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Quando lo sport educa…Il TORNEO DELLA BEFANA

Crescita e miglioramento educativo, non sono solo i termini per dare un titolo ad un’attività, in questo caso alla brochure guida, sono due parole chiave che dovrebbero far parte della quotidianità fin dai primi anni di vita di ognuno, in particolare quando si entra a far parte della collettività. Il primo passo è la scuola materna e elementare, il secondo sono le numerose discipline ludiche o sportive che coinvolgono i nostri figli. Questi sono i primi momenti importanti in cui i bambini si misurano con gli altri, devono applicare regole che per un periodo hanno vissuto solo dentro le mura di casa.

Genitori ed istruttori diventano il primo anello di questo percorso, che i bambini, poi ragazzi e adulti, intraprendono. Sono le loro guide, i loro punti fermi.

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Lo sport, in primis, dà l’occasione da subito di applicare questi principi, come le regole dello stare insieme per fare un esempio, in campo come in spogliatoio. Lo sport che educa insegna a rimediare agli errori, il rispetto per gli altri, l’importanza di stabilire regole uguali per tutti, e molto di più. Ecco perché occasioni come il Torneo della Befana, che ha visto coinvolti centinaia di bambini provenienti da alcune regioni italilane, dal 2 al 5 gennaio, in otto palestre della provincia di Padova, con Finale al Palaberta di Montegrotto Terme, diventa non solo un momento per i giovani amanti del basket di praticare lo sport che amano e conoscere nuovi amici. Diventa un modo per condividere momenti importanti di crescita personale e sportiva, per testare la competitività (quella sana) dei giocatori, ma anche un’opportunità per crescere come allenatori, arbitri e genitori.

Il Torneo della Befana può essere un banco di prova per altre occasioni di confronto, e anche il momento per capire quello che si può migliorare. Il tutto vale in particolare per genitori e coach, le guide dei piccoli atleti.

A voi la palla.

Erika Bollettin

Indagine Sport & Campionismo

Indagine Sport & Campionismo

 

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Lo sport, una chiave di crescita

bambini sport positivoServirebbe invece lasciar loro la libertà di divertirsi, la possibilità di vincere o perdere, lasciando inalterata quella grande valenza educativa al successo, alla sconfitta, allo spirito di gruppo, al merito che porta ai risultati proporzionali all’impegno messo, all’autodisciplina necessaria per raggiungere obbiettivi e molto altro che lo sport può offrire ad un giovane, come ad un adulto.

Questo concetto l’ho “rubato” a Damiano Frasson, fa parte di un articolo che parla di ragazzi, sport e “campionismo”, che troverete nel prossimo numero di FiloStrata. Queste poche parole mi sono rimaste dentro, mi hanno fatto riflettere, un po’ da genitore, ma non solo. Lo sport insegna molto, dalla disciplina al saper stare con gli altri, concetti che se fatti propri fin da bambini aiutano ad affrontare il mondo dello studio prima, e del lavoro dopo, con sicurezza e serenità. Serve il giusto contesto certo, genitori che facciano propri questi obiettivi, un buon coach, probabilmente fondamenti che mancano agli ultras, ai tifosi estremisti, e a tutti quegli sportivi più oggetto di gossip, eccessi e altro che di sana competizione. Lo sport può essere la chiave per crescere con delle regole “non regole”, ovvero che si imparano giocando, divertendosi. Ma spesso sta nel imparare a perdere, nell’accettare le sconfitte e trarne insegnamento la vera chiave. Un bambino o ragazzo che perde una partita e poi si ferma a giocare con gli avversari nel parco vicino è lo stesso adulto che di fronte ad una difficoltà lavorativa avrà la forza di chiedere aiuto, di fermarsi a riflettere.

Erika Bollettin

Educare allo sport … per guadagnare più sport

Lo spettacolo che si è visto durante la finale di “Coppa Italia” di quest’anno 2013 è scandaloso e mostra la china pericolosa a cui si è arrivati nel nostro paese. Io personalmente non credo che le forze dell’ordine siano arrivate al punto di prendere specifici accordi con gli ultras, ma comunque in ogni caso il fatto che non sia più in grado di garantire un normale svolgimento di un evento sportivo, è emblematico, infatti anche alla fine della partita c’è stata invasione di campo. Gli eventi che hanno preceduto la partita sembrano apparentemente scollegati, chi gira con una pistola in tasca e la estrae appena vede un tifoso di un’altra squadra o dopo che ci si è azzuffati per qualche “sfottò”, non è precisamente normale.

