegando? Mi è sembrato che… si è parlato di questo, ho percepito questa sensazione, ecc… E questo diventa un dialogo che ci mette in una condizione di esprimerci in una logica di ascolto attivo. Poi, finito questo dialogo fare l’esatto contrario, quindi dire: guarda, anch’io vorrei esprimere qualcosa di me in modo che ci conosciamo un po’ meglio e riusciamo a scambiare un po’ le nostre esperienze. E diventare attivi comunicatori, quindi cercare di esprimerci nei confronti di questa persona e completare questo ciclo virtuoso diciamo con una forma di maggior attenzione, però dedicando prima un po’ di tempo ad ascoltare l’altra persona e poi un po’ di tempo a parlare noi. Poi alla fine di questi 15, 20 minuti che si è passati con questa persona trovare un modo gradevole di concludere il nostro dialogo, magari se vogliamo spiegando che vogliamo esercitarci un po’ nella capacità di ascolto, perché vorremmo migliorare la comunicazione che abbiamo con lei, questa persona… e questo è un modo se vogliamo semplice, però significativo che tiene collegati i vari aspetti di cui abbiamo parlato.

BRANO – ELISA feat. LIGABUE – GLI OSTACOLI DEL CUORE

 

 

PODCAST: COMUNICAZIONE

In attesa della 11^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 09 Febbraio dal titolo “EMPATIA”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Buon ascolto, ben ritrovati da Andrea Collalto su Container Radio per una nuova puntata di Formazione Amica insieme a Damiano Frasson. Ciao Damiano!

-Ciao Andrea, buon giorno a tutti, ai tanti amici che ci stanno seguendo numerosi in queste settimane e nella diretta di oggi.

Apriamo questo mese di Febbraio, oggi lunedì 2, devo dire che siamo già arrivati alla decima puntata Damiano di Formazione Amica.

-Si, il tempo vola, ma trattando di argomenti interessanti e piacevoli, condividendo i vari feedback, punti di vista, e mail che ci arrivano come stimoli dai nostri ascoltatori, bisogna dire che è piacevole questa nostra cavalcata che stiamo facendo.

Assolutamente, poi devo dire che anche grazie agli ascoltatori, stiamo affrontando dei temi di settimana in settimana che un po’ aiutano a conoscere meglio noi stessi, e anche il tema di oggi riguarda la comunicazione, cosa importante che ci riguarda in tutti i campi della vita.

-Oggi, come avevamo annunciato anche la settimana scorsa parlando dell’importanza delle relazioni, volevamo entrare nello specifico di quella che è la relazione interpersonale, che ci porta ogni giorno in contatto con gli altri, con il mondo, ed è una pratica che abbiamo direi acquisito tutti quanti ma che poi ha delle sue specificità e non dovremo darla così per scontata come magari a volte accade nel lavoro, in famiglia, con gli amici.

In effetti si parla di comunicazione e uno dice: una cosa normalissima, la facciamo tutti i giorni… si, ma che cos’è la comunicazione Damiano?

-La comunicazione, come dice il termine, deriva da “Comunis”, cioè mettere in comune, quindi è un comportamento pratico che abbiamo e che attraverso le nostre modalità espressive che poi magari vedremo ci permette di interagire con gli altri e di mettere in comune le nostre idee, i nostri interessi, pensieri, e anche i nostri sentimenti, le nostre emozioni, quindi è veramente una competenza, appunto tra le competenze trasversali, tra le più importanti, tra le più decisive per determinare il nostro benessere.

Quindi è una cosa veramente importante comunicare, comunicare con gli altri, e ci sono tanti metodi di comunicare con le persone…

-Si, ci sono tanti modi, oggi infatti abbiamo tanti tipi di modalità diversi, abbiamo la comunicazione diretta, scritta, attraverso i social media, ma di fondo la comunicazione interpersonale diventa ed è ancora un territorio sul quale sperimentarsi, da esplorare, e da cercare di migliorare il più possibile, perché a parlare si parla, le cose le diciamo, credo che questo sia nelle abilità di base un po’ di tutti quanti noi, indipendentemente dal grado di istruzione, dal gruppo di lavoro, però è anche vero che poi per avere un efficacia comunicativa alcuni aspetti diventano indispensabili dire, indispensabili.

Tra i vari aspetti, ce ne puoi elencare qualcuno giusto per entrare meglio nell’argomento?

-Si, senz’altro dovremo tenere in considerazione ad esempio il fatto che la comunicazione vista come competenza, già ci porta ad una distinzione come competenza di alcune caratteristiche: ad esempio la competenza linguistica è il codice, il tipo di parola che usiamo per comunicare e ha una sua importanza come una competenza paralinguistica: la cadenza, la pronuncia, il timbro di voce, le pause che noi facciamo… un altro aspetto importante che struttura questa competenza comunicativa è per esempio la proselita: quando parliamo con gli altri in quale tipo di contatto siamo, quanta distanza o quanta vicinanza? Con quali altri comportamenti fisici accompagnamo la nostra comunicazione? Quindi appunto abbiamo detto comportamenti fisici, e si potrebbe parlare anche di competenza cinetica. I segni che facciamo con le braccia, con il nostro corpo, quella comunicazione definita non verbale, e poi il fatto che per esempio questi aspetti dovrebbero essere sviluppati nel modo più coerente possibile, in base al tipo di messaggio che noi vorremmo trasmettere. In ultimo una forma di consapevolezza che possiamo chiamare competenza socio-culturale, cioè rendersi conto del contesto in cui siamo, nel quale stiamo comunicando, che ruolo ho io, che ruolo ha l’altro, o gli altri, quindi ecco, questi ad esempio come vedi sono sei aspetti che ci fanno capire delle specificità diverse.

Una comunicazione quindi che non è soltanto verbale ma che può essere anche molto gestuale, ed in effetti è una caratteristica di noi italiani questa soprattutto.

-Si, senz’altro siamo famosi nel mondo per avere una grande abilità comunicativa proprio in questo senso, ma è un po’ tipico, l’espressione anche con il corpo è più tipica delle culture latine, siamo famosi per riuscire a farci capire un po’ dappertutto, in tutto il mondo, e probabilmente questo è un aspetto che si conosce poco, ma le persone di origine italiana, siamo tra i popoli più presenti in tutti i paesi del mondo. Siamo riusciti ad adattarci evidentemente bene, riusciamo a comunicare laddove noi poi invece abbiamo senz’altro qualche carenza a comprendere dal punto di vista del linguaggio, altre lingue di altre nazionalità di altri popoli… però noi con il non verbale, con i gesti, con questa modalità molto espressiva riusciamo a volte a sopperire a questa lacuna che abbiamo.

Ma che cos’è che influenza il modo di comunicare, la comunicazione con gli altri?

-Beh, la influenzano intanto il contesto sociale, ambientale, nel quale noi cresciamo, questo lo abbiamo anche appena spiegato e quindi sicuramente il tipo di comunicazione che abbiamo dipende molto dal contesto in cui siamo cresciuti, dal tipo di ambiente in cui cresciamo, e ad esempio da questo punto di vista l’Italia è il paese con infinità di lingue, perché anche le forme dialettali, di estensione della nostra lingua, in realtà portano a delle caratterizzazioni specifiche, e quindi già questo ci fa capire come ci possa essere una grande varietà di modalità, di stili comunicativi in base al contesto in cui siamo cresciuti. E poi anche il tipo di relazione che noi abbiamo con i nostri interlocutori. Può cambiare dal fatto che noi ci sentiamo in una forma di parità, o che ci poniamo in una comunicazione riferita al potere, ad un ruolo ad esempio, diverso nel lavoro a seconda delle responsabilità che abbiamo, oppure se abbiamo famigliarità col nostro interlocutore oppure se ci è estraneo, se abbiamo una certa qual grado di confidenza oppure di distacco, di freddezza. I ruoli tra i comunicanti sono senz’altro importanti. E poi un altro aspetto che influenza molto è quello che dicevamo all’inizio, il canale comunicativo. Se è un canale diretto, tecnologico, scritto, e anche questi sono aspetti che influenzano senz’altro la nostra capacità di comunicare.

Tra i canali più facili per comunicare, secondo me quello diretto dovrebbe essere quello che unisce di più le persone, tu che ne dici?

-Direi di si, perché il canale diretto interpersonale è il più variegato ed è quello che ci permette maggiore immediatezza ed è quello che ci permette di vedere che tipo di feedback ci ritorna dall’altra persona, perché dobbiamo considerare che i tipi di studi ormai si sono condizionati in questi ultimi decenni dopo molte tipologie, modalità di riflessioni sulla comunicazione, si sono portate tutta sulla comprensione dell’efficacia di un modello che viene così detto “interattivo”. Cioè c’è qualcuno che vuol dire qualcosa, c’è un messaggio che viene inviato all’altra persona che ascolta, quell’altra persona inevitabilmente ci da un feedback, e sulla base di quel feedback noi riusciamo a strutturare il proseguo della nostra comunicazione. E quindi questo aspetto di contenere nella comunicazione interpersonale in modo molto completo direi, da un lato il contenuto, cioè quello che vogliamo dire, e dall’altro la relazione che abbiamo col nostro interlocutore, è un aspetto che sicuramente nel rapporto interpersonale diventa molto più evidente e ci allena molto ad adeguarci noi e a riuscire anche a cogliere dove non siamo così efficaci e perché.

Effettivamente si, perché tante volte capita magari di voler comunicare con una persona, ma l’altra persona magari non riesce a recepire, magari non vuole ascoltare… in quel caso come bisogna comportarsi per riuscire ad entrare, a farsi capire?

-Ad esempio sai, un aspetto molto importante è cercare di parlare il linguaggio del nostro interlocutore, perché a volte non ci ascolta non perché non ha interesse, se fosse questo aspetto è importante e necessario capire se l’argomento che noi stiamo proponendo riveste per lui un certo interesse e stimolarlo a questo aspetto, ma senz’altro per esempio tutti quanti noi abbiamo prevalentemente un idea, un canale di percezione prioritario rispetto alla comunicazione, che può essere per alcuni più visivo, perché magari riflettono, ragionano di più per immagini… per qualcun altro può essere invece per di più uditivo, nel senso che sono delle persone che ragionano un po’ di più attraverso l’ascolto, oppure una terza via potrebbe essere quella di essere più sensibili all’utilizzo di un canale cenestesico, e quindi percettivo, un po’ sensoriale, emozionale, ed allora se noi ci troviamo di fronte magari ad un interlocutore e vogliamo essere efficaci, sarebbe una buona cosa cercare di comprendere qual è il tipo di canale che questa persona utilizza nella sua comunicazione, per trovare un modo di sintonizzarsi sulla sua frequenza potremo dire. E questo si capisce da vari aspetti, uno dei più semplici è quello di capire, di stare attenti alle parole che utilizza…

Bisogna essere sempre un po’ psicologi con le altre persone…

-Diciamo che dovremo cercare di essere attenti a comprendere meglio il tipo di messaggio che ci arriva, perché di solito si sta troppo concentrati su quello che vogliamo dire noi, e poco concentrati su quello che ci stanno ponendo gli altri sostanzialmente. Ma gli altri nel risponderci, oltre che a darci il loro feedback sul contenuto e mostrandoci la loro modalità di relazione, ci dicono anche loro qualcosa di se stessi, ed ecco che se vogliamo trovare un punto di sintonia, sarebbe buona regola trovare questa sintonia, questo metterci sulla stessa lunghezza d’onda potremo dire. Se una persona utilizza ad esempio verbi, parole che hanno a che vedere con le immagini: guardare, vedere, allora è probabile che sia una persona che tendenzialmente ha un approccio, un modello del mondo visivo. Se voglio essere efficace con lei è preferibile che la richiami ed utilizzi questo tipo di parole ad esempio, piuttosto che “ascoltami”. Sono proprio delle capacità che bisogna affinare e allenare.