Giocatori che trattano e rabboniscono tifosi è una cosa che si vede troppo spesso, armi improprie che passano i controlli sono un pericolo per il 99% di tifosi tranquilli. Bandiere di società o maglie abbandonate davanti alle curve in segno di resa offendono città intere. Le curve e moltissimi Ultras sfogano soltanto le loro frustrazioni o peggio reggono il gioco ad altri “giochi delinquenziali”. Invasioni di campo, atti vandalici, violenze, aggressioni quasi ogni domenica rendono ormai il calcio un “colosseo del 21° secolo”.

A noi qui non compete entrare nel merito delle scelte politiche, o istituzionali, ma è utile ricordare che tutto parte dall’educazione e dalla formazione che hanno le persone. Ad alti livelli è diventato uno Show Business e purtroppo il fenomeno deformato sta contagiando anche le categorie minori e i settori giovanili soprattutto del calcio che è lo sport più diffuso. Servirebbe investire risorse a tutti i livelli per mettere un argine al degrado dei significati, dei valori e dei comportamenti che si vivono nei contesti sportivi. E’ importantissimo educare e formare dirigenti, allenatori, genitori, giovani atleti di ogni sport sulle gravi conseguenze che si possono creare nella società tutta se si vive lo sport come un momento di “sfogo” o di “prevaricazione verso gli altri” per imporre con forza e violenza le proprie “Bandiere”. Immolare lo sport sull’altare dello Show Business è molto pericoloso e può generare effetti dannosissimi a lungo termine. Quando si mescolano ideologie e fisicità, politica e malcontento sociale, quando si trasforma il concetto di sfida, in combattimento, il rischio che si arrivi alla Guerra è alto.

Gruemp ha dedicato da tempo un titolo all’area di servizi dedicati all’ambito della formazione e del Coaching sportivo e cioè “FORMATI PER PER LO SPORT”; un titolo che a seconda di dove si pone l’accento sul termine “formati” assume un significato diverso, o si è già formati e si vuole migliorare o si è poco formati e serve iniziare ad esserlo. Non è possibile più pensare allo sport e ai suoi molteplici attori coinvolti ne troppo lontani e magicamente immuni dalle regole del mercato e del Business, ma nemmeno troppo fuori dalle leggi e dalle regole di convivenza civile. Il rischio di favorire lo sviluppo di pericolose “zone franche” dove le leggi si possono aggirare facilmente è un rischio gravissimo che altri paesi d’Europa hanno saputo frenare e ridurre moltissimo. Come sempre serve che ognuno faccia la sua parte e in certi casi chi gestisce e organizza lo sport in Italia dovrà iniziare a prendere delle linee e delle decisioni chiare e nette a vantaggio di tutti, anche nell’interesse delle tante persone che investono e lavorano in questo grandissimo mercato. Educare allo sport per guadagnare più sport…potrebbe essere uno slogan interessante.

 

Se l’ educazione sportiva parte da qui…diamoci una calmata

Un altro caso di cattivo esempio a carico di genitori che “dovrebbero” educare le giovani generazioni. Qualche giorno fa a Vigonza (PD) una partita di calcio tra ragazzi dodicenni, che doveva essere una giornata di divertimento con figli e genitori sugli spalti, si è trasforma in una vergognosa mega rissa. L’arbitro fischia un fallo e partono le offese reciproche, poi le minacce: due papà si mettono le mani addosso e scoppia il finimondo, sospeso l’incontro con l’arrivo dei carabinieri a sedare la rissa con botte da orbi che ha coinvolto altri genitori. L’ennesima triste vicenda che a noi di GRUEMP, da sempre impegnati nella formazione ed educazione degli adulti, purtroppo non stupisce troppo. Da tempo ci siamo adoperati infatti per rispondere alla crescente richiesta di formazione per educatori e genitori che desiderano formarsi e rieducarsi per riuscire ad affrontare meglio le difficoltà del loro ruolo e la comunicazione e gestione dei giovani figli. Oggi in troppi casi le generazioni di adulti si rendono protagoniste di pessimi comportamenti che hanno anche un effetto diseducativo sui giovani ragazzi. Il fenomeno dilagante di diseducazione nell’ambito dello sport comprende anche il “Campionismo”, un fenomeno che anche GRUEMP, occupandosi di formazione e sport, stà studiando e approfondendo, per poter dare un contributo a porvi rimedio. Abbiamo infatti avviato un lavoro di ricerca su questi fenomeni assieme ad una giovane Atleta prossima Laureanda dell’Università di Padova in Scienze della Formazione. Questo studio coinvolgerà anche diverse società sportive della città e della provincia per poter avere un quadro della situazione sul territorio. Dopo l’estate potremmo comunicare quanto emerso. Non è utile, educativo, bello, salutare, maturo, accettabile che si arrivi a questi punti mentre si condividono momenti di gioia e svago con i figli, ne in famiglia, ne a scuola ne in ambito sportivo. Gli adulti i propri disagi e problemi dovrebbero imparare a gestirseli o a chiedere aiuto agli esperti per non scaricare le loro tensioni, spesso comprensibili e anche magari giustificate, sui figli. Nel frattempo mi auguro che tutti si diano si diano una calmata.