Per quanto riguarda invece le forme di comunicazioni scritte, che sono un po’ più difficili diciamo rispetto a quelle dirette, personali?

-Oggi attraverso la comunicazione anche tecnologica ma non solo, perché lo scritto ci porta anche ad una modalità che spesso è utilizzata nel lavoro per passare informazioni, indicazioni… ecco rispetto a quello l’utilizzo delle parole giuste e della semplicità di linguaggio a maggior ragione diventa importante, senz’altro più utile cercare di comunicare anche per iscritto in modo concreto, conciso, di chiedere un punto di vista all’altra parte, porre una domanda, e così cercare di avvicinarsi a quello che accade anche nella comunicazione interpersonale. Diverso è invece ad esempio se vogliamo esprimere qualcosa di più nostro, intimo, personale, così anche più emozionalmente coinvolgente, così anche lo scrivere in modo più ampio, lasciando un po’ andare anche la penna sul foglio, oppure i caratteri sulla tastiera se lo scriviamo al computer, ci può dare una forma di ampiezza, di completezza comunicativa molto interessante. Ad esempio in ambito formativo, nei corsi di comunicazione che tengo sull’intelligenza emotiva, sulle competenze trasversali vengono alternate ad esempio queste modalità: l’espressione diretta, l’espressione scritta, e anche questo tipo di aspetto quindi aiuta a prendere, a sistemare un po’ un registro comunicativo che poi ci ritorna molto ultile nella nostra quotidianità

Poi anche in questo caso dipende dai feedback che si ricevono dall’altra parte e un po’ alla volta si può anche imparare magari a correggere il tiro…

-Si, questo è importante, perché ci sono alcune disfunzioni comunicative direi, alcuni problemi, che sarebbe bene cercare di evitare

Ci sono degli esercizi in questo caso per imparare a comunicare meglio con gli altri Damiano?

-Sai, ci ho pensato, per oggi a questo aspetto dell’esercizio. Mi verrebbe da dire in modo molto pratico, di stimolare i nostri ascoltatori a comunicare in un modo migliore, più efficace, soprattutto più che farne una qualche riflessione scritta, però pensando a questo aspetto dinamico che sarebbe molto utile, pensavo che potrebbe essere interessante dare alcune caratteristiche direi abbastanza pratiche ed essenziali, per avere una comunicazione più efficace. Sono sette aspetti che ci aiuterebbero a riflettere sulla nostra modalità di comunicazione e cercare quindi per ognuno di portare all’attenzione nei prossimi tempi quando comunichiamo con gli altri su questi aspetti, che ne dici?

Assolutamente d’accordo, anzi sono curioso di conoscere questi aspetti per poi anche riuscire a metterli in pratica, perché effettivamente ho notato una cosa: anche noi ci occupiamo di comunicazione ma non se ne sa mai abbastanza, non si sa mai come recepiscono le altre persone quello che diciamo alla fine…

-Qualche filosofo lo chiama il grande gioco infinito della comunicazione, proprio perché è quasi una modalità con la quale noi giochiamo la vita, interagiamo con gli altri, però è anche infinito, perché cambia continuamente ed è un abilità che anche poi tra l’altro si consuma, come tante competenze. Nel senso che se noi per un certo periodo non siamo così efficaci, non abbiamo modalità di esprimerci, abbiamo poche occasioni di farlo, ci richiudiamo un po’ in noi stessi, perdiamo un po’ anche questo tipo di abilità, ed ecco quindi che come dicevi tu è importante continuare a farlo e cercare di migliorarsi continuamente.

Bisogna sempre tenersi allenati quindi…

-Sempre, sempre tenersi allenati. Il primo punto, la prima caratteristica è ad esempio la completezza della nostra comunicazione. Nel senso che se vogliamo avere efficacia sarebbe bene che quello che noi vogliamo dire, comunicare all’altra persona, sia in qualche modo abbastanza completo, che contenga quegli elementi che permettono al nostro interlocutore di capire bene di che cosa stiamo parlando. La completezza è il primo aspetto per avere una comunicazione efficace. Poi il secondo, che va proprio a limitare che nella completezza non diventiamo troppo estesi, è il fatto di essere concisi. E’ preferibile utilizzare frasi brevi, messaggi concisi, verificare il feedback dell’altra persona, magari facendo una domanda, piuttosto che partire con un sermone chilometrico… ti dico, ti racconto… che poi non si sa più se è uno sfogo, se è una comunicazione, che cosa diventa… quindi completezza ed essere concisi. Il terzo aspetto è la considerazione. Cioè il punto di vista degli altri nel momento in cui comunichiamo non è che possiamo non considerarlo. Dovremo quindi stare attenti alle necessità del nostro interlocutore e tenere conto che c’è anche lui nella nostra dinamica comunicativa. E quindi magari coinvolgerlo, verificare quanto il tema gli interessa, cercare di adeguarci all’altro, in modo che non andiamo verso una comunicazione unidirezionale, ma una comunicazione bi direzionale. Il quarto aspetto è la concretezza. Cioè un comunicazione efficace è efficace anche se è concreta, cioè se parla di cose che quindi nello stimolare anche l’altro ritrovano poi una ricaduta, una qualche ripercussione pratica… questo ovviamente se stiamo parlando di una comunicazione tra persone, per esempio nel lavoro, in famiglia, con gli amici, anche questo aspetto è molto interessante che a volte diamo un po’ per scontato. Si parla del più e del meno e poi tutto sommato si rimane con quella sensazione del si.. va beh… però… probabilmente questa comunicazione era poco concreta. Un quinto aspetto che a me piace in particolare perché lo trovo un aspetto semplice che però vedo ha un enorme impatto sulle persone: la cortesia. Cioè per comunicare in modo efficace è utile cercare di avere col nostro interlocutore una conversazione che si sviluppi in un clima per quanto possibile di serenità, per quanto possibile anche se a volte ci capita che le condizioni non lo permettono, però per quanto possibile in una forma di attenzione, di cortesia, di educazione direi del nostro modo di comunicare. Siamo troppo abituati anche dai media ad una informazione, comunicazione gridata, urlata, dove si sovrappongono gli interlocutori, parlano in dieci e nessuno ascolta l’altro, però questo non è che la renda così efficace, forse è efficace per l’audience televisivo, però se ci abituiamo nella nostra quotidianità a questo stile non ci aiuta. E siamo quasi alla fine, poi un altro aspetto importante è la chiarezza Andrea, che quello che diciamo sia chiaro, che enfatizzi l’importanza di quello che stiamo dicendo, ma che usi anche dei termini appropriati. A me capita spesso quando tengo i corsi che hai di fronte magari persone che provengono da vari contesti, da varie situazioni diverse e ti devi mettere come una forma di emittente che deve cercare di adeguare i termini che utilizza all’interlocutore. Quindi questo aspetto è molto importante. E ultimo è la correttezza. Nel senso che comunque effettivamente usare delle parole che siano coerenti nel senso a quello che vogliamo dire, che ci sia quindi la correttezza nel senso potremo tradurlo anche nel senso di coerenza, tra quello che io voglio spiegare e quello che è il contesto. Se voglio parlare con una persona di un aspetto intimo, personale, perché ritengo di avere bisogno di esprimerle qualcosa, così di emozionalmente anche coinvolgente e magari lo faccio in un contesto frenetico, al bar, oppure al supermercato perché trovo l’amico eccetera… non è detto per esempio che questo sia il momento più adatto per cercare di avere l’idea di una forma di coerenza.

Quindi questi sono i vari aspetti da tenere sempre bene a mente quando si comunica con le persone.

-Si, per essere efficaci: completezza, essere concici, considerare l’altro, concretezza, cortesia, essere chiari ed avere una forma di correttezza, di coerenza.

Abbiamo visto quindi che comunicare è una cosa naturale ma non è proprio una cosa facilissima

-No, non è facilissima diciamo nel momento in cui vogliamo essere efficaci. A parlare si parla tutti, credo che ci si capisca mediamente molto, tutti quanti noi cresciuti ormai in una società della comunicazione, abbiamo senz’altro competenze di comunicazione di base molto forti, migliori senz’altro di quello che potevano avere i nostri genitori, i nostri nonni, però poi bisogna vedere quanto riusciamo ad essere efficaci con la nostra comunicazione e quindi efficaci anche con noi stessi, perché quando poi comunichiamo agli altri, le prime due orecchie che sentono quello che diciamo agli altri sono le nostre…

 

BRANO EROS RAMAZZOTTI – PARLA CON ME.

 

PODCAST: L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

In attesa della 10^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 02 Febbraio dal titolo “COMUNICAZIONE”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Si parte anche questa settimana con una nuova puntata di Formazione Amica, siamo pronti per cominciare ed intanto ben trovato a Damiano Frasson.

-Ciao Andrea, bentrovati a tutti gli ascoltatori.

Si riparte anche questa settimana quindi per parlare di Formazione Amica. Devo dire che anche in questo caso l’argomento sicuramente interessa tutti noi, perché è un argomento che viviamo tutti i giorni, perché tutti i giorni siamo in contatto con le altre persone…

-Si, siamo in contatto con le altre persone, in ogni momento della nostra quotidianità, come è nello stile, nello spirito di questo nostro percorso che abbiamo ideato insieme, quello di aiutare le persone ad avere qualche spunto proprio per interpretare situazioni, comportamenti, che noi viviamo nella nostra quotidianità e che hanno anche però una valenza, un importanza molto significativa, sulla quale può essere utile fare delle riflessioni.

Assolutamente, quindi oggi parliamo dell’importanza delle relazioni.