ARTICOLO: http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2014/04/09/news/botte-da-orbi-tra-padri-alla-partita-di-calcio-dei-figli-dodicenni-1.9013477

Quando lo Sport aiuta a crescere, la lettera

La lettera che segue non è una dimostrazione, un “prototipo” creato per qualche lancio pubblicitario, sono le parole di un allenatore di una squadra di calcio per ragazzi. Ve la propongo per svariati motivi. Il primo è che l’allenatore sottolinea a più riprese come la parte umana sia legata a quella professionale, poi perché parla di “sconfitta” personale, concetto spesso poco considerato nel mondo sportivo dove si guarda alla vittoria, agli obiettivi perdendo spesso il senso completo di ogni sport, che va ben oltre un goal. Lo sport di squadra diventa un momento importante per la crescita dei nostri figli, momenti in cui imparano a lavorare in gruppo, a condividere, a prendersi responsabilità ma soprattutto a crescere come delle persone complete. Ecco che quell’aspetto umano che emerge dalla lettera dell’allenatore diventa importante.

 

http://www.calcioweb.eu/request_ios.php?news_id=80846

 

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Armin Zöggeler – L’Autodisciplina di un uomo diventa Leggenda

Rendiamo omaggio ad un atleta che è entrato nella leggenda dello sport, Armin Zöggeler.

Alla sua sesta olimpiade ha vinto la sua sesta medaglia, un bronzo che a quarant’anni vale più di un oro, a suggello di una carriera mostruosa. Armin ha vinto in vent’anni di agonismo nello slittino: 2 ori – 1 argento – 3 bronzi Olimpici, 6 ori – 5 argenti – 5 bronzi ai mondiali, 4 ori – 6 argenti – 8 bronzi agli Europei, 2 ori – 1 argento Juoniores, 10 volte vincitore della coppa del mondo con altri 120 podi, 1 coppa del mondo Juniores, 15 ori – 1 argento – 1 bronzo ai campionati Italiani.

Un uomo da leggenda che rende onore all’Italia, all’arma dei Carabinieri del quale è atleta, allo sport sano e pulito, un portabandiera d’eccellenza che il mondo ci invidia. Le vittorie di Armin sono frutto di una vita regolare, sobria, coerente, autodisciplinata, organizzata, fuori dai clamori dei media e del gossip, una vita senza fronzoli ed essenziale.

La sua ultima impresa di Sochi, con la medaglia di Bronzo, lo porta sul tetto del mondo, mai nessun atleta ha vinto tanto, un’epopea inarrivabile. Dice Armin: “Dopo che con mia moglie, parlo soprattutto con il mio slittino”, a chi non ha conoscenze di mental training questa può sembrare una pazzia e invece non è così. Armin conosce a fondo i segreti e le strategie per sapersi auto motivare, per sapersi autodisciplinare, per chiedere il meglio a se stesso e al suo essere psicofisico, infatti dice: “prima della gara mi isolo da tutto e tutti, non parlo con nessuno, mi posiziono mentalmente in un posto tranquillo, che realmente esiste nella mia Merano, dove trovo il meglio di me stesso, faccio il mio Training, la gara la faccio mentalmente migliaia di volte, vedo già tutto prima, poi in gara basta rifare tutto nello stesso modo, non mi serve nemmeno guardare la pista mentre scendo”. Certo che per lui ormai tutto questo è semplice e fa parte di anni e anni d’intenso allenamento e tantissima autodisciplina, ma questi concetti, queste strategie si possono imparare oggi anche con l’aiuto di un mental coach personale, una persona che si possa occupare di rendere un atleta o una squadra eccellenti dal punto di vista mentale ed emotivo.

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L’autodisciplina di Zöggeler appare così come un esempio da portare nelle scuole, nelle aziende, in tutti gli sport, persino nella politica. Poche parole, idee chiare, obiettivi sfidanti, piani d’azione calcolati, costanza, metodo, impegno dedizione e passione al top. Niente abusi, niente distrazioni, niente perdite di tempo, niente che non dia un qualche beneficio e grande rispetto delle regole di vita, dello sport e della sua rischiosissima disciplina. Tutto questo servirebbe non solo a un atleta che per una vita si è buttato a 140 km orari, su una pista ghiacciata rischiando anche gravi incidenti o la vita stessa, ma anche a ognuno di noi per riuscire a condurre una vita di qualità navigando tra le onde tempestose di un mondo complicato e sempre più in subbuglio. Grazie Armin per averci dimostrato quanto paghi l’autodisciplina, il controllo di sé, l’umiltà, la fermezza di spirito, il coraggio e che tutto ciò sia già dentro di noi. Grazie per averci confermato che serve impegnarsi e allenarsi duramente per poterle esprimere ad alti livelli, nello sport come nella vita, ma soprattutto grazie per averci insegnato che è possibile farlo.

Conseguenze delle aspettative dei genitori sui figli… Il campionismo

Prendo spunto da una notizia recente riguardante un padre accusato dalla Procura di Treviso di maltrattamenti in famiglia per aver costretto il figlio a svolgere in maniera ossessiva attività agonistica, per aver condizionato le manifestazioni di affetto nei suoi confronti ai risultati raggiunti, per averlo indotto ad assumere prodotti iperproteici del tutto inadeguati all’età con l’obiettivo di potenziarne il fisco.
Leggi la fonte: http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2013/10/15/news/doping-al-figlio-per-farne-un-campione-1.7924379.

Il fenomeno non è nuovo ma purtroppo sta ormai diventando un vero e proprio problema relazionale, educativo e sociale; gli esperti e gli psicologi dello sport lo chiamano “campionismo”. I cosiddetti “-ismi” stanno di solito a indicare una degenerazione di comportamenti che invece di rientrare nei limiti sociali di accettabilità, degenerano in estremizzazioni dannose; ricordiamo ad esempio bullismo, razzismo, alcolismo, feticismo, fanatismo, etc…

Questa questione è più complessa, ma se ci soffermiamo a pensare, siamo costantemente stimolati da vari fenomeni di massa creati da personaggi pubblici che anche nello sport assumono i connotati di veri e propri miti, supereroi che guadagnano uno sproposito di soldi e che sono idolatrati più dai genitori che dai giovani ragazzi. Genitori questi che in gioventù ritengono di aver fallito nello sport o semplicemente non sono arrivati ai livelli auspicati.
Questo tipo di genitori può commettere il grave errore di riversare le proprie frustrazioni ed eccessive aspettative sui figli che fanno sport. Si creano così conseguenze negative e danni alla maturazione psicofisica ed emozionale dei giovani ragazzi.

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Servirebbe invece lasciar loro la libertà di divertirsi, la possibilità di vincere o perdere, lasciando inalterata quella grande valenza educativa al successo e alla sconfitta che lo sport può offrire ad un giovane come ad un adulto. I disagi dei genitori spesso però ricadono sui figli, e accentuare quest’aspetto anche nel loro tempo libero e nello sport significa essere persone adulte solo all’anagrafe.
Doping precoce, cattive abitudini alimentari, scarsi rendimenti scolastici, eccesso nell’uso di tecnologie, cattiva gestione del tempo libero, sono altri campanelli d’allarme importanti che un genitore dovrebbe saper governare assieme al figlio in una partnership costruttiva.

Un buon coach, come un buon padre non pretende mai dal suo atleta quello che questo non può dare o qualcosa che non sia nelle sue reali potenzialità, ambizioni o desideri. Un atleta, come un figlio non può andare oltre il proprio limite inconsapevolmente solo per aderire alle aspettative del suo allenatore o dei suoi genitori.

Campioni a volte si nasce, spesso lo si diventa, ma la vita nel lavoro, in famiglia, nello studio, nello sport ha bisogno soprattutto di “persone sane e consapevoli”; servono uomini e donne, giovani o adulti equilibrati e competenti, sereni e innamorati della vita… non solo dei campioni a volte anche di pessimo esempio.