-Si, esatto, oggi vorremo parlare proprio dell’importanza delle relazioni che hanno le persone tra di loro, solitamente si traduce questo anche con qualcosa che riguarda la comunicazione interpersonale, e in effetti abbiamo ricevuto anche sollecitazioni per alcune puntate che riguardano la comunicazione, il rapporto con gli altri… qualcosa abbiamo già detto e nelle prossime settimane senz’altro lo faremo, ma le relazioni rivestono un importanza direi strategica particolare, perché la relazione si riferisce ad un rapporto che noi abbiamo con una o più persone, e si basa su diversi aspetti, perché noi possiamo avere delle relazioni legate all’aspetto parentale, quindi famigliare, poi sviluppiamo anche delle relazioni legate ai nostri sentimenti, stati d’animo, poi abbiamo anche relazioni che noi sviluppiamo riguardo ai nostri interessi, quindi condividiamo con altri aspetti del nostro tempo libero, dello sport, della politica, del volontariato, dello stare insieme, e quindi instauriamo relazioni che poi si caratterizzano anche in base ai contesti nei quali noi ci esprimiamo. Per esempio interessi professionali, nel mondo del lavoro, dove passiamo molto tempo della nostra quotidianità, quindi le relazioni sono in un certo senso quella caratterizzazione del valore del rapporto che noi instauriamo con gli altri a seconda dei contesti nei quali ci coinvolgiamo.

Praticamente coinvolgono ogni aspetto della nostra vita e praticamente ogni ora direi, perché in ogni caso ci stiamo sempre relazionando con gli altri alla fin fine…

-Si, ci relazioniamo sempre con gli altri: già Aristotele lo disse, l’uomo è un animale sociale e quindi per definizione l’essere umano vive relazioni sostanzialmente per due motivi di fondo: perché ha il desiderio di vivere in armonia con le altre persone, anche se a volte questo non sembra, ma l’idea filosofica di fondo è di vivere con gli altri in modo armonico e positivo, condividendo attività, idee, pensieri e i propri comportamenti. L’altro aspetto è proprio nella natura, la socializzazione, quindi è un po’ quella tendenza che noi abbiamo a vivere in modo il più esplicito o meno la nostra capacità di realizzare, è abbastanza facile capire che tendenzialmente c’è qualche persona che può essere più introversa o più estroversa, qualcuna che è più orientata un po’ a se stessa, qualcun’altra che è più orientata alla società o alla comunità.

Anche li ci sono diverse tipi di persone, diversi tipi di personalità e diversi tipi di persone anche, perché poi si instaurano anche a differenza delle persone diversi tipi di relazioni, magari si è più attaccati a delle persone rispetto ad altre anche.

-Questo senz’altro, perché poi noi impariamo anche in un certo senso proprio attraverso la valorizzazione, quindi una forma di autoriflessione legata al picco di soddisfazione potremo dire, di beneficio, di benessere che noi percepiamo nel rapporto con gli altri, e in realtà ci attacchiamo anche, quindi potremo dire a volte ci affezioniamo alle persone in modo diverso, e questo pensa Andrea fin da quando siamo bambini, perché in realtà questo concetto di attaccamento, che è proprio l’origine in un certo sento della relazione, è presente fin da quando siamo piccoli, da neonati. Ci attacchiamo innanzitutto alla mamma ovviamente, e pian piano anche ad altre figure che per noi diventano fondamentali, dall’orientamento in poi alla crescita finchè non diventiamo autonomi, indipendenti.Infatti per quanto riguarda l’attaccamento possiamo avere per esempio dei bambini che crescono in modo abbastanza sicuro, perché instaurano una relazione armonica, equilibrata, cooperativa con la madre o con le altre figure affettive, oppure potremo avere dei bambini un po’ insicuri, che hanno quindi una relazione un po’ ansiosa magari con il genitore o con la madre, e bambini che sono insicuri ma che sono resistenti, quindi questi sono bambini che sviluppano una tendenza alla relazione un po’ forte, un po’ a volte in parte aggressiva o in parte distaccata, e questo poi ci fa già capire che per come ognuno di noi ha imparato, ha vissuto, in modo anche spontaneo, i primi quattro, cinque, sei, sette anni della nostra vita con le figure di riferimento, incide anche, da una forma di imprinting, di idea generale di come poi tendiamo a vivere le nostre relazioni con gli altri.

Quindi parte tutto fin da tenera età in base anche ai caratteri delle persone…

-Si, parte in tenera età, l’aspetto educativo sicuramente incide e il tipo di relazione che un bambino ha con la figura di riferimento in primis la madre, ancora negli ultimi due, tre mesi prima di venire al mondo, e poi quando nasciamo con la madre prima e poi con le figure di riferimento: genitoriali, il padre e anche con poi le altre persone con cui dividiamo gradualmente un po’ la nostra, il nostro bisogno di attaccarci a qualcuno che ci dia quella sicurezza che da piccoli noi abbiamo.

E’ arrivata una domanda da parte di Sonia che dice: se la relazione madre-figlio è staccata, contribuisce a creare un adulto che può avere difficoltà ad instaurare relazioni durature da adulti?

-Beh, diciamo che il fatto che ci sia una forma di distacco tra un figlio e una madre, o non così affettivamente legato, questo può in parte incidere sicuramente nel fatto che poi da adulti si abbia un po’ una difficoltà di relazione. Potremo dire che se non sviluppiamo il coraggio di avere una relazione con le persone che dovrebbero darci maggior stabilità e sicurezza, ovviamente da adulti vediamo con maggior difficoltà questi che “sono ancora più estranei…”

Damiano, noi sappiamo bene però che per stare bene con gli altri, dobbiamo prima di tutto stare bene con noi stessi: anche in ambito relazionale?

-Si, anche in ambito relazionale, assolutamente, infatti stavamo parlando di come noi approcciamo un rapporto con gli altri e questo deriva anche da una capacità che noi acquisiamo e che sviluppiamo, diventando adulti, per così dire dobbiamo avere una relazione anche con noi stessi, e quindi una buona conoscenza di noi stessi per cercare poi nella comunicazione, nel rapporto con gli altri di sviluppare quelle gestioni, quei rapporti, quelle relazioni che ci permettono come abbiamo detto qualche puntata fa parlando di autostima di avere anche una forma di apprezzamento, di comprendere il valore che noi diamo a noi stessi ma anche quello, il feedback che gli altri esprimono verso di noi e che nutre anche la nostra autostima. Quindi direi che quando parliamo di relazioni non dobbiamo dimenticarcelo, è utile non pensare soltanto all’altro, al rapporto che io ho con l’altro, ma partire anche dal proprio percorso di crescita personale, di conoscenza di se, siamo sempre in relazione con noi stessi al minimo diciamo… al minimo noi siamo sempre in relazione con noi stessi: con i nostri pensieri, con le nostre sensazioni, con i nostri stati d’animo, e quindi poi è da questo che noi partiamo per instaurare i rapporti con le altre persone. Qundi anche da adulti, come abbiamo detto per i bambini possiamo essere più o meno autonomi nella gestione delle relazioni, possiamo essere preoccupati dalla relazione, o possiamo anche vivere la relazione con una forma un po’ così di distacco o di difficoltà, ecco.

Io so che poi in questi ultimi anni in particolar modo la tecnologia ha cambiato in qualche modo anche il metodo di relazionarci con gli altri, qui mi viene in mente in modo particolare il mondo dei social network.

-Si, questo senz’altro cambiamento dell’avvento delle tecnologie che ormai è iniziato da una trentina d’anni a questa parte sta trasformando direi in profondità anche l’approccio che le persone hanno con le relazioni o con le modalità comuninicative. Ci sono due grandi categorie potremo dire di relazioni tra le persone: quelle dirette e quelle che oggi potremo dire immediate da tecnologia, e un tempo si vivevamo prevalentemente quelle dirette. Poi piano piano con l’avvento delle tecnologie, della televisione, della radio, nel secolo scorso e in ultimo aspetto quello dei social media, senz’altro questo ha creato delle molte opzioni in più che noi abbiamo a disposizione, però anche la difficoltà di distinguere un po’ i contesti, perché hanno senz’altro delle similitudini per certi versi, però diciamo che siamo un po’ pervasi da queste nuove tecnologie, quindi si rischia di assumere tendenzialmente comportamenti tipici dell’utilizzo tecnologico anche nelle relazioni dirette, e questo non è magari così positivo.

In effetti no, perché poi insomma bisogna un attimo imparare anche a scindere tra i vari tipi di relazione, quelle dirette sono decisamente tutta un’altra cosa rispetto a quelle che ci sono sui social.

-Si, le relazioni dirette hanno mote caratteristiche che sono tipiche proprio nella relazione, direi che nei social si sono creati dei contesti che hanno preso spunto da alcuni comportamenti di base che le persone hanno nella loro vita diretta. Cioè, io e te magari Andrea ci ritroviamo in un posto, siamo andati a fare magari una domenica una passeggiata magari con la famiglia, ci troviamo in un bel posto e cosa diciamo quindi: “Guarda che bel posto, ti piace?” Si, mi piace. Ecco quindi che ogni volta che noi in facebook ogni volta schiacciamo mi piace, andiamo semplicemente ad attribuire un comportamento che è tipico anche dei rapporti interpersonali e andiamo a dare una forma di valorizzazione a quel post, quel commento o anche a quella persona, però poi non è detto che perché una persona ha tantissimi mi piace, effettivamente poi abbia sviluppato una sua interazione con le persone con le quali si è messo in relazione attraverso lo strumento. Sarebbe buona cosa, come molti studiosi di un certo livello e di una certa competenza esprimono, utilizzare i social più verosimilmente come viviamo le relazioni nella nostra quotidianità. Quindi è inutile avere magari tanti amici, non si sa neanche chi sono, non gli abbiamo neanche mai stretto la mano… ok… però per dire, ci sono tutte queste caratterizzazioni che iniziano a mettere un po’ anche in discussione le modalità relazionali delle persone.

E’ vero, a volte poi si esagera nel loro utilizzo, come sempre bisogna usare come diciamo spesso anche moderazione, perché poi non si riesce più a capire la realtà da quello poi può essere anche finzione, perché spesso dietro ai social troviamo persone che magari non sono quello che sembrano.

-Si, diciamo che nel rapporto interpersonale quando si incontra qualcuno di sconosciuto ci sono tutta una serie di strategie che ci mettono in funzione di poter verificare la realtà di cio che abbiamo di fronte, del rapporto che abbiamo con l’altra persona, di proseguire, di sottrarsi o meno a questo. Attraverso lo strumento tecnologico c’è una mediazione che interviene e questa mediazione può anche favorire per certi versi una falsificazione della realtà del nostro interlocutore, e infatti io pensando a come avremo potuto affrontare questo tema, mi sono fatto anch’io delle domande e ne giro qualcuna ai nostri ascoltatori, perché è utile riflettere: quindi per esempio potremo chiederci quale tipo di soddisfazione ai nostri bisogni troviamo nei rapporti diretti che abbiamo con le persone? E quale tipo di soddisfazione invece troviamo in quelli mediati. Quindi già questo ci permette di riflettere sul fatto che a contesti diversi vanno, dovrebbero andare a rispondere le nostre esigenze diverse. Quanto rischiamo di perdere il bisogno di relazionarci a tu per tu con gli altri delegando continuamente all’aspetto tecnologico la maggior parte delle nostre ammirazioni? Questi strumenti, come dicevamo poco fa, ci aiutano o ci danno qualche difficoltà nel migliorare le nostre relazioni interpersonali? In realtà sono io che gestisco le mie relazioni interpersonali con gli altri, o sono gestito dagli altri o dagli strumenti che avrei a disposizione? Una riflessione un po’ ampia ma la gestione delle relazioni umane parte proprio da questa idea, la capacità di avere consapevolezza di sapere la nostra dinamica comunicativa, relazionale con il mondo, con gli altri.