Per costruire un Team…“Uno per tutti e tutti per uno”

Il famoso motto dei quattro moschettieri è chiaro e non lascia dubbi: “Uno per tutti e tutti per uno”. Si sente ormai dappertutto affermare che per raggiungere risultati serve costruire una squadra, un team, come ciò fosse una cosa nuova. Forse si sta semplicemente affermando, finalmente, la una consapevolezza più generalizzata che da soli, individualmente, egoisticamente possiamo fare poco di importante nella nostra vita, perché sempre abbiamo bisogno del rapporto con gli altri. Una squadra serve sempre, una squadra aiuta ad ottenere risultati, una squadra si può costruire. Per saper fare squadra serve però conoscere bene i molteplici fattori che la strutturano, le dinamiche che si sviluppano, gli aspetti organizzativi che possono determinarne l’efficacia. Oggigiorno in epoca di società liquida e in tempi di radicali cambiamenti, le persone, gli imprenditori, i manager, i politici, gli economisti, stanno maturando una nuova disponibilità ad affrontare questo tema nevralgico del “saper fare squadra”. Dallo sport e dalla formazione esperienziale, il management ha sempre attinto per poter formare le persone su questa competenza trasversale. Sono ormai a disposizione di chi vuole fare formazione sul teambuilding moltissimi approcci, strategie e metafore per questi importantissimi apprendimenti. Costruire e gestire una squadra è affare complesso e molto impegnativo che mette alla prova persone, aziende, famiglie, istituzioni e tutta la società. Formatori esperti possono essere di grande aiuto per favorire riflessioni sul quando, sul come e sul perché fare squadra, ma soprattutto sanno proporre strumenti applicativi concreti da adottare nei diversi contesti organizzativi. Si fa presto a dire “facciamo squadra” oppure “serve una squadra”, poi però bisogna avere desiderio, coraggio e volontà di confrontarsi con gli altri accettando le regole del gruppo, condividendo valori, obbiettivi, ruoli, strategie, leadership, relazioni, successi e insuccessi.

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Vincere…una questione di formazione e apprendimento

Siamo ormai al termine dei vari campionati sportivi di squadra in tutte le discipline. Come sempre questo fatto viene accompagnato da gioia per atleti, dirigenti, tifosi delle squadre campioni e da sconforto, delusione, disagio per gli sconfitti o retrocessi. Vincere non è una questione magica nello sport così come nella vita e nel lavoro, è una questione complessa fatta da tanti ingredienti come: i valori tecnici, i valori umani, le risorse organizzative-umane-economiche, le forti e chiare motivazioni. L’aspetto che viene poco ricordato e che spesso nemmeno viene considerato da giornalisti e media è la questione dell’apprendimento e della formazione. Per vincere bisogna essere disposti a formarsi a vincere, serve imparare e apprendere come vincere, bisogna maturare l’idea di migliorarsi giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Apprendere significa anche andare verso qualcosa e prenderla con sé, portarla a sé ed è quindi dall’apprendimento che passa la strada per il successo. Costruire una mentalità vincente appare arduo e impraticabile oggi giorno senza tenere in fortissima considerazione ciò che riguarda l’apprendimento. Per vincere serve apprendere gesti motori adatti e migliorabili, serve apprendere come avere e mantenere controllo di sé dei propri pensieri ed emozioni, serve apprendere schemi di gioco e comportamenti finalizzati, serve apprendere come stare e gestire le dinamiche di gruppo e le relazioni. Per vincere serve quindi apprendere con una propensione alla managerialità a 360°, dalla dirigenza, agli allenatori, ad ogni componente dello staff, passando per ogni atleta fino all’ultimo responsabile organizzativo o magazziniere. Dare un’impronta vincente di questo tipo offre le più ampie garanzie di potersi confrontare ai massimi livelli in ogni sport indipendentemente dalla categoria, dalla disciplina, dal tipo di campionato. Tutto questo viene confermato dall’esempio espresso nell’escalation recentemente espressa nel calcio dal Bayern di Monaco che emula il Barcellona e il Manchester United, e non è diversa da quella della nuova Juventus di Conte e nemmeno dalla continua riconferma della Famila Schio nel basket femminile fresca campione d’Italia per la 5^ volta consecutiva. Quando una squadra o un’atleta si confermano nel tempo continuando a vincere anche in condizioni diverse, contro avversari diversi, significa che si imparato a vincere e ci si è formati all’eccellezna per poterlo fare continuamentee. La vittoria non si coglie solo assemblando talenti e acquistando top player, la vittoria si apprende con l’impegno continuo, con una disciplina dell’imparare a vincere, puntando sulla formazione e sull’apprendimento, continuando a migliorare i propri punti deboli e facendo leva sulle qualità distintive.