Nel frattempo Damiano è arrivata un’altra domanda da parte di Sonia proprio sul comportamento relazionale e chiede: come gestire una relazione in cui uno si impone sull’altra persona?

-Questa è una domanda interessante e diciamo che sarebbe una buona norma quella di non imporsi nei rapporti interpersonali. Nel caso in cui abbiamo la sensazione o anche effettivamente una condizione in cui un’altra persona tende ad imporre le proprie idee, le proprie convinzioni su di noi, diciamo che noi dovremo avere un attenzione a cercare di rendere evidente, di rendere esplicita questa nostra difficoltà, disagio, all’altra persona, e qual’ora questa situazione relazionale rimanga nei canoni per così dire dell’accettabilità probabilmente può essere utile trovare qualche punto di incontro e cercare di far capire che questa relazione provoca su di noi e su questa persona una forma di disagio, quindi richiedere una modalità diversa. Nel momento in cui questa situazione superi i canoni dell’accettabilità, in quel caso è necessario magari prendere un appuntamento con un esperto, con una persona, per cercare di affrontare questa situazione relazionale che crea delle difficoltà.

Quindi in questo caso farsi aiutare anche diciamo che può servire.

-Si, può servire farsi aiutare, perché noi dovremo cercare di non sviluppare questo tipo di relazioni, di prevaricazione, ma è anche vero che a volte le subiamo noi altri. Visto che come detto la relazione si fonda anche su un attaccamento, su una qualche forma di profondità relazionale, dipende dall’importanza della persona con cui abbiamo la relazione e di che cosa dobbiamo considerare, che cosa c’è in ballo.

Damiano, c’è anche qualche esercitazione che ci può aiutare a scoprire poi l’importanza delle relazioni con le altre persone che frequentiamo?

-SI, possiamo fare moltissime riflessioni interessanti e cercare di esercitarci alla valutazione di questa importante criterio, delle nostre capacità comunicative. Come al solito diciamo che possiamo prevedere un piccolo schemino che ci aiuta in questo senso proprio perché ci può impegnare una decina di minuti. Magari potremo prendere il solito nostro foglio e in questo caso lo potremo dividere in quattro colonne in verticale. Nella prima a sinistra potremo fare un breve elenco delle persone con le quali io mi sento in relazione in questo momento della mia vita. Poi nella colonna di fianco, ad ogni situazione relazionale che abbiamo indicato, potremo andare a darci una scala, mettendo una valutazione su una scala da uno a dieci, di quanto è importante ognuna di queste relazioni che abbiamo con le altre persone. Il secondo step quindi è quello di fare un auto valutazione dell’importanza che riveste quella relazione che noi abbiamo. Quindi ci troveremo una seconda colonna con tutta una serie di auto valutazioni. Nella terza colonna invece potrei riflettere facendo sempre una scala da uno a dieci, su quanto crediamo sia importante per queste persone essere in relazione con noi. Quindi facciamo anche una valutazione ipotetica, probabilmente abbiamo motivi, situazioni, per saperlo dire, di quanto possa essere importante per loro essere in rapporto con noi. Alla fine nella quarta colonna, potremo farci una lista di priorità delle relazioni che sentiamo come più importanti e altre meno, quindi non so: abbiamo un elenco di venti persone con le quali ci sentiamo in relazione in qualche modo, abbiamo fatto di questo elenco un auto valutazione su quanto importanti sono per noi e quanto importanti siano, per queste persone, essere in relazione con noi, e alla fine ci facciamo per così dire una lista di priorità e potremo così scoprire a quali magari possiamo dedicare un po’ di tempo in più, una qualche attenzione in più, e quale magari delle venti tutto sommato, o perché la situazione relazionale è anche mediamente positiva, o perché poi scopriamo che c’è qualche situazione relazionale che può anche non attrarre tutte le nostre energie, tutte le nostre attenzioni… questa mi sembra una riflessione concreta che ci aiuta a qualificare le nostre relazioni e anche a farne una forma di auto valutazione.

BRANO: UN FILO DI SETA NEGLI ABISSI di Elisa

PODCAST: AFFRONTARE IL CAMBIAMENTO

In attesa della 9^ puntata di FORMAZIONE AMICA di lunedì 26 Gennaio dal titolo “Gestire le relazioni interpresonali”, vi riportiamo qui di seguito il Podcast della scorsa puntata.

Si ritorna anche oggi con il nostro appuntamento settimanale con Formazione Amica, ben ritrovati da Andrea Collalto, ben ritrovato a Damiano Frasson!

-Ciao Andrea, buon giorno a tutti i nostri ascoltatori, ben ritrovati a tutti.

Questa è l’ottava puntata di Formazione Amica e prosegue quello che è il nostro viaggio un po’ anche all’interno di noi stessi per motivarci ed affrontare al meglio le cose della vita. Anche il tema di oggi devo dire è di quelli importanti perché lo viviamo giorno dopo giorno praticamente Damiano.

-Si, lo hai già in parte introdotto ed è un po’ quello che viviamo tutti i giorni nella nostra quotidianità. Oggi volevamo proporre ai nostri ascoltatori un tema molto significativo e molto sentito da un po’ di tempo: affrontare il cambiamento.

Un bel tema anche perché effettivamente in questi ultimi anni possiamo dire “un po’ si vive alla giornata” e si affrontano i cambiamenti veramente giorno dopo giorno.

-Senz’altro si, i cambiamenti sono diventati una costante della nostra quotidianità, ma diciamo che è interessante fare qualche riflessione su questo tema, perché a volte nell’interpretare il cambiamento rischiamo anche di crearci qualche difficoltà in più perché magari vorremo evitarlo, ed evitarlo è praticamente impossibile. Quindi pensavamo di fare qualche riflessione su questo tema che è interessante.

Più che evitarlo bisogna proprio affrontarlo giorno dopo giorno e un po’ magari avere la forza di portare le cose a nostro favore possiamo dire…

-Si, questo è un concetto senz’altro che noi dimentichiamo a volte quando ci troviamo in un momento di difficoltà e lo associamo al concetto di difficoltà oppure alla parola crisi, perché ci cambiano le condizioni che noi pensavamo, si rompe quella staticità, quella tranquillità alla quale ci eravamo abituati, ed ecco allora che in questo senso può essere interessante ricordare che il cambiamento oltre ad essere una condizione della vita in natura, il cambiamento è naturale per definizione, perché significa tutto cio che noi dobbiamo vivere continuamente. Cambiare in natura. Non potrebbe essere così se non ci fosse il cambiamento, quindi è una cosa estremamente naturale e noi a volte non la interpretiamo in modo corretto. E allora ci può aiutare ricordare che appunto come dicevo poco fa, in antichità per i greci la parola cambiamento aveva chiaramente il significato di crisi, era definita così e nel significato di crisi c’era sia il concetto di pericolo, che il concetto di decisione, e quindi questo ci aiuta a ricordare che quando siamo di fronte ad un cambiamento sentiamo in un certo senso il pericolo, il timore, il disagio, la novità, l’ignoto che si avvicina a noi, non sappiamo a che cosa andremo incontro ed ecco che però questo ci stimola anche all’idea che dobbiamo prendere una qualche decisione. Quantomeno quella di affrontarlo questo cambiamento è già una decisione importante e significativa. Per versi diversi, nell’antichità ma ancora oggi con l’ideogramma cinese che viene utilizzato per rappresentare questa parola, questo termine, è rappresentato proprio come un doppio disegno che ci indica sia pericolo che opportunità. Quindi ecco che come dicevi tu, portare le cose a nostro favore significa cercare di interpretare il cambiamento, cercando anche di vedere, esplorare, quali opportunità questo cambiamento può portare nella nostra vita, non soltanto ai disagi e alle difficoltà.

Cosa chiaramente non semplice, ci vuole molta forza all’interno di noi stessi ovviamente per affrontarle e vedere il lato positivo tante volte.

-Si, ci vuole forza senz’altro, però Andrea bisogna dire che ci vuole anche un po’ di metodo, un po’ di criterio, cioè il cambiamento a volte è immediato, a volte siamo costretti dalle condizioni, quindi è repentino, però come dicevi tu in esordio di questo incontro, non è che il cambiamento per così dire ci porta per forza a subire delle condizioni e allora noi siccome le subiamo tutti i giorni, i cambiamenti avvengono intorno a noi anche alla nostra insaputa o senza che noi possiamo esserne molto partecipi e allora comincio a vivere alla giornata solo perché tanto non vale la pena pianificare o progettare… diciamo che sicuramente i tempi si sono ristretti in senso alla nostra possibilità di intervento, però se riusciamo ad entrare nell’associazione della logica che è naturale, che significa movimento, che significa anche energia e che è proprio l’esatto contrario di una staticità che poi porta ad una mancanza alla lunga di energia, ecco che allora ci può aiutare a mantenerci attivi anche mentalmente come riflessioni e come motivazioni rispetto all’idea di dire: bene, accetto questo cambiamento, cosa dovrò affrontare? Mi costerà delle difficoltà, ma potrebbe portarmi anche dei vantaggi, quali obbiettivi posso cercare di vedere, di definire all’interno di questo momento di cambiamento, in quarto tempo dovrò gestire, o per quanto tempo dovrò gestire questo cambiamento, perché anche l’idea di affrontare un cambiamento e di risolverlo in quattro e quattr’otto è abbastanza complesso… se è una cosa molto importante difficilmente di solito si risolve in un quattro e quattr’otto, c’è bisogno di una peculiarità e quindi anche di una forma di progettualità per affrontare il cambiamento.

Quindi un po’ pianificare la nostra vita e non rinunciare mai a sognare possiamo dire.