Un uomo con una vita…da leggenda

Ci ha lasciati il mitico Pietro Mennea, un Italiano che rimarrà nel cuore di molti grazie alle sue gesta sportive e una vita coerente. Per le generazioni di giovani degli anni 70-80 oggi quarantenni o giù di lì è stato un mito. Ai giochi della gioventù studenteschi ci si sfidava sui cento metri o sui 200 nel suo nome, ci si cronometrava pure tra ragazzi per capire quanto forte andava lui e quanto lontani si era dal suo mito. Mennea è stato forse il primo campione dell’atletica che ha saputo imporre all’attenzione dello sport mondiale una nuova moderna idea di performance, lui diceva di sè: “quello che mi serve per vincere è nel mio cuore, nella mia mente, nei miei muscoli”. Lui ha saputo difendere dagli attacchi di altri atleti “pazzeschi”, per quasi vent’anni anni, il suo record sui 200m piani ottenuto alle universiadi di Città del Messico nel 1979.  Il fatto che una prestazione sia difficilmente raggiungibile o superabile nel tempo dice molto della sua straordinarietà, ma dice anche molto di quanto sia stata utile a molti altri come parametro di misura con cui confrontarsi e sfidarsi. Insomma Pietro Mennea nell’atletica leggera ha saputo creare quel mito, quella leggenda di sé che ha segnato un’epoca vent’anni prima che i moderni criteri di allenamento permettessero, a Michael Johnson, di raggiungere e superare quella soglia. La sua performance sui 200mt rimane ancora oggi tra le prime quattro prestazioni si sempre, ancora attuale imbattuto record Europeo. Per non parlare del suo 10.01 sui cento che solo un mostruoso Carl Lewis seppe superare nel 1991 a Tokyo. Le sue performance sportive però sono state ancora più grandi perché sono state coerenti con l’uomo Mennea, coerenti con una vita fuori dai rotocalchi scandalistici di molti Vip dello sport di oggi. Pietro Mennea si prestava spesso a tenere incontri e conferenze, anche in ambito formativo, portando il suo messaggio di uomo dalle origini umili che si è trovato spesso controcorrente per la sua coerenza. Mennea ha portato un messaggio di sacrificio, di fede in sé stessi, di sapersi distinguere dalla massa, ha saputo essere esempio per molti giovani anche nella lotta contro il doping. Un impegno di vita sempre al massimo della velocità, è stato insegnante di educazione fisica, docente all’università, ha ottenuto tre/quattro lauree, una breve carriera anche in politica, venti libri pubblicati. Noi di Gruemp lo definiremmo: “un uomo che ha saputo “Correre nella Luce” rendendo la sua vita un’Avventura Vincente”. Mennea  con la sua luce, ha illuminato prima le piste di atletica in tutto il mondo e poi la strada di molti altri atleti e uomini. Sabato saremo tutti su con il dito della mano alzato al cielo per salutarlo !!!

Cos’è e Perché è importante nello sport il mental training?

Il Mental Training è un insieme di strategie di potenziamento del potenziale umano e si occupa di quella parte dell’allenamento che concerne l’area mentale-emotiva dell’atleta. Per tale ragione, scopo del Mental Training è quello di allenare la forza mentale dell’atleta. La presupposizione è quindi che la forza mentale possa essere allenata e conseguentemente acquisita da tutti.  Oggi con l’evoluzione dei sistemi di allenamento fisico e quindi che riguardano la preparazione atletica, sono cresciuti anche i sistemi di allenamento psicologico, motivazionali ed emotivi degli atleti in ogni disciplina. Quindi potremmo dire che per diventare atleti ad alto livello professionistico, servono senza dubbio delle predisposizioni fisico atletiche ma poi si può diventare dei campioni soprattutto curando molto l’allenamento mentale e motivazionale per poter dare delle performance al TOP. L’allenamento mentale è l’allenamento degli stati d’animo e, come ogni altra forma di allenamento, si basa su un principio fondamentale: la volontà, da parte di chi intende intraprenderlo, di sottoporsi a questa forma di allenamento. In altre parole: nessun successo e nessun miglioramento evidente sarà possibile a meno che l’atleta non decida liberamente e con convinzione di intraprendere la via dell’allenamento mentale. Si tratta infatti d’un vero e proprio viaggio che l’atleta compie e che richiede, come ogni altra forma di allenamento, applicazione, costanza e determinazione, nonché la guida d’un coach competente e preparato.

dott. Damiano Frasson – Motivatore, Formatore, life & sport Coach