-Non rinunciare mai a sognare come abbiamo detto anche qualche incontro fa, quando parlavamo della consapevolezza, quando parlavamo degli obbiettivi delle nostre motivazioni… direi che probabilmente questo grande cambiamento globale che stiamo vivendo, in questa che viene chiamata società liquida, che è iniziata diciamo tra la fine degli anni 90 e il passaggio al nuovo millennio, è un cambiamento molto importante, molto grande, collettivo, che implica tanti aspetti, tanti fattori, quindi è difficile anche dire: tra un annetto o due le cose sono sistemate e poi si riprende… sarà più uguale a se stesso, è un cambiamento epocale, la storia ci insegna che i cambiamenti epocali sono soprattutto a livello sociale, culturale, anche economico, finanziario, di lavoro, di vita, hanno coinvolto il genere umano per alcuni decenni e penso anche per un paio di secoli in qualche occasione, quindi diciamo che siamo sicuramente sollecitati in modo molto forte, però è utile avere anche la dimensione della possibilità di intervenire in tutto questo, ecco.

Ci vogliono anche gli approcci giusti quando arrivano i cambiamenti quindi.

-Si, ci vogliono degli approcci corretti. Diciamo che ci sono degli approcci di fondo: c’è quello difensivo, che è il primo che scatta direi, proprio un meccanismo di difesa che tutti noi abbiamo di fronte al cambiamento, ci teniamo a difendere le nostre abitudini, tendiamo a pensare al passato, ci lamentiamo, non vorremo questo cambiamento, perché magari avviene in momenti in cui siamo impegnati su qualcos’altro, è naturale, però rimanere fermi nella prima modalità di affrontare il cambiamento, quindi difensiva ci porta alla lunga a rimanere statici, a rimanere anche lenti e a consumare piano piano tutte le nostre energie fisiche, mentali, emotive, ma anche economiche, anche semplicemente solo per esistere. Però alla lunga poi non generiamo altri sviluppi. Poi c’è il secondo approccio, molto importante, che è quello di esplorare. Se è difensivo può essere un automatismo, la modalità di esplorarlo che a qualcuno magari viene anche in modo abbastanza istintivo perché ha una forma di preparazione o di predisposizione in merito al cambiamento, è già abituato a gestirne tanti e quindi è allenato, però se anche viene dopo viene dopo la prima modalità difensiva, la modalità esplorativa è proprio quella che ci porta ad esplorare le opportunità, a cercare di capire quali aspetti della nostra vita coinvolge questo cambiamento, ci aiuta a pensare a quali opportunità ci potrebbero essere, a quali abitudini di vita spesso noi dobbiamo andare incontro, che tipo di cambiamento c’è delle nostre abitudini. Nella mia esperienza nell’ambito della formazione, della consulenza, ho potuto notare che la persona risponde al cambiamento spesso si intimorisce pensando che deve buttare via tutto e ricominciare di nuovo, ma in realtà poi, ci sono tantissimi piccoli cambiamenti che intervengono anche nel breve periodo, direi settimanalmente, mensilmente che concorrono tutti a farci fare qualche continua variazione alle nostre abitudini. E’ chiaro che se noi rimaniamo molto trincerati, statici, fermi, rispetto ad un cambiamento che viviamo intorno a noi, poi quando ci troviamo a dover cambiare allora si, in quel caso rischiamo di dover mettere tutto sottosopra.

Diventa uno shock

-Allora diventa uno shock, infatti si parla anche di shock del cambiamento, quando ci sono delle cose che effettivamente ristagnano ad un punto tale come stiamo vedendo anche a livello generale, in alcuni casi c’è lo shock perché qualche decisione drastica    deve essere presa per cambiare radicalmente l’approccio. Però quando noi ci troviamo nella nostra quotidianità, come persone a questo limite, allora li siamo di fronte ad un momento di grandissimo cambiamento, drastico anche a volte, che deve essere affrontato anche con calma, con riflessioni opportune…

Quindi bisogna studiare e pianificare, sono le due cose principali possiamo dire per affrontare il cambiamento.

-Senz’altro: conoscerlo, andarlo ad esplorare, cercare di riflettere su quali aspetti coinvolge della nostra vita e poi affrontarlo: subito è una specie di nemico, poi dovremo cercare di farcelo amico, perché come dicevi tu giustamente porti le cose un po’ a nostro favore, riuscendo magari in alcuni aspetti, in altri magari ci è più difficile. Ma queste difficoltà Andrea ci capitano perché ci sono anche delle barriere dobbiamo dire al cambiamento, delle caratteristiche, delle situazioni che noi viviamo e che ci ostacolano chiaramente nel nostro cambiamento.

Ogni tanto abbiamo dei blocchi emotivi che non ci fanno andare avanti…

-Si, ci sono per esempio delle barriere personali, appunto nelle quali possiamo vedere ad esempio la difficoltà emozionale di affrontare la situazione, e quindi ci sono per esempio tra le barriere personali le esperienze negative vissute in altre situazioni simili… quando noi andiamo ad affrontare un cambiamento senz’altro ci vengono in mente altre situazioni di cambiamento magari similari, dove le cose non sono andate bene e quindi anche nella prossima occasione ci viene il timore che le cose non funzionino bene. Abbiamo paura nei confronti del nuovo, del diverso, abbiamo anche una forma di ansietà per i possibili risultati che potremo rischiare di avere oppure non avere. Abbiamo un po’ la difficoltà di apprendimento, di cambiamento dell’organizzazione dei concetti, qualche abitudine negativa che abbiamo per esempio è un’altra barriera personale al cambiamento, perché ci affezioniamo al nostro modo di fare e tutti quanti noi tenderemo a riprodurre il più possibile cio che conosciamo meglio. Poi abbiamo difficoltà di comunicazione con gli altri, abbiamo difficoltà a mantenere un impegno iniziale e protrarlo per un lungo periodo, una difficoltà di gestione emozionale, come accennavi tu… ecco questi per esempio sono aspetti soggettivi, personali, che incidono molto sulla capacità poi di affrontare il cambiamento.

Ma ci sono dei sistemi anche per accorgersi che magari dovremo riuscire a cambiare un po’ per affrontare il cambiamento?

-Diciamo che per accorgersi che c’è un esigenza di cambiamento, solitamente c’è la difficoltà che noi sappiamo che le cose non procedono come noi vorremmo. Quindi nel momento in cui le nostre situazioni non procedono come noi vorremmo, quando siamo in difficoltà significa che sentiamo, anche se non ne siamo perfettamente consapevoli, e qui ci ricolleghiamo con la puntata di lunedì scorso parlando di consapevolezza, argomento fondamentale per affrontare il cambiamento, ecco anche se non ne siamo così consapevoli, ecco che questa cosa ci dice che dobbiamo affrontare un cambiamento. Quale sia questo cambiamento? Andando all’esplorazione, facendo delle riflessioni, valutazioni, fare delle ipotesi, sviluppare anche un po’ di creatività, ci permette di iniziare ad entrare in questa logica del cambiamento. Quindi quando le cose non vanno è un primo segnale che un qualche cambiamento è necessario farlo, o che c’è stato un grande cambiamento intorno a noi, significativo, e noi magari non ce ne siamo accorti, non lo abbiamo gestito, non ne siamo stati parte ed ecco allora che è successo che le cose sono già cambiate, come spesso accade a livello sociale più in generale, e alla fine possiamo solo dire: ok, e adesso io devo per forza adattarmi… Risposta: si, nel modo migliore possibile, con il minor danno personale possibile, perché sui cambiamenti che riguardano la nostra quotidianità possiamo intervenire noi, sui cambiamenti che riguardano più in generale gli aspetti sociali, sono cose che spesso escono dalla nostra possibilità di intervento diretto.

Chiaramente non si può avere il controllo su tutto ovviamente, però bisogna cercare di limitare i danni quando arrivano…

-Si, esatto, quindi limitare il danno significa anche capire quale parte di cambiamento fa a caso mio, sul quale io posso cercare di assecondarlo, di affrancarmi, di mettermi in un atteggiamento costruttivo e cercare di tirarne fuori qualche opportunità, e su alcune cose che necessariamente devo modificare perché se voglio continuare a vivere in quella condizione, devo vedere le cose in altro modo.

Damiano, ma ci sono degli esercizi per affrontare il cambiamento?

-Allora, di esercizi diciamo che tutti i giorni siamo in esercizio per affrontarlo direi e questo è un grande vantaggio a patto che noi riusciamo a vederlo un po’ con queste logiche di cui stiamo discutendo insieme, vederlo sempre come un opportunità. Avevo pensato ad un piccolo esercizio che potremo fare che ci porta a questo, però direi che prima di esercitarci come facciamo anche nei nostri corsi di formazione quando parliamo di una condizione incerta e quindi di cambiamento, perché anche un opportunità formativa ci aiuta ad affrontare poi una cosa diversa dall’abituale, quindi ci allena in questo senso, servono delle motivazioni per affrontare il cambiamento. E quindi è sempre importante mettere prima le motivazioni che ci spingono al cambiamento e alcune possono essere per esempio una sana ambizione personale, desiderare di migliorare, percepire la necessità di risolvere qualcosa, oppure modificare qualche abitudine che non ci porta frutti, che potremo definire come negativa, difficile, quindi allenarci ad avere la volontà la consapevolezza di allenarsi alla gestione del cambiamento, quanto meno man mano che lo incontriamo. Ecco che allora potrebbe esserci utile un esercizio come facciamo di solito Andrea, ci prendiamo una decina di minuti, prendiamo il nostro tipico foglio bianco sul quale appuntare delle riflessioni organizzate, dividiamo il foglio in metà verticale e metà orizzontale, creandoci quattro spazi. Poi in ognuno di questi quattro spazi, andiamo a fare un elenco di quali sono, quali pensiamo siano, pensiamo ad un associazione di cambiamento che stiamo magari affrontando, che stiamo vivendo, che ci è stata posta o che qualcuno ci ha richiesto, a volte capita no? Nel lavoro ci viene richiesto per esempio di cambiare mansione o di affrontare in modo diverso la prassi operativa del lavoro. Ci cambiano le procedure, ecc, ecco che magari in questi riquadri possiamo farci un elenco di quali pensiamo, quindi riflettendo su noi stessi e le nostre capacità, quali sono le resistenze che troviamo al cambiamento, sia di tipo personale, e dall’altra parte quali tipi di resistenze possiamo trovare di tipo organizzativo. Possiamo fare quindi questo tipo di riflessione, cercando di avere quindi nei primi due riquadri in alto le barriere che noi potremo avere personali od organizzative, quindi le difficoltà: cosa ci ostacola nell’ambito personale e professionale. Sotto potremo conseguentemente cercare di riflettere su come potrei superare queste barriere, quindi farmi delle idee su come potrei comportarmi, su come potrei comunicare, su come potrei motivarmi in modo diverso, su come potrei anche farmi aiutare ad affrontare questo cambiamento, su alcuni aspetti che riguardano la mia vita personale e su altri che riguardano le mie difficoltà, le mie barriere riguardo al lavoro. Quindi in questo foglio riuscirei ad ottenere un breve ma focalizzato elenco di difficoltà che ci troviamo ad affrontare questo cambiamento personale, difficoltà che possono incidere anche sotto l’aspetto professionale e sotto alcune idee nei due riquadri corrispondenti, quindi alcune idee su come poter affrontare e superare queste barriere. Magari ci si può aiutare anche con le riflessioni di questa puntata nella quale stiamo parlando del cambiamento, oppure andare a prendersi qualche imput per quanto riguarda gli obbiettivi o le motivazioni, da qualche altra puntata precedente sul blog Formazione Amica o sul blog di Container Radio e quindi ci si può lavorare. Se ci ragioniamo con calma una mezz’oretta può essere investita in modo costruttivo per fare delle riflessioni su questo tema. Tra l’altro questa mattina è arrivata una domanda sul mio profilo facebook di un ascoltatrice, alla quale vorrei rispondere. Questa è Monica di Verona, che mi scrive: ritengo di essere una persona che affronta il cambiamento sempre e comunque, ma sono in un momento nel quale i cambiamenti sono diventati tantissimi e su diversi fronti. Famiglia, lavoro, ecc… come posso fare per affrontarli tutti? Monica è motivatissima, mi sembra una tipica situazione in cui, siamo a gennaio, si smuovono e bisogna prendere in mano un sacco di cose e tutto sembra importante. Ecco, direi per rispondere a Monica, olte al fatto di dirle brava che è già ben sintonizzata su questa tematica, credo che non è detto Monica che tu li debba affrontare tutti. Perché anzi forse ti consiglierei di fare una lista di questi cambiamenti, oppure anche un paio, suddividendoli come stavamo dicendo poco fa in cambiamenti personali e professionali. E poi cercare di riconoscere a questi cambiamenti una priorità, dal più importante al meno importante, al meno urgente… perché tanto tutti i cambiamenti influiscono in un modo sistemico su tutto, e quindi direi che magari si può scoprire facendo una lista di priorità che qualcosa è necessario impegni le nostre energie in modo prioritario in questo primo momento e qualcos’altro più in la nel tempo. E’ un suggerimento che mi viene da dare a Monica, ma che credo sia utile anche per tutti i nostri ascoltatori, è che se sei in un momento in cui hai tanti cambiamenti da affrontare, e richiamo di non predere in mano le cose bene, ecco, nel caso in cui ci si senta molto energetici, vitalizzanti e capaci di affrontare le cose, partire magari da quelli più importanti e lasciare un po li, prendere in mano dopo quegli aspetti che ci sembrano non così urgenti. Nel caso in cui invece ci sentiamo un po’ scarichi e in difficoltà o con poche motivazioni invece consiglierei di partire dai piccoli cambiamenti, proprio per non andare incontro, come dicevi giustamente tu Andrea, ad uno shock da cambiamento, quindi ad allenarci un attimo al cambiamento con qualche aspetto un po’ più semplice e cercare di prendere un po’ di tempo per riflettere su quelli che magari sono un po’ più impegnativi.

Prendere la forza un po’ alla volta in pratica…

-Si, perché se noi dobbiamo affrontare un grande cambiamento o tantissimi cambiamenti e non abbiamo le energie, sicuramente è meglio prima ricaricare le energie, ricaricare le pile, partire con le cosettine un po’ più semplici e poi andare ad affrontare qualcosa di più significativo, ricordando sempre che possiamo chiedere aiuto, questa è una cosa sulla quale è bene che insistiamo un po’ con i nostri ascoltatori, perché quando c’è un cambiamento a volte ci si sente un po’ soli, sarà capitato anche a te, è capitato anche a me, ci si sente un po’ così da soli,ad affrontare le cose e allora ecco che con la tranquillità, l’umiltà, bisogna chiedere aiuto, supporto, cercare se vicino a noi abbiamo qualche persona che può essere in sintonia e che ci aiuti semplicemente a riflettere, a fare dei ragionamenti costruttivi sul cambiamento, questo è senz’altro un passaggio importante. Può essere un professionista, può essere una persona cara, ma senz’altro quando le cose si complicano è bene avere la calma e la lucidità di richiedere un aiuto a delle persone esperte.

Assolutamente si, anche perché poi tante volte basta poco, un piccolo supporto e si riparte e si ritrova la forza

-Senz’altro, poi si ritrovano le energie, il cambiamento è una bella sfida, poi ci si entusiasma, ci coinvolge. Mi piacerebbe dare un indicazione, ci sono un paio di libri interessanti sul cambiamento. Uno è famosissimo: Il nostro Iceberg si sta sciogliendo, di John Kotter, un libro di un famosissimo professore dell’università di Harvard e del Massachusset Institute of Technology che con la metafora di un pinguino che sta cercando di sopravvivere su un ghiacciaio che si sta sciogliendo, deve cercare di andare alla scoperta di un altro posto, un altro iceberg nel quale trasferirsi con la sua colonia e nel vivere questo viaggio spiega tutta una serie di passaggi molto molto importanti per affrontare il cambiamento. Un altro suo libro molto interessante è “Al cuore del cambiamento”, un altro gran bel libro, forse meno intuitivo ma molto interessante per aspetti professionali, oppure anche qualche libro del professor Baumann che è uno studioso, un teorico della società liquida e che veramente ci da molti molti spunti legati alla quotidianità per affrontare il cambiamento, per starci dentro, stare dentro a questa società liquida in continuo cambiamento. Sono delle letture interessanti.

BRANO FABI, GAZZÈ, SILVESTRI – LIFE IS SWEET

Tra i dolci, giovani campioni crescono…

Si è conclusa la 1^ edizione de “Il Più Grande Pasticcere” su Rai2, la finale ha registrato 1.987.000 spettatori (8.49%) e ha visto la vittoria del venticinquenne Antonio Daloisio, che ha battuto in un finale all’ultimo dessert i pur bravi Gianluca Forino e Roberto Cantolacqua. Antonio ha vinto meritatamente, ha ricevuto la grande maggioranza dei consensi anche dalla rete e sui social, ora potrà vedere pubblicato il suo libro di ricette con la sua torta rappresentativa che sarà il suo futuro cavallo di battaglia, “Africa”. Inatteso il finale che ha coinvolto la sempre splendida Caterina Balivo, tutti gli altri partecipanti e ha emozionato anche i giudici. Antonio ha dedicato la sua vittoria alla sua famiglia, ma soprattutto il suo dolce ad un carissimo amico scomparso prematuramente.

Possiamo dire quindi che i maestri giudici Rinaldini, Di Carlo, Biasetto, Massari e altri che li hanno affiancati hanno tenuto a battesimo altri giovani talenti che avranno un bel futuro professionale ad attenderli.

Antonio è il più grande pasticcere

Anche noi di GRUEMP e le centinaia di amici, ci siamo sentiti in qualche modo partecipi di questa avventura tra i dolci perché, conosciamo molto bene e da molti anni il settore e moltissimi dei migliori pasticceri italiani hanno frequentato il nostro corso formativo “Top” sull’intelligenza emotiva e altre competenze trasversali oltre a servirsi dei nostri servizi di consulenza e coaching. In finale abbiamo rivisto con piacere l’amico e maestro Davide Comaschi, campione del mondo in carica nella lavorazione del cioccolato. Siamo ovviamente contenti di aver avuto un alfiere di prestigio tra i giudici come l’amico maestro e campione del mondo Luigi Biasetto. Luigi è stato affiancato dal determinato e preparato maestro Rinaldini e dal bravissimo formatore e consulente Leonardo di Carlo, quest’ultimo un altro professionista che ha saputo investire, da giovanissimo, sulla sua crescita personale con GRUEMP. Fa piacere vedere che a distanza di anni molti professionisti di un settore importante come quello della pasticceria, stiano portando avanti non soltanto un’eccellenza tecnico professionale, ma una vera e propria nuova cultura della qualità personale e professionale, una nuova visione manageriale che necessita di una formazione a 360° per poter raggiungere l’eccellenza.

Anche durante la finale abbiamo sentito dal maestro Biasetto frasi come: “siete in tre a metterci la faccia, le mani il cuore” … oppure “l’arte pasticcera è scienza da una parte ed equilibrio dall’altra, una libera espressione di chi siamo”“ora in finale tocca anche all’uomo che c’è dietro il pasticcere, dovremmo valutare anche questo” e ancora “quando si impiatta un dessert si raggiunge il massimo della concentrazione, è il bello dell’artigianalità”“Dobbiamo saper ricordare da dove arriviamo, le origini, questo ci aiuta a capire meglio dove vogliamo andare”. Tutte Frasi da Coach da allenatori di campioni, del resto Luigi Biasetto è stato per molti anni il coach della Nazionale Italiana ai campionati del mondo e ha aiutato e aiuta ogni giorno decine di professionisti a crescere come pasticceri, cercando di far comprendere loro che con il “professionista” deve cresce anche l’uomo, la persona e tutto il suo sistema di vita e lavoro. L’amico Luigi Biasetto ricorda senz’altro bene tutto il suo percorso di crescita personale e professionale, ricorda i grandi successi ma anche le grandi difficoltà e c’è da credergli quando recentemente ci ha detto: “Ho avuto modo di ripercorrere, anch’io, nelle cinque settimane di trasmissione, parti della mia carriera mettendomi spesso nei panni dei concorrenti e ho potuto sentire spesso il loro stress, il loro impegno, la loro lotta continua nel gestire il pasticcere e l’uomo”. Noi di GRUEMP pensiamo che “I risultati che ottengono i nostri clienti, sono la nostra passione”, quindi gioiamo per il successo di questo nuovo format Tv e per la partecipazione diretta e indiretta di tanti amici. Era ora che anche la pasticceria aumentasse la sua visibilità, mettendo in risalto un lavoro e un settore che merita grande rispetto e attenzione, perché dietro ad un panettone, dietro ad un dolce, dietro ad ogni nostra quotidiana colazione, ci sono migliaia di professionisti, tantissimi posti di lavoro per tante famiglie, un grande fatturato e tantissime opportunità di crescita e lavoro che fanno ancora grande la nostra Italia. Saper imparare dai migliori è una regola d’oro nella vita, nel lavoro, nello sport e in ogni ambito. Noi da vent’anni diamo il nostro contributo a formare persone e imprenditori migliori, alcuni poi diventano anche dei veri e propri “campioni”.

I giovani possono ancora Volare…

Siamo spesso inondati di riflessioni sociologiche poco entusiasmanti sui giovani d’oggi, dimenticando troppe volte che i giovani sono comunque figli delle precedenti generazioni. Si mettono sotto accusa i loro stili di vita, come se quello di molti adulti fosse irreprensibile. Purtroppo le cronache rendono inevitabilmente di moda il superamento di certe leadership obsolete di tanti adulti inaffidabili e di pessimo esempio, ma molti giovani si stanno facendo strada, stanno uscendo allo scoperto, si stanno impegnando per contribuire ad un futuro migliore in diversi contesti, sociali, politici, professionali, sportivi. Di loro gli adulti parlano poco, troppo poco, quasi ad avere il timore di non riuscire a stare al passo, di non riuscire a sentirsi adeguati ad un mondo “nuovo” nel quale le nuove generazioni ci stanno a meraviglia, quasi con il timore di vergognarsi di non riuscire ad essere, spesso, le guide che vorrebbero. Quando i giovani non trovano più negli adulti dei riferimenti credibili, si rivolgono verso altri giovani come loro e qualche esempio eclatante serve da stimolo, da apripista, da esempio positivo appunto. Parlare di innovazione e salvaguardia della tradizione sembra un’impresa impossibile pensando ai tanti giovani che, come sempre accade nella storia, vorrebbero rivoluzionare tutto, mentre saper innovare la tradizione, vivere il locale con una mentalità globale sembra essere l’unica strada maestra da seguire. Non tutto del passato è da buttare soprattutto certi valori, certe conquiste, e anche alcune buone pratiche di vita, di studio, di lavoro; ma come farlo? Ecco che un nuovo fenomeno sta venendo alla ribalta: tre baldi giovani stanno portando in giro per il mondo il nostro bel canto, la nostra Italia, i nostri valori con la loro freschezza e con la loro grandissima qualità canora; “IL VOLO”. Ragazzi come tanti, figli di famiglie semplici, con un grande potenziale, accomunati da una grande passione. Il trio di ragazzi lanciati pochi anni fa alla ribalta, appena quindicenni, dalla trasmissione canora – Talent Show “Ti lascio una canzone”. Loro hanno saputo avere il coraggio di cogliere una grande opportunità, accettando di seguire le guide dei loro più esperti manager, mettendoci tanta autodisciplina, tantissimo studio, tanti sacrifici che loro chiamano giustamente “impegno” (perchè per noi è una gioia cantare, dicono…). In soli quattro anni hanno continuato a migliorarsi, hanno tirato fuori coraggio da leoni per duettare con star come Barbara Streisand, Placido Domingo, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Anastasia e molti altri.

Colpisce la loro normalità, la loro educazione e sobrietà che esprimono nelle interviste, naturalmente vivono e si nutrono di un grande spirito di squadra perché sono diversi ma simili. Così giorno dopo giorno, in soli 4 anni, il loro sogno è già diventato realtà con milioni di copie di dischi venduti, primo gruppo italiano a firmare un contratto diretto con una major americana, teatri stracolmi ad ogni data, hanno già conquistato gli USA, e i paesi latini, l’Asia e la Russia. Questi tre giovanissimi ragazzi sono già delle star planetarie indiscusse, recenti vincitori del Billboard Latin Music Awards 2014; un premio vinto dai grandissimi della musica mondiale. Ma cosa c’è di altro molto particolare che li caratterizza? Cantano le nostre più famose canzoni della musica italiana degli anni del Boom Italiano, canzoni che erano cantate quando loro nemmeno erano nati. Certo che è una scelta di Marketing, certo che da tenori e baritoni, sono questi i brani che rendono loro giustizia delle straordinarie qualità canore, ma comunque il messaggio che portano è fresco, bello, positivo, coinvolgente, emozionante e anche coraggioso. Avranno pure dei grandi e bravi manager ma se non ci fosse sostanza non sarebbero già una realtà di livello planetario. Dunque si può volare meglio e più in alto, mixando la grande esperienza e competenza di adulti affermati e di esempio con la brillantezza, la grande apertura e potenzialità dei giovani di talento. Un modo per ribadire ai tanti giovani con ancora tanta voglia di sognare che, si può fare, senza cercare pericolose scorciatoie, si può ancora Volare… in un mondo nuovo…in un mondo globale. In ricambio generazionale è qualcosa di più alto e importante di una spesso semplicistica e generica idea di rottamazione.

Educare allo sport … per guadagnare più sport

Lo spettacolo che si è visto durante la finale di “Coppa Italia” di quest’anno 2013 è scandaloso e mostra la china pericolosa a cui si è arrivati nel nostro paese. Io personalmente non credo che le forze dell’ordine siano arrivate al punto di prendere specifici accordi con gli ultras, ma comunque in ogni caso il fatto che non sia più in grado di garantire un normale svolgimento di un evento sportivo, è emblematico, infatti anche alla fine della partita c’è stata invasione di campo. Gli eventi che hanno preceduto la partita sembrano apparentemente scollegati, chi gira con una pistola in tasca e la estrae appena vede un tifoso di un’altra squadra o dopo che ci si è azzuffati per qualche “sfottò”, non è precisamente normale.

Giocatori che trattano e rabboniscono tifosi è una cosa che si vede troppo spesso, armi improprie che passano i controlli sono un pericolo per il 99% di tifosi tranquilli. Bandiere di società o maglie abbandonate davanti alle curve in segno di resa offendono città intere. Le curve e moltissimi Ultras sfogano soltanto le loro frustrazioni o peggio reggono il gioco ad altri “giochi delinquenziali”. Invasioni di campo, atti vandalici, violenze, aggressioni quasi ogni domenica rendono ormai il calcio un “colosseo del 21° secolo”.

A noi qui non compete entrare nel merito delle scelte politiche, o istituzionali, ma è utile ricordare che tutto parte dall’educazione e dalla formazione che hanno le persone. Ad alti livelli è diventato uno Show Business e purtroppo il fenomeno deformato sta contagiando anche le categorie minori e i settori giovanili soprattutto del calcio che è lo sport più diffuso. Servirebbe investire risorse a tutti i livelli per mettere un argine al degrado dei significati, dei valori e dei comportamenti che si vivono nei contesti sportivi. E’ importantissimo educare e formare dirigenti, allenatori, genitori, giovani atleti di ogni sport sulle gravi conseguenze che si possono creare nella società tutta se si vive lo sport come un momento di “sfogo” o di “prevaricazione verso gli altri” per imporre con forza e violenza le proprie “Bandiere”. Immolare lo sport sull’altare dello Show Business è molto pericoloso e può generare effetti dannosissimi a lungo termine. Quando si mescolano ideologie e fisicità, politica e malcontento sociale, quando si trasforma il concetto di sfida, in combattimento, il rischio che si arrivi alla Guerra è alto.

Gruemp ha dedicato da tempo un titolo all’area di servizi dedicati all’ambito della formazione e del Coaching sportivo e cioè “FORMATI PER PER LO SPORT”; un titolo che a seconda di dove si pone l’accento sul termine “formati” assume un significato diverso, o si è già formati e si vuole migliorare o si è poco formati e serve iniziare ad esserlo. Non è possibile più pensare allo sport e ai suoi molteplici attori coinvolti ne troppo lontani e magicamente immuni dalle regole del mercato e del Business, ma nemmeno troppo fuori dalle leggi e dalle regole di convivenza civile. Il rischio di favorire lo sviluppo di pericolose “zone franche” dove le leggi si possono aggirare facilmente è un rischio gravissimo che altri paesi d’Europa hanno saputo frenare e ridurre moltissimo. Come sempre serve che ognuno faccia la sua parte e in certi casi chi gestisce e organizza lo sport in Italia dovrà iniziare a prendere delle linee e delle decisioni chiare e nette a vantaggio di tutti, anche nell’interesse delle tante persone che investono e lavorano in questo grandissimo mercato. Educare allo sport per guadagnare più sport…potrebbe essere uno slogan interessante.

 

La bellezza è anche la semplicità e freschezza dei Giovani

Quest’anno Sanremo ha celebrato la “Bellezza”, senza grandi acuti, senza sfarzi, solite polemiche, soliti fuori programma, solito Fazio perbene ed equilibrato, solita Litizzetto sboccata ma simpatica, solito tutto o quasi. Le canzoni e la musica hanno per ogni italiano un valore culturale profondo e per questo è inutile stilare una qualche classifica oggettiva sulle canzoni in gara: è una questione di gusti. Ma siccome gara è stata, c’é stato un podio e una vincitrice, Arisa. Tra le diverse tipologie di brani presentati, tra acuti inarrivabili, qualche testo sofisticato e nuove tendenze Rap, è emersa la semplicità. Sobrietà e talento si fondono in Arisa per diventare caratteristiche vincenti. Lei spiazza tutti con il suo stile quasi magico, come di un folletto nel bosco delle fate, un personaggio strano che si nutre di bacche camomilla e tisane ma che esprime una voce tonica, precisa, ritmata che arriva alla gente e suscita emozioni. Arisa è una giovane cantante che sta percorrendo il suo percorso di crescita personale e professionale coerentemente, puntando sulle sue qualità distintive, senza rincorrere clamori, dietro ai suoi successi c’è tanto duro lavoro per migliorarsi e una formazione tecnica professionale molto attenta.

arisa-vittoria-sanremo-2014-defaultArisa propone una sua bellezza nell’essere semplice, chiara, diretta, dicendo:
 “Prima della gara faccio gli esercizi via skype con la mia logopedista, perché altrimenti rischio che la voce non sia pulita. Ero qui per gareggiare e quindi se ho vinto, vorrà dire che sono andata bene a qualcuno. I miei colleghi mi hanno sommerso di messaggi e complimenti, mi fanno quasi più piacere di quelli dei giornalisti”.

Brava Arisa, che si era presentata al pubblico la prima volta con il brano “Sincerità”, un titolo già chiaro che spiega chi chi è Arisa. Un plauso va anche al sempre eccellente Gualazzi e al suo nuovo amico Bassanese Bloody Beetroots (Simone Cogo: polistrumentista mascherato già famoso negli USA). Complimenti alla bella sorpresa del grintoso Renzo Rubino. Un podio finale giovanissimo che da un po’ di luce al grigiore generale, ci dice che la bellezza è anche che c’è un ricambio generazionale ormai in corso ma è proprio questo ricambio che ci permette di celebrare anche la Bellezza intramontabile, leggendaria, quella del mitico Cat Stevens e della sua “Father and Son”.

Armin Zöggeler – L’Autodisciplina di un uomo diventa Leggenda

Rendiamo omaggio ad un atleta che è entrato nella leggenda dello sport, Armin Zöggeler.

Alla sua sesta olimpiade ha vinto la sua sesta medaglia, un bronzo che a quarant’anni vale più di un oro, a suggello di una carriera mostruosa. Armin ha vinto in vent’anni di agonismo nello slittino: 2 ori – 1 argento – 3 bronzi Olimpici, 6 ori – 5 argenti – 5 bronzi ai mondiali, 4 ori – 6 argenti – 8 bronzi agli Europei, 2 ori – 1 argento Juoniores, 10 volte vincitore della coppa del mondo con altri 120 podi, 1 coppa del mondo Juniores, 15 ori – 1 argento – 1 bronzo ai campionati Italiani.

Un uomo da leggenda che rende onore all’Italia, all’arma dei Carabinieri del quale è atleta, allo sport sano e pulito, un portabandiera d’eccellenza che il mondo ci invidia. Le vittorie di Armin sono frutto di una vita regolare, sobria, coerente, autodisciplinata, organizzata, fuori dai clamori dei media e del gossip, una vita senza fronzoli ed essenziale.

La sua ultima impresa di Sochi, con la medaglia di Bronzo, lo porta sul tetto del mondo, mai nessun atleta ha vinto tanto, un’epopea inarrivabile. Dice Armin: “Dopo che con mia moglie, parlo soprattutto con il mio slittino”, a chi non ha conoscenze di mental training questa può sembrare una pazzia e invece non è così. Armin conosce a fondo i segreti e le strategie per sapersi auto motivare, per sapersi autodisciplinare, per chiedere il meglio a se stesso e al suo essere psicofisico, infatti dice: “prima della gara mi isolo da tutto e tutti, non parlo con nessuno, mi posiziono mentalmente in un posto tranquillo, che realmente esiste nella mia Merano, dove trovo il meglio di me stesso, faccio il mio Training, la gara la faccio mentalmente migliaia di volte, vedo già tutto prima, poi in gara basta rifare tutto nello stesso modo, non mi serve nemmeno guardare la pista mentre scendo”. Certo che per lui ormai tutto questo è semplice e fa parte di anni e anni d’intenso allenamento e tantissima autodisciplina, ma questi concetti, queste strategie si possono imparare oggi anche con l’aiuto di un mental coach personale, una persona che si possa occupare di rendere un atleta o una squadra eccellenti dal punto di vista mentale ed emotivo.

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L’autodisciplina di Zöggeler appare così come un esempio da portare nelle scuole, nelle aziende, in tutti gli sport, persino nella politica. Poche parole, idee chiare, obiettivi sfidanti, piani d’azione calcolati, costanza, metodo, impegno dedizione e passione al top. Niente abusi, niente distrazioni, niente perdite di tempo, niente che non dia un qualche beneficio e grande rispetto delle regole di vita, dello sport e della sua rischiosissima disciplina. Tutto questo servirebbe non solo a un atleta che per una vita si è buttato a 140 km orari, su una pista ghiacciata rischiando anche gravi incidenti o la vita stessa, ma anche a ognuno di noi per riuscire a condurre una vita di qualità navigando tra le onde tempestose di un mondo complicato e sempre più in subbuglio. Grazie Armin per averci dimostrato quanto paghi l’autodisciplina, il controllo di sé, l’umiltà, la fermezza di spirito, il coraggio e che tutto ciò sia già dentro di noi. Grazie per averci confermato che serve impegnarsi e allenarsi duramente per poterle esprimere ad alti livelli, nello sport come nella vita, ma soprattutto grazie per averci insegnato che è possibile farlo.

Conseguenze delle aspettative dei genitori sui figli… Il campionismo

Prendo spunto da una notizia recente riguardante un padre accusato dalla Procura di Treviso di maltrattamenti in famiglia per aver costretto il figlio a svolgere in maniera ossessiva attività agonistica, per aver condizionato le manifestazioni di affetto nei suoi confronti ai risultati raggiunti, per averlo indotto ad assumere prodotti iperproteici del tutto inadeguati all’età con l’obiettivo di potenziarne il fisco.
Leggi la fonte: http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2013/10/15/news/doping-al-figlio-per-farne-un-campione-1.7924379.

Il fenomeno non è nuovo ma purtroppo sta ormai diventando un vero e proprio problema relazionale, educativo e sociale; gli esperti e gli psicologi dello sport lo chiamano “campionismo”. I cosiddetti “-ismi” stanno di solito a indicare una degenerazione di comportamenti che invece di rientrare nei limiti sociali di accettabilità, degenerano in estremizzazioni dannose; ricordiamo ad esempio bullismo, razzismo, alcolismo, feticismo, fanatismo, etc…

Questa questione è più complessa, ma se ci soffermiamo a pensare, siamo costantemente stimolati da vari fenomeni di massa creati da personaggi pubblici che anche nello sport assumono i connotati di veri e propri miti, supereroi che guadagnano uno sproposito di soldi e che sono idolatrati più dai genitori che dai giovani ragazzi. Genitori questi che in gioventù ritengono di aver fallito nello sport o semplicemente non sono arrivati ai livelli auspicati.
Questo tipo di genitori può commettere il grave errore di riversare le proprie frustrazioni ed eccessive aspettative sui figli che fanno sport. Si creano così conseguenze negative e danni alla maturazione psicofisica ed emozionale dei giovani ragazzi.

calcetto

Servirebbe invece lasciar loro la libertà di divertirsi, la possibilità di vincere o perdere, lasciando inalterata quella grande valenza educativa al successo e alla sconfitta che lo sport può offrire ad un giovane come ad un adulto. I disagi dei genitori spesso però ricadono sui figli, e accentuare quest’aspetto anche nel loro tempo libero e nello sport significa essere persone adulte solo all’anagrafe.
Doping precoce, cattive abitudini alimentari, scarsi rendimenti scolastici, eccesso nell’uso di tecnologie, cattiva gestione del tempo libero, sono altri campanelli d’allarme importanti che un genitore dovrebbe saper governare assieme al figlio in una partnership costruttiva.

Un buon coach, come un buon padre non pretende mai dal suo atleta quello che questo non può dare o qualcosa che non sia nelle sue reali potenzialità, ambizioni o desideri. Un atleta, come un figlio non può andare oltre il proprio limite inconsapevolmente solo per aderire alle aspettative del suo allenatore o dei suoi genitori.

Campioni a volte si nasce, spesso lo si diventa, ma la vita nel lavoro, in famiglia, nello studio, nello sport ha bisogno soprattutto di “persone sane e consapevoli”; servono uomini e donne, giovani o adulti equilibrati e competenti, sereni e innamorati della vita… non solo dei campioni a volte anche di pessimo esempio.

Trasformazioni…continue e silenziose

La nostra mentalità ci porta, spesso, a considerare che il raggiungimento di un obiettivo dipenda esclusivamente dalle ultime azioni che abbiamo realizzato in modo sistematico, per raggiungere quella precisa condizione, situazione o risultato ottenuto. Quando un atleta raggiunge una performance eccellente, quando un’azienda realizza un’innovazione significativa, quando un ricercatore afferra una particolare intuizione, quando uno studente si laurea, quando un genitore riceve feedback positivi dal proprio figlio… Questi sono solo alcuni esempi di momenti in cui le persone raggiungono un obiettivo. Impulsivamente siamo portati a pensare che un’innovazione o un cambiamento dipendano esclusivamente dalle ultime iniziative e situazioni vissute, trascurando spesso una serie di piccole azioni continue e graduali che erano state intraprese da tempo, proprio in vista del raggiungimento di questo nostro obiettivo. Dimentichiamo che anche l’acqua del mare sposta le coste un’onda dopo l’altra un poco alla volta.

La “trasformazione” che avviene nel momento in cui iniziamo a cambiare in vista di nuove mete da raggiungere, ci dice Francois Julienne in uno dei suoi testi più noti, “è sempre silenziosa”. Il modo di pensare europeo si trova in difficoltà nel momento in cui deve pensare ad una trasformazione in corso, la transizione che porta il soggetto a passare da una condizione a un’altra. E’ più semplice, infatti, attribuire una sola causa al raggiungimento di un obiettivo. In realtà l’arrivo ad una meta prestabilita ci è possibile grazie ad una serie di passaggi mentali, comportamentali ed emotivi che si manifestano nel tempo, a volte in modo consapevole, altre in modo più inconsapevole, nelle nostre giornate. Sono i comportamenti che ogni giorno assumiamo e le piccole decisioni che prendiamo in vista del raggiungimento di una meta che ci portano ad avvicinarci, in modo graduale, all’obiettivo che ci siamo fissati; è nel silenzio della quotidianità che ci trasformiamo continuamente, con atteggiamento teso verso il futuro. L’Avventura della nostra vita diventa Vincente gradualmente e nel tempo, spesso silenziosamente, con la consapevolezza e l’energia necessarie, imparando a gestirsi con la sensibilità di chi sa ascoltare anche il rumore dell’erba che cresce.
D. Frasson Formatore e Life coach

Un uomo con una vita…da leggenda

Ci ha lasciati il mitico Pietro Mennea, un Italiano che rimarrà nel cuore di molti grazie alle sue gesta sportive e una vita coerente. Per le generazioni di giovani degli anni 70-80 oggi quarantenni o giù di lì è stato un mito. Ai giochi della gioventù studenteschi ci si sfidava sui cento metri o sui 200 nel suo nome, ci si cronometrava pure tra ragazzi per capire quanto forte andava lui e quanto lontani si era dal suo mito. Mennea è stato forse il primo campione dell’atletica che ha saputo imporre all’attenzione dello sport mondiale una nuova moderna idea di performance, lui diceva di sè: “quello che mi serve per vincere è nel mio cuore, nella mia mente, nei miei muscoli”. Lui ha saputo difendere dagli attacchi di altri atleti “pazzeschi”, per quasi vent’anni anni, il suo record sui 200m piani ottenuto alle universiadi di Città del Messico nel 1979.  Il fatto che una prestazione sia difficilmente raggiungibile o superabile nel tempo dice molto della sua straordinarietà, ma dice anche molto di quanto sia stata utile a molti altri come parametro di misura con cui confrontarsi e sfidarsi. Insomma Pietro Mennea nell’atletica leggera ha saputo creare quel mito, quella leggenda di sé che ha segnato un’epoca vent’anni prima che i moderni criteri di allenamento permettessero, a Michael Johnson, di raggiungere e superare quella soglia. La sua performance sui 200mt rimane ancora oggi tra le prime quattro prestazioni si sempre, ancora attuale imbattuto record Europeo. Per non parlare del suo 10.01 sui cento che solo un mostruoso Carl Lewis seppe superare nel 1991 a Tokyo. Le sue performance sportive però sono state ancora più grandi perché sono state coerenti con l’uomo Mennea, coerenti con una vita fuori dai rotocalchi scandalistici di molti Vip dello sport di oggi. Pietro Mennea si prestava spesso a tenere incontri e conferenze, anche in ambito formativo, portando il suo messaggio di uomo dalle origini umili che si è trovato spesso controcorrente per la sua coerenza. Mennea ha portato un messaggio di sacrificio, di fede in sé stessi, di sapersi distinguere dalla massa, ha saputo essere esempio per molti giovani anche nella lotta contro il doping. Un impegno di vita sempre al massimo della velocità, è stato insegnante di educazione fisica, docente all’università, ha ottenuto tre/quattro lauree, una breve carriera anche in politica, venti libri pubblicati. Noi di Gruemp lo definiremmo: “un uomo che ha saputo “Correre nella Luce” rendendo la sua vita un’Avventura Vincente”. Mennea  con la sua luce, ha illuminato prima le piste di atletica in tutto il mondo e poi la strada di molti altri atleti e uomini. Sabato saremo tutti su con il dito della mano alzato al cielo per salutarlo !!!